Se perfino Domenico Scilipoti, anema e core con Silvio Berlusconi, è entrato nella lista degli inquieti compilata dai giornali, vuol dire che non c’è più mondo. La tragedia è alle porte. Evacuazione dalle cantine prima che arrivi l’onda di piena e si finisca sommersi. Silvio Berlusconi vorrebbe trascinarci a fondo insieme con lui, ragionano in tanti, e abbiamo il dovere di salvarci, prima che sia troppo tardi. Si salvi chi può, insomma.
Coloro che hanno censito le fughe in Sicilia, per esempio, hanno contato tredici parlamentari in uscita dal centrodestra negli ultimi mesi. Lo stato dell’arte nell’Isola è la metafora del nomadismo parlamentare. Il Parlamento è un formicaio, ci sono deputati in cerca di collocazione, che rimangono nel guado in attesa di decidere il da farsi. I due ex finiani D’Urso e Scalia stanno mettendo in piedi un gruppo autonomo, dopo avere aderito a Fli ed esserne usciti tre mesi dopo. Antonio Martino è partito lancia in resta contro Berlusconi per le manovre di contenimento della spesa poco liberali, ma si è spento nel mare magnum dei malpancisti. Il Grande Sud di Gianfranco Miccichè fa la guardia al bidone, fra una ribellione e l’altra, consumata sui giornali.
I sudisti sembrano nati per fare confusione: Iannaccone di Noi Sud lascia Popolo e Territorio, il gruppo di supporto al centrodestra, per il “misto”, sostenendo di stare pianificando una diga per i transfughi. Valli a capire.
Poi c’è il folto gruppo di deputati dell’Mpa, il cui leader ha lasciato il centrodestra due anni fa per le forti contrapposizione con il Pdl. Infine, c’è un’area di incerti che naviga fra le due opposte sponde.
In queste ore c’è una lotta al coltello fra Pieferdinando Casini e Denis Verdini sul “quadrato” di Montecitorio. Il primo prova a suturare la ferita e impedire l’emorragia, il leader dell’Udc deve censire scontenti, inquieti, frondisti, malpancisti e promettere una ospitalità lungimirante nel suo partito e nel Terzo polo.
Verdini è stato privato degli strumenti di persuasione che ne hanno fatto un mito alla Camera dei deputati, riuscendo ad alzare la diga quando i finiani fecero un gruppo che toccava i 40 deputati. Disponeva di posti di governo e sottogoverno, risorse per il territorio, di posti di prima fila nelle liste Pdl alle urne, ora non ha niente in mano. Il governo ha ingrossato le sue fila che più non si può, sta per passare la mano, e il Pdl deve tenersi stretti quelle opzioni su cui conta per il rinnovo del Parlamento per la cerchia dei maggiorenti. Posti riservati, niente overbooking, non è più aria.
Pieferdinando Casini, invece, può impegnarsi, promettere. A lui basta allargare l’orizzonte, mostrare spirito di tolleranza, assicurare amicizia inalterata e mettere in cantina il pregresso. Nessuna rivalsa, nessun rimprovero, amici come prima. E chi vede il terreno sfuggirgli da sotto i piedi a causa dello stallo provocato dal premier, non deve fare altro che un passo avanti, e non indietro. Non c’è nemmeno da fare compromessi politico-culturali: progetti, programmi, idee, opinioni rimangono inalterati. Ciò che cambia è la prospettiva.
Il Terzo polo ha il coltello dalla parte del manico? Non esageriamo, i sondaggi dicono che il centrosinistra potrebbe farcela da solo, ma la legge elettorale vigente regalerebbe una delle due Camera, il Senato ad una maggioranza nella quale il terzo polo diventa l’asse portante. C’è comunque quanto basta per offrire al popolo in fuga un giaciglio sicuro.
Verdini, Letta e Angelino Alfano – certo, anche lui – avrebbero parlato chiaro e tondo con il premier, illustrandogli la situazione alla vigilia del confronto in Aula sul rendiconto dello stato, bocciato una prima volta e tornato in aula grazie al fato che le opposizioni hanno chiuso tutti e due gli occhi sul regolamento (si sarebbe dovuto aspettare sei mesi prima di riproporre il Rendiconto dello Stato). I numeri non ci sono più, avrebbero confessato al premier, seppure di malavoglia. Ma nemmeno l’impotenza manifestata da Denis avrebbe persuaso Silvio Berlusconi. “Martedì ci parlo io”, ha annunciato, “e li persuado a tornare a casa”. E in conferenza stampa ha preferito gli insulti agli appelli: chi lascia la maggioranza oggi, ha osservato, non tradisce solo il Pdl, ma il Paese.
Né i moniti, né le promesse hanno fatto breccia. Ci sono 350 deputati che devono maturare il vitalizio e non vogliono tornare a casa. Fabrizio Cicchitto si batte con i terzopolisti per convincere il partito trasversale della “permanenza” (contrario allo scioglimento). Che non c’è alternativa a Berlusconi: se cade lui, si torna alle urne. Rimanessero dunque dove sono. Ma anche su questo Casini ha gioco facile: se mandiamo a casa il cavaliere, mettiamo in piedi un governo di larghe intese per fronteggiare la crisi efficacemente ed andare alla fine della legislatura nel 2013.
