Mesta chiusura di campagna elettorale.
Il Cav. non va oltre l’ossessione delle toghe: «È mio dovere informare che la giustizia è una patologia. Vogliono farmi fuori con una sentenza. Puntano al patrimonio». Ma i suoi tacciono. Frattini: «È un uomo sofferente».
Si avvicina, di nuovo, a Obama, quasi a cercare conforto nel contatto umano. Cerca Medvedev per condividere la sofferenza, l’ossessione più forte della volontà. Le parole, sempre quelle: «Ben 31 processi contro di me, da 24 sono uscito pulito». Poi, livido in volto, ingessato nei movimenti, nella conferenza stampa conclusiva del G8 di Dauville, Silvio Berlusconi recita lo spartito della persecuzione giudiziaria.
Il solito, d’un fiato «Sui mezzi di informazione si è dato ampio risalto ad una mia conversazione con il presidente americano Barack Obama. Non ho parlato solo con Obama, ma anche con tutti gli altri. È mio preciso dovere istituzionale, ogni qual volta incontro capi di Stato e di governo, informare sulla situazione in Italia. La verità è che si continua ancora sul tentativo di togliermi dalla scena politica con una sentenza, per aiutare così quella sinistra che non ci è riuscita con il responso delle urne».
Il testo è scritto, interpretato senza enfasi, più come un atto di dolore che come una rabbiosa accusa: «Nel nostro paese si è creata una situazione non più tollerabile di interferenza di alcuni magistrati della pubblica accusa nei confronti dei rappresentanti del popolo democraticamente eletti con accuse completamente destituite di ogni fondamento». Triste solitario y final, il Cavaliere prova a drammatizzare, ad alzare il livello dello scontro. Ma lo fa senza strategia, con parole stanche, con la solita sequenza logica. Manca l’effetto, la trovata, il colpo a sorpresa. Manca pure quando recita il bis a Napoli, in serata, sul palco condiviso con Gigi D’Alessio. Non una parola che non sia già sentita, su Napoli, sulla magistratura, sulla sinistra. Eppure il palcoscenico si presterebbe a un atto creativo, politico. Sia quello internazionale sia quello campano.
E invece il premier pare soffocare nei panni stretti dell’imputato, non dissimula di sentirsi incompreso. In Francia come a Napoli come ovunque: «È più che doveroso - dice - spiegare questa situazione a chi, soprattutto all’estero, non riesce a comprenderla anche perché troppo spesso è travisata da una certa informazione che, anziché narrare i fatti, tende a delegittimare le istituzioni del nostro paese. Quello che succede nel nostro paese è una patologia della nostra democrazia». E poco importa che l’eloquente silenzio del suo mondo è il segnale dirompente che qualcosa si è rotto. La mente torna sempre al male oscuro che sembra corrodere il Cavaliere, senza freni: «Ritengo fondamentale che si sappia non solo a quale persecuzione sono stato e vengo sottoposto, ma quale è oggi il tentativo di aggredirmi anche sotto il profilo patrimoniale con una sentenza che è totalmente fuori da ogni logica se non quella di colpirmi per favorire un mio avversario politico».
Per esorcizzare la solitudine Berlusconi spiega al mondo la persecuzione, ma in agenzia non si registra la solidarietà neanche di un peone o di un responsabile. Unico ruggito del leone che fu, verso la stampa, contro le jene dattilografe, che travisano, che deformano la realtà, che non spiegano al mondo la persecuzione cui è sottoposto: «È scandaloso che voi non vi scandalizziate. Mi permetto di dire: vergognatevi». Pure l’annuncio di una resistenza a oltranza non scuote, sintomo anch’esso del male oscuro: «Io non abbandonerò la politica fino a quando in Italia non ci sarà una giustizia giusta» (la sua ndr).
Per la prima volta Silvio Berlusconi avverte che qualcosa è cambiato. Per la prima volta si percepisce che, tutt’attorno, il servo encomio tace e il codardo oltraggio è solo trattenuto. E per la prima volta il Cavaliere, simbolo di un potere onnipotente e senza freni, appare come un uomo «sofferente» (copyright di Franco Frattini). Perché mai come questa volta la sconfitta potrebbe segnare il tramonto di un’epoca. Lo spettro della verifica invocata dalla Lega già incombe sul dopo voto. Pure i distinguo del Carroccio sul Libano - dopo quelli sulla Libia, sui ministeri, su Milano - lasciano intendere che non sarà indolore.
Ma la resistenza non è stata organizzata. E non c’è un azzurro che scommetta sul termine naturale della legislatura. Solo se il Cavaliere si convincesse a gestire la transizione (e la successione) - dicono i ben informati - si potrebbe evitare il rischio di una crisi entro l’anno ed elezioni nella prossima primavera. Ma nessuno crede in un passaggio soft. Non è da Berlusconi. E non è da questo Berlusconi, simulacro ingiallito della leadership che fu. Segno dei tempi, il premier non ha nemmeno un’idea su come mettere la faccia sulla sconfitta, che in molti considerano annunciata sia a Napoli sia a Milano.
Lunedì sarà a Bucarest per un trilaterale che pare fissato proprio per evitare di stare in Italia il giorno del dramma; martedì si riunirà l’ufficio di presidenza del Pdl per trovare uno straccio di liena. Con i cacicchi pidiellini che hanno già la testa al dopo, anche se tacciono.
Quelli che pensano che sulle note di Gigi D’Alessio si sia chiusa l’ultima campagna elettorale con Berlusconi premier. Chissà.