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ieri, oggi e domani

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31 mag 2011

A Zanè è scoppiato un tombino.




In Via Nazario Sauro in questi giorni è stato un susseguirsi di cittadini che hanno voluto vedere, fotografare e rendersi conto di quanto successo. La realtà, per molti è evidente, una maldestra realizzazione da parte dell’uomo e l’incuria del territorio; taluni lo sapevano ma nessuno ha parlato.

Esistono però progetti e calcoli per l’interramento della roggia e pertanto dovranno essere analizzati da periti qualificati.

I Vigili del fuoco, professionisti riconosciuti e stimati, avranno già steso il loro verbale e dovrà anch’esso essere oggetto di analisi attenta e allegato alla pratica per il risarcimento dei danni e le responsabilità del caso.

La tesi del sindaco Busin comunicata al “Giornale di Vicenza” è insostenibile e fa acqua da tutte le parti. Ci troviamo invece davanti ad un “errore” umano di calcolo e della nota incuria sul territorio. Il sindaco, amministratore e responsabile della cosa pubblica, deve saper dare risposte concrete e documentate.

Sindaco Busin, se ritiene di percorrere la via della “calamità naturale” per un peccato tecnico troverà la strada lunga e in salita e i figli dei figli saranno ancora ad attendere per decenni un qualsiasi risarcimento. Quale strada desidera intraprendere?

L’Amministrazione deve farsi carico in prima persona dell'accaduto e rifondere subito i contribuenti dei danni che hanno subito.
Poi, per suo conto, l'Amministrazione ricercherà i responsabili o le responsabilità. Ma prima risarcire i cittadini.

La domanda del giorno: dall’anno in cui è avvenuto l’interramento della roggia quante volte è stato ispezionato quel tunnel per le eventuali pulizie o controlli? Di chi è la competenza? 

Architetto Cavedon, si convinca che non è il “risultato di un’incredibile giornata di avversità atmosferiche”, durata qualche ora, ma di ben altro che lei, tecnicamente conosce. Non si tratta di minimizzare o di essere di parte ma dire le cose come stanno. La roggia arriva da monte e porta a valle quello vi cade o vi si getta dentro.

Non si parli tristemente di fogliame dell’ultima ora ma anche di materiale accumulato o incastrato dentro un tubo dal diametro insufficiente.

A quando la sostituzione del tubo con uno adeguato?

La roggia, quando era allo stato naturale ha attraversato il territorio di Zanè per centinaia di anni e solo dopo l’intervento dell’uomo è diventata un “soggetto pericoloso”. 

29 mag 2011

Allagamenti a Zanè. Quale “calamità naturale”? I danni sono causati dall’uomo.




Giornale di Vicenza, domenica 29 maggio 2011 (di Alessandra dall’Igna).

“… la roggia di Thiene (di Zanè ndr) nel tratto in cui scorre sottoterra, è uscita da un tombino, letteralmente saltato in aria a causa della pressione dell’acqua” (Scic!).

Noi la vediamo da un’altra angolazione. La roggia, al momento della pianificazione edilizia  è stata interrata e fatta convogliare dentro un tubo di cemento sottostimando la capacità di portata della roggia di circa ¾ della sua capacità nel punto di maggiore pendenza. Si è verificato l’effetto imbuto. (Le foto danno l’indicazione esatta della realtà). Ogni cittadino può andare a vedere e farsi una sua personale idea prima che venga, magari, chiuso tutto (talvolta può succedere).

Il maggior volume d’acqua, causato dalla particolare precipitazione della giornata, non trovando rapporto di sfogo ha fatto scoppiare il primo ed unico tombino che ha trovato; il tombino di Via Nazario Sauro. La conseguente fuoriuscita dell’acqua e la pendenza del terreno (già indicata nei mappali di Zanè)  ha causato danni ed allagamenti descritti. Non una generica casualità di fogliame ma un tubo di cemento dal diametro insufficiente. Il tubo, dobbiamo ricordare, scorre nel contesto verticale del giardino dell’assessore Giuliana De Muri in Via Nazario Sauro.

L’architetto Luca Cavedon ancora sul Giornale di Vicenza“… risultato di un’incredibile giornata di avversità atmosferiche”. La risposta è tecnicamente insufficiente ed un professionista può fare di meglio. Un tecnico deve ragionare da tecnico, non da politico e andare alla radice del problema per affrontarlo e risolverlo.

Quel tubo va sostituito subito e quello che è successo è dovuto ad un errore di progetto.

Continuando: il primo cittadino di Zanè chiederà la “calamità naturale”. La calamità naturale, primo cittadino, viene dalla natura tanto violata e non è corretto confonderla con i danni causati dall’uomo.

11 anni fa un ex assessore ebbe a sollevare il problema della roggia, proprio per quanto riguardava quell’interramento ma fu subito messo a tacere. 

Forse il problema era già conosciuto?

28 mag 2011

Triste e solitario.




Mesta chiusura di campagna elettorale.

Il Cav. non va oltre l’ossessione delle toghe: «È mio dovere informare che la giustizia è una patologia. Vogliono farmi fuori con una sentenza. Puntano al patrimonio». Ma i suoi tacciono. Frattini: «È un uomo sofferente».

Si avvicina, di nuovo, a Obama, quasi a cercare conforto nel contatto umano. Cerca Medvedev per condividere la sofferenza, l’ossessione più forte della volontà. Le parole, sempre quelle: «Ben 31 processi contro di me, da 24 sono uscito pulito». Poi, livido in volto, ingessato nei movimenti, nella conferenza stampa conclusiva del G8 di Dauville, Silvio Berlusconi recita lo spartito della persecuzione giudiziaria.

Il solito, d’un fiato «Sui mezzi di informazione si è dato ampio risalto ad una mia conversazione con il presidente americano Barack Obama. Non ho parlato solo con Obama, ma anche con tutti gli altri. È mio preciso dovere istituzionale, ogni qual volta incontro capi di Stato e di governo, informare sulla situazione in Italia. La verità è che si continua ancora sul tentativo di togliermi dalla scena politica con una sentenza, per aiutare così quella sinistra che non ci è riuscita con il responso delle urne».

Il testo è scritto, interpretato senza enfasi, più come un atto di dolore che come una rabbiosa accusa: «Nel nostro paese si è creata una situazione non più tollerabile di interferenza di alcuni magistrati della pubblica accusa nei confronti dei rappresentanti del popolo democraticamente eletti con accuse completamente destituite di ogni fondamento». Triste solitario y final, il Cavaliere prova a drammatizzare, ad alzare il livello dello scontro. Ma lo fa senza strategia, con parole stanche, con la solita sequenza logica. Manca l’effetto, la trovata, il colpo a sorpresa. Manca pure quando recita il bis a Napoli, in serata, sul palco condiviso con Gigi D’Alessio. Non una parola che non sia già sentita, su Napoli, sulla magistratura, sulla sinistra. Eppure il palcoscenico si presterebbe a un atto creativo, politico. Sia quello internazionale sia quello campano.

E invece il premier pare soffocare nei panni stretti dell’imputato, non dissimula di sentirsi incompreso. In Francia come a Napoli come ovunque: «È più che doveroso - dice - spiegare questa situazione a chi, soprattutto all’estero, non riesce a comprenderla anche perché troppo spesso è travisata da una certa informazione che, anziché narrare i fatti, tende a delegittimare le istituzioni del nostro paese. Quello che succede nel nostro paese è una patologia della nostra democrazia». E poco importa che l’eloquente silenzio del suo mondo è il segnale dirompente che qualcosa si è rotto. La mente torna sempre al male oscuro che sembra corrodere il Cavaliere, senza freni: «Ritengo fondamentale che si sappia non solo a quale persecuzione sono stato e vengo sottoposto, ma quale è oggi il tentativo di aggredirmi anche sotto il profilo patrimoniale con una sentenza che è totalmente fuori da ogni logica se non quella di colpirmi per favorire un mio avversario politico».

Per esorcizzare la solitudine Berlusconi spiega al mondo la persecuzione, ma in agenzia non si registra la solidarietà neanche di un peone o di un responsabile. Unico ruggito del leone che fu, verso la stampa, contro le jene dattilografe, che travisano, che deformano la realtà, che non spiegano al mondo la persecuzione cui è sottoposto: «È scandaloso che voi non vi scandalizziate. Mi permetto di dire: vergognatevi». Pure l’annuncio di una resistenza a oltranza non scuote, sintomo anch’esso del male oscuro: «Io non abbandonerò la politica fino a quando in Italia non ci sarà una giustizia giusta» (la sua ndr).

Per la prima volta Silvio Berlusconi avverte che qualcosa è cambiato. Per la prima volta si percepisce che, tutt’attorno, il servo encomio tace e il codardo oltraggio è solo trattenuto. E per la prima volta il Cavaliere, simbolo di un potere onnipotente e senza freni, appare come un uomo «sofferente» (copyright di Franco Frattini). Perché mai come questa volta la sconfitta potrebbe segnare il tramonto di un’epoca. Lo spettro della verifica invocata dalla Lega già incombe sul dopo voto. Pure i distinguo del Carroccio sul Libano - dopo quelli sulla Libia, sui ministeri, su Milano - lasciano intendere che non sarà indolore.

Ma la resistenza non è stata organizzata. E non c’è un azzurro che scommetta sul termine naturale della legislatura. Solo se il Cavaliere si convincesse a gestire la transizione (e la successione) - dicono i ben informati - si potrebbe evitare il rischio di una crisi entro l’anno ed elezioni nella prossima primavera. Ma nessuno crede in un passaggio soft. Non è da Berlusconi. E non è da questo Berlusconi, simulacro ingiallito della leadership che fu. Segno dei tempi, il premier non ha nemmeno un’idea su come mettere la faccia sulla sconfitta, che in molti considerano annunciata sia a Napoli sia a Milano. 

Lunedì sarà a Bucarest per un trilaterale che pare fissato proprio per evitare di stare in Italia il giorno del dramma; martedì si riunirà l’ufficio di presidenza del Pdl per trovare uno straccio di liena. Con i cacicchi pidiellini che hanno già la testa al dopo, anche se tacciono. 

Quelli che pensano che sulle note di Gigi D’Alessio si sia chiusa l’ultima campagna elettorale con Berlusconi premier. Chissà.

Sfiga su Lega e Pdl, dopo Milano bufera sulla giunta Cota.




27 maggio 2011 - Caterina Ferrero, assessore alla Sanità della Regione Piemonte, è indagata per una vicenda di appalti truccati.

Un tornado si abbatte sulla sanità piemontese. L’assessore regionale Caterina Ferrero riceve un avviso di garanzia (e restituisce le deleghe) per turbativa d’asta, cinque persone – tra cui il suo braccio destro Piero Gambarino - finiscono in carcere, altri due vanno agli arresti domiciliari e altri due vengono indagati a piede libero. E’ l’inchiesta ‘Dark Side’ della guardia di finanza, che ha spalancato uno scenario fatto di appalti truccati, concorsi pilotati e tentativi di neutralizzare le iniziative dello Spresal, l’ufficio che si occupa di sicurezza sul lavoro. Il tutto nell’arco meno di otto mesi.
LA “SANITA’ PRET A PORTER” - Il procuratore Gian Carlo Caselli rispondendo alle domande dei giornalisti, parla di “una sanita’ buona e una cattiva”. “Una sanita’ ‘pret-a-porter’ confezionata su misura per favorire alcuni soggetti – ha aggiunto il colonnello Carmelo Cesario, che ha coordinato l’operazione delle Fiamme Gialle del Gruppo Torino - alla quale si e’ opposta una sanita’ composta di figure molto attente al buon andamento della pubblica amministrazione”. Il riferimento e’ a Paolo Monferino, nuovo direttore generale della sanita’, che si e’ adoperato per bloccare alcuni illeciti; il gip Cristiano Trevisan osserva, nelle carte processuali, che e’ stato “fortemente voluto dal presidente della Regione, Roberto Cota”. Tutto ruota attorno a Piero Gambarino, un imprenditore edile che all’improvviso, dopo l’insediamento di Caterina Ferrero, senza avere mai lavorato per la Regione e senza avere competenze specifiche in tema di sanita’, ne diventa l”alter ego”.
TURBATIVA D’ASTA - “Sembra che l’assessore sia lui”, si dice in una conversazione intercettata dagli inquirenti. L’assessore é indagata solo per due vicende. La procura non ne ha chiesto la sospensione dalle funzioni perché – ha detto Caselli – questa misura non è applicabile a chi è stato eletto; e la Ferrero, prima di entrare nella giunta, era in consiglio regionale. Gambarino spunta in quasi tutti gli episodi contestati: risponde anche di concussione. Il primo caso è l’appalto di 50 milioni per la fornitura di pannoloni (“ausili monouso per incontinenza”) da consegnare agli anziani. La gara fu bloccata dall’assessore Ferrero il 23 settembre e lo stesso giorno ci fu un accordo sottobanco con Federfarma per assegnare la commessa alle farmacie.

CONCORSO PILOTATO – Il secondo è un concorso per una consulenza, disegnato su misura per un ex funzionario di una Asl. Il terzo riguarda una “punizione” inflitta allo Spresal, colpevole di fare controlli troppo solerti su un’azienda: il titolare dell’azienda si lamento’ con un consigliere regionale del Pdl, Rosanna Valle (che non e’ indagata), la quale si rivolse a Gambarino. Non potendo toccare la direttrice dello Spresal (‘e’ una consulente di Guariniello, e’ un rischio’ si legge in una intercettazione), si preferi’ impedire che una funzionaria salisse di grado. Qui la Ferrero non e’ indagata, ma nel capo d’accusa si sottolinea che fu ‘soddisfatta’ dall’andamento della vicenda.
5 ARRESTI - Per altri episodi sono stati arrestati Piefrancesco Camerlengo, figlio di un noto imprenditore del settore delle case di cura private; Franco Sampò, sindaco di Cavagnolo (Torino); Vito Plastino, commissario straordinario dell’Asl 5; Marco Mozzati, titolare di uno studio dentistico. Arresti domiciliari per Luciano Platter, presidente di Federfarma Piemonte, e Marco Cossolo, segretario di Federfarma Torino. L’architetto Maurizio Pasqualino Fico e’ stato interdetto dalla professione per due mesi. Indagato a piede libero e’ Sergio B., considerato il beneficiario del concorso.
DELEGHE NELLE MANI DI COTA – Le deleghe dell’assessore Ferrero, esponente del Pdl all’interno della giunta regionale a guida leghista, sono ora in capo al presidente Roberto Cota, in attesa che la vicenda si chiarisca. La decisione di rimettere le deleghe nelle mani del governatore è stata comunicata dal presidente del Piemonte alla fine di una giornata concitata. “Come governatore impegnato in una profonda riforma dell’intero sistema sanitario regionale – ha affermato Cota – il mio primario interesse è che le mele marce siano individuate e neutralizzate: su questo, nessuna pietà”. Quanto all’inchiesta, che ha portato a sette ordini di custodia cautelare nei confronti di sindaci e imprenditori, l’auspicio di Cota è che “si provveda in tempi brevi ad accertare i fatti”.
(ANSA)

“Da Berlusconi volgarità inaccettabili”: la sottosegretaria sbatte la porta e se ne va.




28 maggio 2011 - Daniela Melchiorre “non può accettare” le parole del Cavaliere sui magistrati.

Daniela Melchiorre, sottosegretario del Governo, in forza ai Liberaldemocratici che furono di Lamberto Dini, si dimette dal governo dopo le affermazioni di Silvio Berlusconi, pronunciate e reiterate ieri al G8 sulla magistratura che in Italia eserciterebbe una “vera e propria dittatura”, tanto da convincere il premier a “parlarne a tutti i leader europei”, compreso Barack Obama in anteprima: episodio sul quale la stampa americana ha mostrato ben più di una perplessità. Il Cavaliere ieri ha reiterato le affermazioni anche con altri leader come Vladimir Medvedev, e il sottosegretario ha deciso che era sufficiente per prendere la porta.
DIMISSIONI Con una polemica lettera di dimissioni l’esponente del governo sbatte la porta e se ne va. Ennesimo colpo all’universo berlusconiano ormai in fibrillazione. “Fermatelo”, qualcuno mormora nello staff, e ce lo racconta Carmelo Lopapa su Repubblica.
Il primo atto lo mette nero su bianco e lo ha recapitato alle 20 a Palazzo Chigi il neo sottosegretario allo Sviluppo economico Daniela Melchiorre. La liberaldemocratica, che assieme a Italo Tanoni aveva abbandonato il terzo polo per tornare in maggioranza, si dimette dall’incarico di governo. Quella poltrona, fa notare, non l’aveva volutamente occupata in queste due settimane dalla nomina. E al voto di fiducia di martedì scorso i due non avevano partecipato. La lettera della Melchiorre fa riferimento proprio alle «incredibili esternazioni del presidente del Consiglio contro i magistrati all’incredulo presidente Obama al G8». Spiega: «Non ho potuto far altro che constatare che non vi è, almeno per me, uno spazio per proseguire, o meglio avviare, un contributo effettivo all’attività governativa». Parla da ex magistrato, la sottosegretaria che nel governo aveva ricoperto l’incarico alla Giustizia, e sostiene che «si è superata la misura: non è francamente accettabile che si giunga alle volgarità dei giorni passati» e alla «delegittimazione» dei suoi colleghi, per di più in un vertice internazionale. «Non posso dimenticare — scrive — di essere un magistrato e di aver indossato con orgoglio e con onore la mia toga: orgoglio e onore che sono quelli della quasi totalità dei magistrati che, silenziosamente, svolgono il proprio dovere tra difficoltà e rischi, carichi e disagi». E che invece vengono definiti «cancro da estirmare: per me è impossibile far parte di un governo il cui capo sconsideratamente parla di “dittatura dei giudici di sinistra”»


Non ha mai preso possesso del suo posto da sottosegretario, Daniela Melchiorre, che si dice, nella lettera che Repubblica mette in pagina anche in fotografia e che riportiamo qui a lato, “indisponibile” a vivere e rappresentare un governo guidato da chi delegittima l’intera magistratura di cui, come abbiamo letto, la Melchiorre ha fatto “orgogliosamente parte”. “Irrevocabili” da parte sua le dimissioni, e ora Silvio deve fare i conti con un altro pasticcio. Sono molti ormai nello staff, nel cosiddetto inner circle del premier – lo abbiamo visto in precedenza, raccontando con Francesco Verderami dal Corriere della Sera – a ritagliarsi un futuro autonomo che vada oltre Berlusconi.

PARTITO BALCANIZZATO I più stimati consiglieri iniziano a pensare che la situazione stia sfuggendo di mano.
Solo la punta dell’iceberg, rispetto a quello che sta per accadere. «Da lunedì può succedere di tutto» per dirla con la bolzanina del Pdl Michaela Biancofiore, già con un piede fuori, «perché il Pdl è finito». Proprio il partito del premier è sulla via della balcanizzazione. Non ci sono solo gli ex forzisti pronti a chiedere conto dei risultati di domani a Verdini e La Russa. C’è l’intero mondo degli ex An in ebollizione. Matteoli e Alemanno tentati dall’idea dei gruppi autonomi. La governatrice del Lazio Polverini che denuncia la «fine della coalizione» in Regione, dopo la «compravendita» di due suoi consiglieri ad opera del Pdl. Insomma, è il caos. In cui conta di dire la sua, nonostante gli atti inchiesta riemersi a suo carico, Claudio Scajola e il drappello di una decina di deputati a lui fedeli. Tutto è in movimento.
Il parterre delle forze in campo registra gli ammiccamenti fra i meno contenti di stare in Futuro e Libertà – Adolfo Urso e Andrea Ronchi – e gli ex An un po’ ribelli, come Gianni Alemanno. Renata Polverini inizia a trescare addirittura con PD. Micaela Biancofiore da Bolzano ipotizza addirittura gruppi autonomi insieme alle truppe di Scajola. Ignazio la Russa ormai nel guado, insieme alla pattuglia dei coordinatori, la prima linea del PdL. E Gianni Letta? Molti lo chiamano in causa:” Se non ha in mano lui la situazione, tutto precipita.
Quando la barca fa acqua le tope scappano.

27 mag 2011

Cambiare cavaliere. La prima donna a capo degli industriali italiani sembra convinta che la discesa in capo di Berlusconi sia stata dettata dalla difesa degli interessi personali.




"Noi saremo pronti a batterci per l'Italia, anche fuori dalle nostre imprese», ha tuonato Emma Marcegaglia nelle conclusioni - molto applaudite - della sua relazione all'Assemblea annuale di Confindustria. Una chiamata alle armi affinché gli industriali si impegnino direttamente in politica.

Marcegaglia sembra aver dimenticato che l'attuale capo del governo è un imprenditore. Ma non è così.
 

La prima donna a capo degli industriali italiani sembra convinta che la discesa in capo di Berlusconi sia stata dettata dalla difesa degli interessi personali, e sembra altrettanto convinta che Berlusconi abbia i giorni contati e per questo è pronta a cambiare cavallo. Anche se lascia aperto uno spiraglio al governo: «se il risultato elettorale finale convincerà governo e maggioranza di avere davanti a sé ancora due anni di lavoro, la loro agenda deve concentrarsi su un'unica priorità: la crescita». E, comunque, in un passo precedente aveva sostenuto che «le priorità della politica erano altre e diverse».

Nelle parole della Marcegaglia si può leggere una straordinaria convergenza con quanto sostiene Bersani: il governo è impegnato unicamente nel fare gli interessi del gran capo. 
Certo, il modello di crescita suggerito non è nuovo: è tutto concentrato sul profitto. Che significa aumento della produttività, della flessibilità e diminuzione dello stato sociale e delle garanzie. Come quella del contratto nazionale. È un modello che esalta le privatizzazioni, a iniziare da quella dell'acqua, ma in definitiva ha una logica, perché impone delle scelte di politica economica che cozzano con quanto finora fatto dal governo del quale, tuttavia, Confindustria ha sempre condiviso le scelte a cominciare dalla guerriglia alla Fiom.


La relazione della Marcegaglia è la prova che i padroni non hanno più un riferimento certo: il governo del «non fare» sta indebolendo anche la loro organizzazione. E allora la Confindustria cerca altre sponde, altri referenti e non volta le spalle a questo centrosinistra che vorrebbe ancora più ricettivo rispetto ai desiderata padronali. Il punto è capire se una convergenza per far fuori Berlusconi si possa realizzare: per il centrosinistra è l'obiettivo prioritario, ma alleandosi con la Confindustria sarà costretto a ingoiare bocconi amari, anche se a inghiottire il rospo saranno soprattutto i lavoratori.

E la domanda è: riuscirà un capitalismo «illuminato» a tirare l'Italia fuori dal pantano nel quale è stata sprofondata da Tremonti e Berlusconi? 

Si può anche fare un pezzo di strada insieme con il nemico (i vecchi comunisti parlavano di «compagni di strada») ma per farlo bisogna - a sinistra - avere le idee chiare. Non è semplice, anche perché la Confindusria, al contrario, sa quel che vuole. Non a caso la parte migliore della relazione della Marcegaglia è stata dedicata alle mancanze del governo e alla puntuale smentita dei luoghi comuni sulla bassa crescita e il ruolo del Sud, di cui si riempie la bocca il ministro dell'economia. 

Il compitino è stato fatto e se la sinistra vuole associarsi deve dire un sì incondizionato.

Ballottaggio, solo in quattro Comuni su sedici Lega e Pdl vanno uniti.


Manifesto della Lega a Gallarate.



Dopo la debacle di Milano, il partito di Bossi misura quanto potrebbe fruttare in termini di voti la rottura con Berlusconi. Emblematico il caso di Gallarate dove la Lega invita a votare per il candidato sindaco del Partito democratico. Solo a Trieste, Chioggia, Cavarzere e San Giuliano Milanese le alleanze sono confermate.

Dopo la debacle di Milano, la Lega misura quanto potrebbe fruttare in termini di voti la rottura con il Pdl. E lo fa sul campo del ballottaggio di domenica prossima. Il caso emblematico è quello di Gallarate, dove il Carroccio ha invitato i suoi elettori a votare il candidato del Pd Edoardo Guenzani piuttosto che sostenere il Popolo della Libertà. “Amaro medicinale Guenzani. Turati il naso e vota”, si legge sui manifesti elettorali. Ma gli accordi fra Lega e Pdl sono saltati un po’ ovunque.

A Rho, nel milanese, è il candidato sindaco Carolina Pellegrini del Pdl che ha invitato gli elettori ad andare al mare domenica perché il programma del candidato della Lega Fabrizio Cecchetti, al ballottaggio contro Pietro Romano del Pd, non “convince affatto”. Sciolte le riserve, Pellegrini ha poi fatto un passo indietro, non più disertare le urne ma “liberi di scegliere”.

Insomma, su sedici Comuni in cui Pdl e Lega potevano apparentarsi ufficialmente, il risultato è stato raggiunto solo in quattro. E il vento del disaccordo soffia da Oderzo a Marano di Napoli. Trieste, Chioggia e Cavarzere, in Veneto, e San Giuliano Milanese sono le uniche eccezioni.

A Trieste, la Lega con il suo candidato Massimiliano Fedriga che al primo turno ha ottenuto il 6,7 per cento, è l’unico partito che ha garantito l’appoggio al candidato del Pdl, Roberto Antonione
Gli altri si sono defilati. Con Fli, Udc ed estrema destra non c’è stato apparentamento: il leader del movimento Un’Altra Trieste, Franco Bandelli ha consigliato ai suoi elettori non di andare al mare (“Perché votare è un diritto”, dice) ma di votare scheda bianca: ”Con il Pd e le forze che sostengono Cosolini esiste un’inconciliabile distanza ideologica”. Tira un mezzo sospiro di sollievo il centro sinistra di Roberto Cosolini (40,67 per cento): il centro-destra, che al primo turno aveva corso con candidati in ordine sparso, avrebbe potuto ricompattarsi. E invece, solo il Carroccio darà il suo appoggio domenica. Dimenticate le incomprensioni del passato? “Antonione ha valutato e accolto alcuni punti del nostro programma, fra cui l’abbassamento delle imposte comunali alle nuove imprese per i primi cinque anni, e la garanzia che per case e lavoro verrà data la precedenza ai residenti”, dice Fedriga. Ma è stato soprattutto il pericolo che la coalizione di sinistra potesse tornare al Comune ad aver convinto Fedriga: “La nostra città diventerebbe un centro di attrazione per tutti coloro che cercano queste garanzie”, ha commentato il candidato Pdl riguardo a quanto scritto nel programma di Sel: “Destinare risorse e garanzie di lavoro agli immigrati e alle nuove forme di nomadismo globalizzato”.

Accordo fatto anche a Chioggia, dove il candidato della Lega Massimiliano Malaspina dice “Non è stato difficile accordarsi”. Perché non correre da subito insieme allora? “Abbiamo voluto fare una sorta di primarie e siamo stati soddisfatti, la mia coalizione ha preso il 15 per cento e il candidato del Pdl, Giuseppe Casson, il 35”. Contro di loro, Beniamino Boscolo Capon (Pd), al 22 per cento.

A Cavarzere, l’accordo fra Lega e Carroccio, incerto fino all’ultimo, ha fatto serrare i ranghi anche a sinistra. “Avevamo deciso che se Pdl e Lega si fossero apparentati, lo avremmo fatto anche noi. Se ci sarà il nostro simbolo, come auspico, porterò i nostri elettori ai seggi”, ha detto Heidi Crocco di Sel.

E a San Giuliano Milanese, Stefano Dornetti, candidato leghista, al primo turno brontolava: “Ai banchetti mi danno del Pdl. Ma noi siamo talmente lontani dai loro valori che la differenziazione è assolutamente necessaria”. Qualcosa deve essere cambiato ora. “No, non è cambiato nulla – dice il candidato – correre da soli al primo turno è una strategia decisa dai vertici, serve per contarci, per verificare il potenziale della Lega. Poi automaticamente ci si ritrova al ballottaggio”.

Non proprio così automatico, visto che di apparentamento ne è riuscito uno su quattro.


26 mag 2011

Campagne anti-pregiudizi, elezioni a parte.







Prima spendiamo i soldi – circa 1 milione 400 mila euro - per promuovere una campagna che mira a proteggere le minoranze rom dalla discriminazione, in particolare dal linguaggio inferiorizzante e denigratorio utilizzato dai media e dalla politica.

Poi arrivano le elezioni e i partiti della maggioranza di governo si tuffano a pesce nei peggiori stereotipi contro i rom. Un anno fa, il 7 giugno del 2010, c’era il ministro alle Pari Opportunità Mara Carfagna in persona a presentare la campagna “Dosta!” – che in lingua rom significa “Basta!” - promossa dal Consiglio d’Europa e che impegna tutti i paesi membri (e non solo l’Italia, per chi si starà già mettendo le mani nei capelli scoprendo che spendiamo dei soldi per migliorare la qualità della comunicazione nei confronti dei rom)  a promuovere una visione dei rom più vicina alla loro realtà quotidiana e meno basata su stereotipi e pregiudizi. 
 


Poi con le campagne elettorali città come Milano vengono tappezzate con manifesti con su scritto “Milano diventerà una Zingaropoli”, e a quanto si racconta – c’è persino un esposto in Procura – vengono assoldati figuranti travestiti da persone sporche a imitazione del peggiore stereotipo sui rom, che distribuiscono volantini pro-Pisapia. 


Proprio per questo il presidente della Commissione diritti umani, Pietro Marcenaro, ha deciso di non stare a guardare e di prendere provvedimenti: oggi consegnerà un corposo dossier sulla campagna elettorale in corso nelle mani del vice segretario generale del Consiglio d’Europa Maud de-Boer Buquicchio che si trova a Roma per l’incontro delle Corti supreme dei paesi membri del Consiglio. Lo stesso verrà fatto con il presidente della Commissione diritti umani Thomas Hammaberg che arriverà in Italia domani. Insieme al dossier sulle elezioni, Marcenaro consegnerà anche quello sulla condizione dei rom e sinti in Italia. “La violenza di certe espressioni determina danni che non finiranno con i ballottaggi di domenica prossima – spiega Marcenaro - si vanifica un lavoro, come quello della Commissione diritti umani, che ha cercato di proporre su questo tema un terreno costruttivo e di confronto. Senza contare che si viene a contraddire lo stesso impegno che il governo aveva assunto con il lancio della campagna Dosta”. 
Un’altra “bella figura” internazionale.


Gli ‘indignados’ greci. In migliaia a piazza Sintagma.




Almeno 20.000 persone si sono radunate da ieri in piazza Sintagma ad Atene. 
Sono giovani e anziani, disoccupati, precarie, studenti, madri con bambini al seguito. Persone di tutti i ceti sociali messi ginocchio dalla crisi. Una protesta trasversale che per eterogeneità e forme somiglia molto a quella spagnola. Picchetti di massa si segnalano in numerose città elleniche e il contagio della protesta sembra destinato a espandersi. Le voci più che concrete di una possibile uscita dall'euro della Grecia e di un suo ritorno alla dracma stanno esasperando il clima di un Paese già messo a dura prova e la cui crisi monetaria oltre che allarmare l'Europa rischia di trasformarsi in una gigantesca operazione speculativa e di svendita del patrimonio pubblico.
Il governo greco è riluttante a mettere sul mercato asset pubblici e ritiene che le privatizzazioni avrebbero più possibilità di sucesso con un coinvolgimento diretto di Unione europea e Fondo monetario internazionale. "Il miglior modo di procedere - sostiene un banchiere coinvolto nel processo di privatizzazione - è quello di far decidere un'agenzia indipendente". "I politici locali - spiega - sono riluttanti perchè sanno che i greci sono contrari alle privatizzazioni". Il governo ha nominato diverse banche come advisor ma il processo stenta a partire poichè chi deve vendere è restio a farlo. La proposta è quella di consentire a Bce, commissione Ue e Fmi di sovrintendere al fondo che gestisce le operazioni per decidere il prezzo delle attività da cedere.


Silvio ad Obama: “Abbiamo quasi una dittatura dei giudici di sinistra”.




In Italia “abbiamo quasi una dittatura dei giudici di sinistra”. E’ quanto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha detto in un breve colloquio con il presidente degli Stati Uniti Barack Obama a margine del G8, ascoltando la registrazione della conversazione tra i due ripresa dalla telecamere del circuito chiuso del vertice. “Noi abbiamo presentato una riforma della giustizia che per noi è fondamentale – si sente dire al premier, che ha parlottato per qualche minuto con Obama con l’aiuto dell’interprete prima dell’inizio della sessione di lavoro dedicata al tema della sicurezza nucleare – perché in questo momento abbiamo quasi una dittatura dei giudici di sinistra”. 26 maggio 2011.


  















































25 mag 2011

Tasse, tutte le promesse non mantenute dal Cavaliere.




25 maggio - All’ufficio di Presidenza del Pdl Silvio Berlusconi sembra pensare già al domani del governo. «Le amministrative non sono un test politico, e la gente è stanca di vessazioni fiscali». Del resto «meno tasse per tutti» è una sua antica promessa. Abbiamo confrontato le parole e i fatti di questi 17 anni.

«La gente è stanca della vessazione fiscale, è ora di fare la riforma». Parole di oggi, parole di Silvio Berlusconi. Diciassette anni fa il primo annuncio. «Arriverà l’aliquota unica al 33%». Era il 1994 e Silvio Berlusconi si affacciava per la prima volta sulla scena politica italiana. Oggi l’ultimo rilancio, l’ennesimo di lunga lista. Eppure, guardando il calendario, non devono stupire queste dichiarazioni. In tempo di elezioni, ogni promessa è valida. E quelle sulle imposte sono sempre le più funzionali allo scopo ultimo: vincere la tornata elettorale.
Oggi l’ufficio di presidenza del Pdl si è riunito per definire la via da seguire per vincere i ballottaggi elettorali. E come sempre tornano i leit motiv della presidenza Berlusconi. Tasse, piano per il Mezzogiorno, riduzione dei costi della politica: sono questi i temi ricorrenti del Governo di cui nell’ultimo decennio continua a promettere la realizzazione senza metterla poi in atto. Il tutto spesso in contrasto con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. 
Il bilancio della riforma fiscale, la rivoluzione che fin dalla sua discesa in campo è stato il primo punto di Berlusconi, non è roseo. Nel Contratto con gli italiani, la previsione era quella un’esenzione sotto gli 11.362 euro e poi due aliquote: 23% sotto i 103.290 euro e 33% al di sopra. A dieci anni di distanza, l’esenzione è sotto i 4.800 euro per i lavoratori autonomi e sotto gli 8.000 per i dipendenti, le aliquote sono cinque, dal 23% al 43% per chi supera i 75.000 euro. Ma non solo la promessa delle aliquote non è stata rispettata. Anche la pressione fiscale è aumentata nell’ultimi decennio. A certificarlo è l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) che, per l’ultimo anno, ha registrato un carico tributario superiore del 43,5%, in rapporto al Prodotto interno lordo (Pil), per il nostro Paese. Un valore che ci garantisce il terzo posto dei più tartassati dell’area Ocse. Dieci anni fa, la quota era del 42,5%, sempre secondo l’organizzazione parigina. Quindi, non solo le tasse non sono state abbassate, ma sono perfino aumentate di un punto percentuale. E oggi il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Claudio Siciliotti, durante l’assemblea nazionale di Roma, ha rimarcato come la strada verso un fisco virtuoso sia ancora lunga. «La pressione fiscale reale in Italia è giunta al 51,63% e non ci sono segnali di miglioramento nei prossimi anni», ha detto Siciliotti.
Gli ostacoli alla rivoluzione fiscale tanto decantata da Berlusconi e Tremonti non sono stati pochi, almeno nelle loro parole. In primis troviamo la crisi finanziaria internazionale. Eppure, ogni recessione è foriera di opportunità di cambiamento, di trasformazioni. Caso più unico che raro è quello italiano: non solo abbiamo continuato, nonostante un’ampia maggioranza di governo, ad adottare «lo stesso sistema fiscale del 1971», come ha ricordato Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, nei primi giorni del gennaio 2010. Ma abbiamo anche evitato come la peste tutte le riforme possibili. Eppure, dopo le parole di Bonaiuti, qualcosa sembrava essersi smosso. Passa una settimana e arrivano le repliche di Berlusconi, «riforma fiscale e semplificazione entro fine anno», e Tremonti, «la riforma fiscale arriverà nel 2013». E in queste ore si continua a parlare di questa chimera. L’ultimo in ordine temporale è stato il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi: «La riforma è sostanzialmente pronta e sarà strutturata su una fiscalità del salario collegata ad aumenti di produttività».
Sono passati quasi diciassette anni e svariate legislature da quel 1994 in cui un’imprenditore di successo decise di entrare in politica. Diciassette anni in cui la pazienza del bacino primigenio di Berlusconi, il mondo imprenditoriale, è andato sempre più assottigliandosi. Colpa delle promesse mancate, piuttosto che del malgoverno. E non c’è peggior aspettativa inattesa di quella che colpisce il portafoglio, specie durante la maggiore crisi economica dal Secondo dopoguerra. Qualcosa è stato fatto con l’ultimo decreto Sviluppo dello scorso 5 maggio: 18 mosse volte a semplificare la vita fiscale delle imprese. Tuttavia, si tratta di un gesto simbolico. Rimane da fare la rivoluzione fiscale. Oggi è arrivato l’ennesimo annuncio. Come sempre, saranno i fatti a parlare.  

Vecchi, giovani, precari.... Questo non è un paese.




Oltre la metà delle pensioni erogate dall'Inps, precisamente il 50,8%, non arriva a 500 euro al mese.
È quanto si evince dal Rapporto annuale dell'istituto. La quota sale al 79% se si considera la soglia dei 1.000 euro lordi mensili. L'11,1% presenta importi compresi tra i 1.000 e i 1.500 euro mensili e il 9,9% superiori ai 1.500 euro. Per quanto riguarda le pensioni da 500 a 1.000 euro mensili, continuano a prevalere le pensioni femminili con il 30,5% rispetto al 24,9% delle pensioni maschili. il trend si inverte nelle classi di importo più elevato, laddove le pensioni dei titolari maschi presentano pesi percentuali nettamente più significativi: il 18,9% tra i 1.000 e i 1.500 euro mensili (contro il 5,6% per le donne) e il 20,2% con importi superiori ai 1.500 euro mensili (a fronte di appena il 2,6% per le pensioni erogate alle donne). Il gruppo più numeroso di pensionati è rappresentato dai titolari di sole pensioni di vecchiaia (7,2 milioni), ai quali è destinato un reddito pensionistico lordo medio mensile pari a 1.182,82 euro. Il secondo gruppo in termini di numerosità è costituito dai titolari di almeno due pensioni di tipo previdenziale non della stessa specie (1,6 milioni), che mediamente ricevono 1.185,31 euro al mese. Seguono i beneficiari di sole pensioni assistenziali (1,5 milioni) che percepiscono mediamente 621,71 euro mensili e, nell'ordine, i percettori di prestazioni assistenziali associate a una qualche prestazione di tipo previdenziale (1,4 milioni) con importi medi mensili pari a 1.338,98 euro, i titolari di sole pensioni ai superstiti (1,3 milioni), che ricevono mediamente ogni mese 869,15 euro e i beneficiari di sole pensioni di invalidità previdenziale (circa 717mila) con importi medi mensili di 754,30 euro.
Su 88.123 accertamenti ispettivi svolti dall'Inps nel 2010 nell'ambito dell'attivitàdi vigilanza e contrasto al lavoro nero ed irregolare, 67.955 hanno dato esito irregolare. È quanto si legge nel Rapporto annuale che l'Istituto presenta oggi. «Le imprese in nero e i lavoratori autonomi non iscritti - spiega lo studio - sono risultati 16.670 e 77.636 i lavoratori irregolari e in nero. Sono stati accertati 669 milioni di euro di contributi evasi, di cui 377 milioni per lavoro nero. Sono stati, inoltre, accertati 208 milioni di euro di somme accessorie e risparmiati 245 milioni di euro a seguito di annullamento di rapporti di lavoro ritenuti 'fittizì portando il totale generale accertato a 1.122 milioni di euro». Sempre lo scorso anno «visti i risultati positivi del 2009», l'Inps ha rinnovato la collaborazione con l'Agenzia delle Entrate «dando corso all'operazione 'Poseidone 2', promossa per individuare, attraverso l'incrocio dei dati presenti negli archivi dei due Enti, soggetti che sfuggono all'obbligo del pagamento dei contributi» e ha «sottoscritto un nuovo accordo bilaterale quinquennale che rinnova e rafforza l'alleanza tra i due Enti per il contrasto all'evasione fiscale e contributiva».