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ieri, oggi e domani

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30 giu 2011

L'Espresso fa i conti: ecco i voli blu del Governo Berlusconi. E’ spreco record.




Due nuovi super elicotteri per Berlusconi: 50 milioni di euro l'uno, tutti pagati dai contribuenti.

Più di trenta aerei a disposizione del governo, sempre a spese nostre.

E 8.500 ore di volo nel 2010, il massimo di sempre: per soddisfare ogni capriccio di ministri, viceministri e sottosegretari.

Ecco tutti i numeri della vergogna.


Il regalo potrebbe venire consegnato a fine settembre, giusto in tempo per festeggiare il suo settantacinquesimo compleanno: un dono coi fiocchi, degno dell'anniversario speciale. Anche perché a pagarlo saranno tutti gli italiani, che hanno contribuito ad acquistare il nuovo elicottero presidenziale di Silvio Berlusconi. 

Alla faccia dei tagli e del rigore, sulla pista di Ciampino atterrerà uno sfavillante Agusta-Westland Aw-139 con interni in pelle e optional hi-tech: la nuova ammiraglia del trasporto di Stato. Un gioiello potente, silenzioso, sicuro e lussuoso che offre a cinque passeggeri il meglio del meglio, dall'aria condizionata agli schermi al plasma. E il Papi One non resterà solo: confermando la passione del Cavaliere per le gemelle emersa dall'inchiesta sul bunga bunga, nel giro di qualche mese sarà raggiunto da una seconda fuoriserie dei cieli. 

Un altro Aw-139, con lo stesso sfarzo e qualche poltrona in più per addolcire le trasferte di governo con lo staff di consiglieri (e spesso segretarie molto particolari). La coppia di macchine dovrebbe costare intorno ai 50 milioni di euro, ma il contratto è stato abilmente nascosto nei bilanci, come accade per tutta la contabilità dei jet di Stato diventati il privilegio supremo della politica.

Potersi imbarcare sugli aerei blu è lo status symbol numero uno, con la corsa di ministri e sottosegretari a prenotare decolli illimitati. Nel 2010 lo stormo che si occupa delle trasferte governative ha bruciato quasi 8.500 ore di volo, segnando un nuovo record dello spreco di denaro pubblico: è come se ci fosse stato un velivolo sempre in cielo, notte e giorno, senza sosta per un intero anno. Un viaggio ininterrotto lungo 365 giorni: quanto basta per andare su Marte e tornare indietro. Un paragone ridicolo? Anche i nostri politici spesso ordinano missioni assurde: «Per due volte un membro dell'esecutivo ha preteso un jet che lo portasse da Milano Linate a Milano Malpensa. Il Falcon è partito da Roma Ciampino, è atterrato a Linate per caricare l'autorità e ha compiuto la trasferta di cinque minuti per poi rientrare nella capitale. Una spesa senza senso solo per assecondare i capricci di un ministro», racconta a "l'Espresso" un alto ufficiale dell'Aeronautica.

La manovra che riesce meglio ai ministri è proprio quella che ogni weekend li fa atterrare accanto a casa. Mentre il costo di questi sfizi d'alta quota resta un mistero, protetto dai burocrati di casta. Il valore commerciale delle ore di volo - ossia quello che si pagherebbe per noleggiare gli stessi aerei da una compagnia privata - è di oltre 100 milioni di euro l'anno. Ma sull'amministrazione pubblica pesano soltanto carburante, ricambi e manutenzione per un totale che dovrebbe comunque superare i 60 milioni.

Non solo: i politici viaggiano due volte a sbafo. Palazzo Chigi si dimentica di rimborsare le somme spese dall'Aeronautica. E non si tratta di cifre secondarie: lo studio della Fondazione Icsa, il più importante think tank italiano di questioni strategiche, mostra un debito di ben 250 milioni di euro. L'analisi presentata dal generale Leonardo Tricarico, ex comandante dell'aviazione ed ex consigliere di Berlusconi, evidenzia come in un decennio la presidenza del Consiglio si sia lasciata alle spalle una montagna di quattrini anticipati dai militari per le trasferte ufficiali e le gite dell'esecutivo. Solo lo scorso anno l'Aeronautica si è accollata 25 milioni di euro per i viaggi a scrocco; nel 2009 sono stati 23 milioni e nel 2008 altri 20, quasi tutti sborsati dopo il ritorno di Silvio al potere. Il primato risale al vecchio esecutivo del Cavaliere, con i 30 milioni regalati nel 2004 per i decolli frenetici della campagna elettorale delle Europee che videro il trionfo del centrodestra.

Ma queste somme rappresentano soltanto una parte dello sperpero alimentato dagli habitué dei voli blu: sono l'extra dell'extra. Ogni dicembre la Difesa preventiva uno stanziamento molto frugale per l'anno successivo, assecondando i buoni propositi di Giulio Tremonti: per il 2011 sono stati ipotizzati 4 milioni. Una cifra beffarda, che basta appena per qualche mese di combustibile. Così a giugno si rifanno i calcoli e si cerca di ripianare le fatture per lo sfrecciare dei politici alati. Che sono più veloci dei fondi e si lasciano una scia di euro bruciati oltre tutti i limiti. Nel 2009 ci sono state 1.963 "missioni di Stato": più di cinque al giorno, includendo sabati e domeniche. Un attivismo impressionante, proseguito nel primo trimestre 2010 con altre 486 spedizioni. Impossibile decifrare quale sia stata la spesa globale: si ritiene che nell'ultimo decennio abbia superato di gran lunga gli 800 milioni.

(L’Espresso, Gianluca Di Feo)

“False le firme dei Pensionati per Cota”, Michele Giovine condannato a 2 anni e 8 mesi. La Bresso: “Ora Cota si dimetta”.




Roberto Cota rassegni le dimissioni.

Il consigliere regionale Michele Giovine, eletto nella lista “Pensionati per Cota”, è stato condannato a due anni e otto mesi nel caso delle firme false per l’accettazione delle candidature alle scorse elezioni in Piemonte.

I suoi voti hanno permesso al governatore leghista di superare la presidente uscente, Mercedes Bresso. 

Anche il padre del consigliere regionale, Carlo Giovine, è stato condannato a due anni e due mesi. Il giudice del Tribunale di Torino, Alessandro Santangelo, ha dichiarato false tutte le 17 firme disponendo l’interdizione dai pubblici uffici di Giovine senior per un anno e sei mesi e di Michele per due anni. Inoltre il consigliere regionale è stato anche privato dei diritti elettorali per cinque anni.

Contro di lui il pm Patrizia Caputo aveva richiesto una condanna a tre anni e 6 mesi, più l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni; una pena di due anni e 6 mesi era stata chiesta contro Giovine senior insieme all’interdizione dagli uffici pubblici e il divieto di candidatura per la durata della pena. “Me l’aspettavo, non c’è niente di nuovo sotto il sole. Non credo che ricorrerò”, ha detto Giovine all’uscita dall’aula andando contro l’opinione del suo difensore Cesare Zaccone, che ha annunciato già il ricorso.

Soddisfatta la Bresso, parte civile nel processo insieme ai Verdi e alla lista “Pensionati e Invalidi”: “È stata riconosciuta la falsità di una lista determinante per la vittoria delle ultime elezioni regionali. Si è accertato che le elezioni sono state falsate e vinte con la frode. Mi auguro che l’intero procedimento giudiziario faccia coincidere il diritto con la realtà politica”. Uno dei suoi avvocati, Paolo Davico Bonino, ha ricordato che la differenza voti tra Cota e la sfidante è stata di 9.372 voti, mentre i “Pensionati per Cota” ne hanno ricevuti 15.765: “Avrebbe vinto Bresso”, ha detto nella sua arringa. 

E così l’elezione di Cota, dopo mesi di attesa davanti al Tar di Torino, torna in discussione in attesa della decisione della Corte costituzionale e del Consiglio di Stato in autunno.

Giovine avrebbe potuto convalidare la sua lista in maniera molto semplice, ma non l’ha fatto. Bastava rispettare una specifica legge regionale, emanata durante il governo Bresso su forte spinta degli “habitué” delle liste civetta, tra cui figura anche lui. La norma facilita il gioco ai consiglieri già in carica: non devono raccogliere le firme dei cittadini per presentare le proprie liste, ma solo autenticare quelle dei candidati davanti a un notaio o un pubblico ufficiale. E pubblici ufficiali i Giovine lo sono. Michele (in passato già coinvolto in un processo per firme false da cui si è salvato per la prescrizione del reato) è consigliere comunale a Gurro (Verbania), mentre il padre Carlo è consigliere comunale a Miasino (Novara). I due potevano autenticare le firme dei loro candidati nei rispettivi comuni. Niente di più semplice, eppure secondo gli inquirenti i Giovine non hanno fatto neanche il minimo: le firme poste sulle liste non sono quelle dei candidati (quasi tutti parenti e anziani conoscenti, spesso abitanti in altre regioni) davanti ai due “ufficiali” nei municipi di Gurro e Miasino il 25 febbraio 2010 perché quel giorno i Giovine non erano in quei comuni: dall’analisi delle utenze telefoniche risulta che Michele non era a Gurro, ma a Torino; il padre non era a Miasino, ma in giro per altre province del Piemonte; e non erano né a Gurro né a Miasino neanche i candidati, cinque dei quali hanno dichiarato al giudice Santangelo di non aver proprio posto la loro firma sui moduli elettorali. “Tutte queste falsità sono confluite in un’unica falsità che è la lista elettorale. Un fatto estremamente grave perché è lo sfregio più totale di ogni forma di legalità”, ha sostenuto il pm Caputo nella requisitoria del 25 maggio scorso. A questo comportamento, “si aggiunge un reiterato inquinamento probatorio mai visto prima”: molti testimoni sono stati contattati prima delle udienze e istruiti sulla versione da fornire.

Il 6 ottobre prossimo la Corte costituzionale dovrà decidere se il giudice amministrativo e il Consiglio di Stato hanno la competenza per deliberare sull’esito elettorale. In caso positivo, una volta acquisite le carte del processo penale, i giudici amministrativi potranno andare a sentenza in due mesi, stabilire se invalidare le elezioni, assegnare la vittoria della Bresso o mandare i piemontesi alle urne di nuovo.

L’Italia, campione mondiale della Casta.




30 giugno 2011
I privilegi dei politici italiani sono superiori a quelli degli altri paesi.
I costi della politica sono sempre più insopportabili per la maggioranza dei cittadini. Le economie occidentali sono in grande difficoltà, la disoccupazione altissima e i bilanci pubblici in una situazione di estrema sofferenza. L’ansia della popolazione per il peggioramento delle proprie condizioni di vita trova un facile obiettivo, le laute retribuzioni di chi governa e porta a casa risultati scadenti. 
L’Italia è la patria dei privilegi dei politici, ma nelle altre grandi Nazioni europei i parlamentari non se la passano certo in modo malvagio.
ITALIA, REGNO DELLA CASTA In Italia i parlamentari eletti sono 945, suddivisi in 630 deputati e 315 senatori. Ogni parlamentare rappresenta circa 64 mila concittadini, un rapporto abbastanza basso se confrontato con la media europea, e che non ha paragoni con gli Stati Uniti, dove un membro del Congresso, Camera dei Rappresentati o Senato, rappresenta circa 600 mila abitanti. A livello regionale in realtà le cose vanno anche peggio. I consiglieri regionali non guadagnano come i parlamentari, però la loro remunerazione non è molto lontana da quella dei loro colleghi politici di professione. Se in Lombardia un consigliere regionale rappresenta circa 80 mila abitanti, in Molise si arriva ad un consigliere per poco più di 10 mila abitanti, un rapporto che non esiste neanche in molti consigli provinciali. Il guadagno medio di un parlamentare italiano è assai elevato. 
Alla Camera si parla di circa 15 mila euro mensili, lorde, mentre al Senato la cifra sfiora i 17 mila. La legge che stabilisce le indennità dei parlamentari è la numero 1261 del 1965, normativa mai cambiata se non per ritoccare, sempre verso l’alto, le retribuzioni degli eletti nelle camere legislative del nostro Paese.  
È fissata in misura non superiore al trattamento complessivo massimo annuo lordo dei magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di Cassazione ed equiparate. L’indennità è corrisposta per 12 mensilità. L’importo mensile è pari a 5.941,91 euro, al netto delle ritenute previdenziali (€ 833,10) e assistenziali (€ 559,54) della quota contributiva per l’assegno vitalizio (€ 1.069,35) e della ritenuta fiscale (€ 4.030,42). 
Viene riconosciuta, a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma, sulla base della stessa legge n. 1261 del 1965.
All’indennità si somma la diaria, che ammonta a 4.003,11 euro mensili. Tale somma viene ridotta di 206,58 euro per ogni giorno di assenza del deputato da quelle sedute dell’Assemblea in cui si svolgono votazioni, che avvengono con il procedimento elettronico.
È considerato presente il deputato che partecipa almeno al 30 per cento delle votazioni effettuate nell’arco della giornata.

A queste voci si sommano altri benefici, a partire dalle spese per i collaboratori, trattamenti pensionistici di gran lusso, e rimborsi molto generosi per le spese di viaggio. Insomma, entrare alla Camera è un affare, come dimostra uno studio del 2008, che rilevava come la gran parte dei deputati ricevesse un aumento del reddito pari al 77% nel momento dello sbarco a Montecitorio.
I colleghi del Senato se la passano ancora meglio, grazie ad alcuni voci di rimborso più ricche rispetto ai deputati. La struttura dei compensi è la medesima, divisa in varie voci che permettono di gonfiare fino a 17 mila euro mensili le retribuzioni.
I loro colleghi nei consigli regionali ricevono anch’essi compensi molto generosi.
Ogni Regione ha le sue regole, ma i numeri sono sempre vertiginosi. Limitandoci alle Regioni dove si è votato nello scorso week-end, si va dai 16.000 euro mensili guadagnati da un consigliere regionale del Piemonte ai 6.597 euro dell’Umbria. Sopra la soglia dei 10.000 euro anche Puglia (13.830 euro), Abruzzo (13.359), Lombardia (12.555), Emilia-Romagna (11.053 euro), Calabria (11.316) e Campania (10.976 euro).
EUROPA, UN ALTRO BENGODI Il Parlamento europeo è un’altra assemblea legislativa dove difficilmente si può sostenere che gli eletti abbiano vita dura, dal punto di vista delle retribuzioni. Certo, per gli italiani la pacchia è finita, perché con la passata normativa potevano sommare i benefici garantiti dalla Ue con le retribuzioni dei parlamentari italiani. Il meglio che c’era, ed infatti molti big si candidavano a Strasburgo e Bruxelles. Da ora invece è entrata in vigore una retribuzione unica per tutti gli europarlamentari. L’indennità mensile è di circa 8 mila euro lordi, che diventa 6.200 netti una volta detratte le tasse e i contributi. Ogni mese si ricevono 4.299 euro in modo forfettario per le spese generali sostenute per la propria attività, mentre ogni volta che si partecipa ad una seduta si ha diritto ad un gettone di presenza di 304 euro. Si ha diritto inoltre ad un rimborso per i viaggi effettuati per andare a Bruxelles e Strasburgo, e la tariffa è di cinquanta centesimi a chilometro. La parte più cospicua è quella relativa alle spese per gli assistenti, che arriva a quasi 20.000 euro mensili. Ovviamente si ha diritto ad una pensione, a partire dai sessantatre anni, mentre quando si esce dall’Europarlamento arriva un trattamento finale di un minimo di sei mensilità e di un massimo di ventiquattro.
GERMANIA, ARRIVA L’AUMENTO Il più grande paese europeo tratta bene i suoi parlamentari, che in questo momento stanno pensando di aumentare la propria indennità mensile, incrementandola di seicento euro da qui al 2013. I membri del Bundestag  non sono definiti per legge, ma variano a seconda dei risultati elettorali, ma non sono mai meno di 600.  Attualmente la dieta che ricevono i parlamentari corrisponde a poco meno di otto mila euro per dodici mesi, ovviamente incrementata da un rimborso forfettario per coprire le spese pari a 3.868 euro mensili. Sono previste altresì coperture per le spese di viaggio sostenute, che consistono in una tessera ferroviaria annuale gratuita, che non può essere utilizzata per fini privati, e il completo rimborso dei viaggi effettuati con altri mezzi di trasporto. Molto generosa è anche la spesa massima prevista per l’assunzione di collaboratori. Si arriva fino ad un massimo di 15.000 euro mensili, lordi, ed è vietato assumere propri familiari, una regola che da ora vale anche per i parlamentari europei. Quando si lascia il Bundestag si ha diritto ad una liquidazione, che va da un minimo di 8 mila euro per un anno di presenza nel Parlamento ad un massimo di 140 mila per chi è stato almeno 18 anni. Dopo due mandati parlamentari si ha diritto ad una pensione, che può arrivare ad un massimo di circa cinque mila euro mensili, raggiungibili dopo almeno 27 anni di presenza al Bundestag. La Germania è un paese federale, e ogni Stato ha una propria assemblea legislativa, denominata Landtag. I parlamentari regionali tedeschi sono molto numerosi, dato che in alcuni Länder i componenti dell’assise legislativa superano le 100 unità, e a volte sfiorano i 200 come in Baviera e Nordreno-Westfalia. Le indennità sono abbastanza generose, specie perché sono poi sommate a rimborsi spese di varia natura che fanno lievitare la cifra complessiva intascata dai componenti dei Landtag. Quelli che guadagnano meno sono i berlinesi, con 3.309 euro al mese, a tutti gli effetti dei consiglieri comunali però pagati come dei parlamentari regionali. In Nordreno-Westfalia si sono recentemente aumentati le tasse, ma hanno raddoppiato l’indennità conseguita, che ora sfiora i diecimila euro mensili. La media della retribuzione è circa 5 mila euro, e varia anche di molto tra i diversi Bundesländer.

FRANCIA E GRAN BRETAGNA, MAGGIOR SOBRIETA’Francia e Regno Unito sono i due paesi europei che hanno una popolazione simile a quella italiana,e vista la struttura istituzionale, la comparazione istituzionale ha maggior senso, soprattutto nel caso francese. Nella Republique c’è una Camera ed un Senato, anche se il secondo non è eletto direttamente dai cittadini, ma dai delegati delle istituzioni locali. L’Assemblea nazionale francese è composta da 577 membri, mentre i senatori sono 346. Numeri molti simili a quelli italiani, anche se leggermente inferiori, sopratutto nelle retribuzioni. I deputati francesi ricevono un’indennità parlamentare pari a 5261 euro netti al mese, alla quale si somma un rimborso spese di circa 6 mila euro. Per i collaboratori si ricevono invece un compenso mensile che sfiora i 10.000 euro al mese, per un’assunzione di massimo cinque persone. Ogni membro dell’Assemblea nazionale riceve una pensione a partire dal 62esimo anno d’età, e l’importo medio si aggira sui 2.700 euro. Una particolarità francese è la “riserva parlamentare”, ovvero una cifra, stanziata ogni anno dalla legge di bilancio, che i parlamentari ricevono in buona sostanza per finanziare i loro elettori. L’Assemblea nazionale viene così dotata di poco meno di 100 milioni l’euro l’anno, che vengono allocati dai capigruppo ai loro parlamentari. I neo eletti a volto  non ricevono alcun compenso, mentre qualche big si porta a casa anche 100.000 euro, annuali, che vengono abitualmente impiegati perfinanziare progetti di varia natura nei loro collegi. I colleghi senatori ricevono un trattamento meno generoso nella copertura delle spese per i collaboratori, ma sostanzialmente equivalente per quanto riguarda le retribuzioni complessive.  Molto minori, rispetto all’Italia, sono invece i compensi per i consigliere regionali. I criteri retributivi sono fissati sulla base della popolazione delle ventisette regioni francesi. Nelle regioni con meno di un milione di abitanti l’indennità mensile massima è pari a 1.500 euro, mentre nelle più grandi, dove vivono più di 3 milioni di persone, i consiglieri regionali hanno diritto a 2.500 euro. 
In Gran Bretagna la Camera dei Comuni conta su 650 membri, che ricevono un salario di circa 70.000 euro lordi l’anno. I costi per i contribuenti sono però superiori, visto che ai MP britannici sono garantiti una lunga serie di rimborsi spese, che portano il loro costo molto più in alto. Le spese rimborsate dei deputati diventarono un enorme scandalo nel 2009, che determinarono le dimissioni di alcuni importanti figure istituzionali, come il presidente della House of Commos Michael Martin e alcuni ministri dell’allora governo di Gordon Brown. Le pensioni sono altresì generose, superiori alla media di quelle percepite dai lavoratori del Regno Unito, anche se appaiono abbastanza lontane dalle somme record del nostro paese. Strutture istituzionali simili alle regioni sono presenti solo in Scozia e Galles, dove le somme sono abbastanza simili a quelle ricevute dai parlamentari di Londra.

29 giu 2011

Quando Maroni e la Lega amavano i No Tav.




29 giugno 2011
Oggi il ministro e Cota invocano il pugno duro sui manifestanti. Qualche tempo fa non era esattamente così…


“Il cantiere si apre entro il 30, e l’opera si fa, se no diciamo addio alle centinaia di milioni del contributo Ue ma soprattutto ai collegamenti con l’Europa, e quindi diciamo addio al futuro. Chi si opponenon credo che riuscirà a fermare il cantiere, non deve farlo, perché vuol dire arrecare un danno gravissimo soprattutto alle future generazioni, vuol dire, come é stato calcolato, far perdere due punti di Pil al Piemonte”. Parole e musica di Roberto Maroni, che con la Padania è durissimo contro i manifestanti No Tav. Che ne ha anche per le perplessità sui rischi ambientali della Tav? “E’ stato fatto di tutto – secondo il ministro – è stato aperto un osservatorio, sono state fatte tutte le valutazioni necessarie”. Ancora più duro il viceministro Castelli, che definisce le ragioni addotte dai No-Tav “tutte balle”. “Sono le solite argomentazioni trite e ritrite che i Verdi ad oltranza tirano fuori contro qualsiasi opera pubblica”. In realtà, sostiene, “agli ultimi irriducibili rimasti, della Tav non frega più nulla. E’ diventata il pretesto per una sfida allo Stato. Partigiani contro lo stato nazista: sono ormai fuori dalla realtà”. Senza la Tav, avverte Castelli, l’Italia sarebbe “tagliata fuori dai grandi traffici internazionali. Senza contare le perdite in prospettiva sul fronte dell’occupazione, pari a centinaia di migliaia di posti di lavoro. Ogni miliardo speso – sottolinea – genera 20 mila posti di lavoro”.
NON E’ TUTTO ORO – E davvero sembra di non riconoscerlo, o di chiedersi se sia la stessa persona che in questa intervista sempre alla Padania, ma del dicembre 2005, aveva una posizione molto più sfumata: “la protesta della Val di Susa non va ignorata, non sono i no global. Palazzo Chigi convochi subito i sindaci per trovare una soluzione. La Lega ed io ci siamo stati dall’altra parte. Non si può mandare la polizia e basta, ma bisogna capire le ragioni della protesta. La Lega è favorevole all’alta velocità ma non si può bollare la protesta come una strumentalizzazione”. E poi, ancora più netto: “Io so che quando c’è una rivendicazione sensata, non si può mandare la polizia e basta”. Hanno ragione quelli che protestano? “Nel merito non so, però qui siamo di fronte a una protesta popolare vera, non sono solo dei centri sociali”.
COTA MON AMOUR - Ancora più netto è oggi un altro alto rappresentante della Lega.”L’Alta velocità ha sempre rappresentato un progetto irrinunciabile che non poteva e non doveva essere procratinato”, “non possiamo perdere questa occasione perchè a questo punto ci costerebbe di più tornare indientro che andare avanti”, diceva qualche giorno fa il governatore del Piemonte Roberto Cota che, in una intervista al ‘Giornale’, sottolinea che gli ‘antagonisti’ all’opera ieri sembrano orami “isolati”. “Evidentemente – spiegava Cota – anche i più machiavellici debbono aver compreso che appoggiare o mostrare connivenza con i violenti è, a maggior ragione, una strada senza uscita” anche se, è vero, “con la gente della Val di Susa in alcune occasioni è mancata la comunicazione”. Ma, concludeva, “non si può confondere la posizione dell’intera popolazione della Val di Susa con l’azione di violenti facinorosi”. E chissà se questo Roberto Cota è parente di quel Cota Roberto che in un intervento sulla Padania, sempre del dicembre 2005, attaccava con “Due pesi e due misure. Se a protestare è la gente del Nord, prima o poi arriva il manganello. Se le contestazioni popolari invece avvengono al Sud, i metodi per il ritorno all’ordine si fanno più leggeri e sfumati”. E continuava prendendosela con la polizia: “Quell’azione di forza sarebbe stata comprensibile nei confronti degli spacciatori e delinquenti extracomunitari ormai padroni di molti quartieri nelle nostre città…”. 
Insomma, la Lega di lotta e di governo colpisce ancora.





28 giu 2011

“Subito le primarie regionali”. Prodi detta la linea al Pd.




Il segretario regionale del Pd in Emilia Romagna ha già recepito i consigli del Professore: "Nelle prossime settimane inizieremo a studiare un sistema perché la scelta sia dal basso". Poi una tirata d'orecchie agli alleati.


“Non è un caso che in ogni competizione elettorale si moltiplichino le lamentele sulle candidature a cui i cittadini sono chiamati a dare il proprio voto perché si sentono espropriati, nelle loro scelte, da decisioni che vengono prese con criteri assolutamente arbitrari e non comprensibili”. Le parole sono di Romano Prodi e lo spartito su cui risuona l’ennesimo monito didemocrazia dal basso è quello delle primarie.

Prodi non si riferisce alle primarie nazionali per la scelta del leader del centrosinistra, dibattito che da ieri è tornato ad accendersi infuocato tra Vendola e Di Pietro con in mezzo l’utile silenzio del Pd. Il professore parla di primarie regionali. Ovvero della possibilità di selezionare i candidati che diventeranno lista “bloccata” alle prossime (tra tre mesi, un anno, due anni?) elezioni per il rinnovo di Camera e Senato.

Anche se, sulla testa dell’intero schieramento del centrosinistra, pesa il macigno del famigerato “porcellum”: la legge elettorale approvata nel 2005 che abolisce i collegi elettorali uninominali e il voto di preferenza, a livello di circoscrizioni regionali.

Un modo per aggirare il “porcellum” e ristabilire un legame tra territorio ed eletti è il tasto su cui l’ex presidente del consiglio, l’unico che ha sconfitto Berlusconi due volte alle elezioni, batte e ribatte da tempo, rilanciando l’Emilia-Romagna come un “laboratorio della nuova classe dirigente del Pd”.

“Mi rendo conto che tutto ciò significa avere il coraggio di scontentare molti e avere la forza di scomporre e ricomporre il proprio elettorato”, continua Prodi, “ma comprendo anche che la crisi economica sta cambiando percezioni e mentalità.

Essa rende più accettabili le proposte innovative e coraggiose che il centro-sinistra deve elaborare per essere ritenuto in grado di governare la nostra società

Un compito difficile, tutto in salita e, in una prima fase, addirittura contro corrente. Tuttavia chi non è capace di nuotare contro corrente non sarà mai in grado di risalire un fiume”.

L’esperimento delle primarie per eleggere “dal basso” i candidati da inserire nel listino voluto dal “porcellum” non è una vera e propria novità in regione. Ad esempio nel 2006, nella provincia di Modena e di Reggio Emilia, il Pd locale indisse una consultazione aperta ai propri iscritti per poi segnalare i vincitori alla segreteria regionale.

Fu una sperimentazione che andò a buon fine”, racconta l’attuale segretario provinciale del Pd reggiano, Roberto Ferrari, “a Reggio le primarie si svolsero in una giornata e si rivolsero agli iscritti del Pd per scegliere un uomo e una donna da inserire nella lista regionale. Andarono a votare parecchie migliaia di persone. Oggi spero che questo modello venga preso in considerazione dalla segreteria regionale per studiarne un’applicazione in vista delle prossima tornata elettorale”.

“Per quel che mi riguarda i partiti vengono votati per le idee e i programmi che propongono, ma di fronte a questa legge elettorale, come dice anche Prodi, dobbiamo assolutamente intervenire”, spiega Stefano Bonaccini, segretario regionale del Pd, “intanto voglio ricordare che il Pd ha inventato le primarie per la scelta dei sindaci in molte amministrazioni. Tema, quello delle primarie, di cui molti parlano, anche tra i partiti del centrosinistra con cui siamo alleati, senza mai usarlo nel selezionare la propria classe dirigente o i nomi di chi concorrerà alle elezioni nazionali”.

Frecciate di fuoco, quelle di Bonaccini ai propri alleati, anche se i problemi in casa propria non sembrano essere da meno: “Credo che il Pd debba impegnarsi in una riforma che va nel solco delle primarie per almeno tre motivi: per le diverse sensibilità culturali che compongono il nostro partito, per la variegata rappresentanza territoriale che lo contraddistingue, per la presenza obbligatoria di donne negli organi istituzionali dove si prendono decisioni amministrative”.

Anche se i problemi all’apparenza insolubili rimangono sempre gli stessi: quale metodo usare e in che tempi. “A livello di metodo, quindi di divisione dei collegi in cui eleggere i vari candidati provinciali, potremmo partire dalla riproposizione dei vecchi collegi del “mattarellum”. Ad ogni modo nelle prossime settimane cominceremo a studiare un sistema per l’Emilia Romagna per poi presentarlo alla prossima assemblea regionale del Pd e prendere una decisione al più presto”.

“Dietro alle primarie regionali del Pd ci sono troppi supporter dell’ultimo minuto”, chiosa il professore Gianfranco Pasquino, “l’importante però è provvedere ad una cosa. Impedire la classica candidatura paracadutata dall’alto, una vera sciagura per il Pd che si può aggirare con un solo requisito, quello della residenza nel collegio d’elezione del candidato”.

La partita sembra essere ancora lunga e complicata. Ma il fischio d’inizio è già stato dato.

La Lega è sempre più un partito romano: dalla secessione alla successione.




Non lo ammetteranno mai ma, la Lega, sembra sempre più un partito “romano”, ossia, quella forma di partito e quel modo d’intendere la politica che il carroccio ha sempre dichiarato di combattere. Forse è vero che chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Oggi assistiamo al nascere, all’interno del carroccio, di correnti, spaccature.

Maronisti, bossisti, le lotte per la secessione sono state sostituite dalle lotte per la successione ai vertici del partito. Le ambizioni di Maroni sono così evidenti che Bossi è stato costretto a mandare messaggi ben precisi a mezzo stampa al suo collega, invitandolo a stare al posto suo.

Lo stesso Bossi non si è sottratto al nepotismo tipico non solo della politica ma, del nostro paese in generale, cucendo un ruolo politico in Regione Lombardia al figlio Renzo. No, non basta mostrare il dito medio a Pontida per essere uno spartiacque con la vecchia politica. La lega è stata risucchiata,probabilmente senza dispiacere chi oggi è ai vertici, da quelle logiche partitiche che diceva di voler combattere.

Il grido “Roma Ladrona” è diventato buono solo per essere tirato giù dalla soffitta in occasione degli annuali meeting di Venezia e la fin troppo citata Pontida. Oggi, dopo oltre 20 anni, possiamo dire che la Lega non si è fatta portatrice di nulla di nuovo, anzi, si è adeguata al vecchio.

L’unico merito (ma in realtà si tratta di un demerito) è stata la sua capacità di far emergere alla luce del sole, una certa xenofobia che purtroppo è presente in Italia. La lega non ha fatto altro che “istituzionalizzare” tale xenofobia. Quest’ultimo aspetto, e lo dico con profondo rammarico, è forse l’unico elemento di continuità con la Lega Nord delle origini.
  

Arcore, il bordello e la legge Merlin.





Bordello popolare, Terza categoria.

Bordello ceto medio, Seconda categoria.

Bordello d'élite, Prima categoria.


Arcore, la residenza del presidente del Consiglio, secondo i pm di Milano trasformato in un «bordello»? 
Le agenzie lanciano la notizia. Il pm Pietro Forno ci tiene a precisare: «Il termine bordello è stato utilizzato come riferimento storico alla divisione dei compiti prevista dalla legge Merlin che prevedeva la soppressione delle case chiuse».
 Un sistema strutturato per fornire al premier «ragazze disponibili a prostituirsi», piuttosto. Qualcosa comunque di molto, molto vicino a quello che comunemente è definito un bordello.
La «convergenza di vari elementi» giustifica la richiesta di processare il terzetto Fede, Mora e Minetti, per induzione e favoreggiamento della prostituzione: anche minorile.
 Isso, Issa, e ‘o malamente. Non sta a noi l’assegnazione delle parti in commedia. Ma i pm Antonio Sangermano e Pietro Forno attribuiscono i ruoli con inequivocabile chiarezza: l’agente dei vip Lele Mora era l’“arruolatore”, il direttore del Tg4 Emilio Fede il “fidelizzatore”, mentre la consigliera regionale del Pdl Nicole Minetti «si occupava dell’“organizzazione logistica”».
Bella squadra.
 Tutte le donne delle feste di Arcore rischiano di essere considerate prostitute? L’iceberg si avvicina e anche gli ultimi ballerini hanno deciso di abbandonare il ponte del Titanic: un fuggi fuggi generale. Le due miss piemontesi, Ambra Battilana e Chiara Danese ospiti il 22 agosto 2010, «sbigottite» da quanto accadeva nella residenza del premier, si presentano spontaneamente in procura. Si costituiscono parte civile e sono ammesse. «Se in passato la persona offesa era la morale pubblica, quindi lo Stato, - spiegano i legali Patrizia Bugnano e Stefano Castrale - ora a subirne il danno può essere anche la Persona». E denunciano un danno d’immagine, morale, e anche patrimoniale per perdita di «chance lavorative». Arcore non è più la scena da cui si esce con qualche vantaggio: bigiotteria, affitti pagati auto e contratti tv. Ma danneggiate. La resa dei conti, e la corsa ai risarcimenti, è iniziata. 

Del trio “Mora, Fede, Minetti”, in aula nemmeno uno. Mora già in carcere per bancarotta, Fede impegnato con il telegiornale e la Minetti in vacanza a Formentera. In aula non c’è nemmeno Ambra, una delle due miss che ha già lamentato la perdita di alcuni contratti di lavoro, non si è presentata all’udienza perché impegnata non nell’aula del tribunale di Milano ma in quella scolastica, a risolvere il quiz di maturità per geometra. «Ne ha dovute subire di ogni tipo - sottolineano i legali - da parte dei suoi compagni di classe». Chiara, invece al processo c’era: «Sono contenta, - ha sussurrato timida - speriamo vada tutto bene».
«Se fosse davvero così, non sarebbe un bordello ma una follia» ha dichiarato Gaetano Pecorella in un’intervista televisiva non sapendo, delle due opzioni, quale augurarsi.
Il vento cambia e i pezzi si riallineano rapidamente.
Anche, l’avvocato della giovane marocchina, Egidio Verzini, sta valutando se presentare una costituzione di parte civile nella causa “Fede Mora Minetti”. La conferenza stampa sabato prossimo a Illasi, vicino Verona. Pare si presenterà anche Ruby, di ritorno da una vacanza in Messico, che i più maligni hanno interpretato come una fuga.
Il figlio che Karima El Mahroug, sta aspettando dall’imprenditore genovese Luca Risso, accusato di pornografia minorile per aver promosso uno spettacolo hard in uno dei suoi locali il “Fellini” e a cui avrebbe preso parte anche Ruby all’epoca dei fatti 17enne, non si sa ancora se sarà un maschio o una femmina. La data del matrimonio tra Ruby e Risso è ancora da fissare perché mancano ancora alcuni documenti dal Marocco.
All’anagrafe marocchina di Ruby ne hanno fin sopra ai capelli.


27 giu 2011

La “porcata” e i beneficiari del caos.





Chi, per propria ammissione, fa una «porcata» è un porco 
(soprattutto se la porcata è una legge elettorale che priva il popolo della propria sovranità). 
Il ministro Calderoli sta dando attuazione al ruolo che si è autonomamente assunto bloccando il trasferimento dei rifiuti che ingombrano le strade di Napoli in altre regioni.


Non tutte: mentre Toscana, Emilia e Puglia, che si sono dichiarate pronte ad accoglierli - temporaneamente, e per solidarietà - non possono riceverli, Padova, cioè il Veneto, che ovviamente è contrario, ma dove è in progetto, contro gli impegni dell'amministrazione e la volontà popolare, la costruzione di una quarta linea di un inceneritore che ne doveva avere solo due, accoglie e brucia da tempo parecchi rifiuti di provenienza campana a 200 euro la tonnellata.

Quello che il ministro Calderoli cerca di promuovere dal suo scranno romano, tenendo sotto tiro la mummia di Berlusconi, è il caos a Napoli e uno scacco del suo nuovo sindaco, per compensare gli smacchi subiti dalla Lega nei «territori» che considera suoi feudi. Non ci riuscirà.

Intanto, i rifiuti bruciati nelle strade di Napoli sono a tutti gli effetti rifiuti «speciali»: quelli che possono viaggiare per tutta l'Italia senza accordi tra le regioni, come da tre decenni viaggiano i rifiuti industriali e ospedalieri con cui le regioni della «padania» hanno riempito e devastato i suoli e i corsi d'acqua della Campania (e di molte altre regioni del Mezzogiorno).

Qualcuno, al Tar del Lazio dovrà pur accorgersene. Poi De Magistris ha dalla sua, oltre a una straordinaria mobilitazione popolare, che lo aiuterà a venir a capo del problema, la voce di Napolitano.
Contro di lui ci sono, nell'immediato, Governo e camorra, impersonata, per l'occasione, dalle bande di ragazzi che impediscono la raccolta dei rifiuti e che li vanno a sparpagliare nelle strade e nelle piazze che sono state appena ripulite. Un po' più defilate, ci sono Regione e Provincia, che non fanno niente per trovare uno sfogo ai rifiuti raccolti, di cui hanno per legge la responsabilità; una responsabilità che il Comune di Napoli invece non ha e non può avere.

Ma la fila dei beneficiari del caos è molto lunga, e non finisce né a Napoli né in Campania. Intanto c'è A2A, azienda di Milano e Brescia, che gestisce - controvoglia: glielo ha imposto Berlusconi - un ferravecchio: l'inceneritore di Acerra, che funziona a metà, e male, un giorno sì e l'altro no.
Poi c'è Impregilo - sede sociale a Sesto San Giovanni, provincia di Milano - che l'ha costruito e che ha riempito la Campagna con 8 o 10 milioni di tonnellate di ecoballe indistruttibili, con l'intento di lucrare sugli incentivi concessi all'incenerimento.

Poi c'è la Protezione Civile del fu Bertolaso, che ha ereditato, insieme a quelle montagne di ecoballe e al «ferrovecchio», sette Stir (ex-Cdr) che avrebbero potuto liberare la regione dalla necessità di fare nuove discariche, più l'impegno a costruire altri tre - poi quattro - inceneritori oltre che undici discariche; e che ne ha realizzata invece una sola, quella di Chiaiano, controllata dalla camorra, dopo aver governato la regione per oltre due anni con l'aiuto dell'esercito e lasciato in eredità un disastro tre volte peggiore di quello che aveva trovato al suo arrivo. Ma permettendo per due anni - e ancora adesso - a Berlusconi di menar vanto di aver liberato la Campania dai rifiuti. Tutto questo Napoli e la Campania lo devono anche alla Lega.

Il programma di De Magistris non fa una piega. Se Salerno ha raggiunto il 75% di raccolta differenziata in meno di un anno, non si vede perché non lo possa fare anche Napoli, dove la nuova Giunta può contare su una straordinaria mobilitazione popolare, sul concorso di parrocchie, associazioni e comitati e sulla nausea per 16 anni di commissariamento trascorsi in mezzo ai rifiuti.

Quanto agli inceneritori, se persino l'avv. Pecorella, Presidente della Commissione parlamentate sul crimine organizzato nel settore dei rifiuti, quando va in Germania scopre che gli inceneritori non si fanno più e sono una tecnologia del secolo scorso, i lamenti dei mille columnist che invocano nuovi inceneritori per risolvere un problema che è solo il frutto di una malagestione - che ha coinvolto, in misura gravissima, anche la società Asìa e la passata amministrazione comunale - sono un ennesimo esempio di ignoranza, disinformazione e malafede dei media italiani.



Ma come affrontare l'emergenza attuale? Dove sversare i rifiuti delle strade di Napoli in attesa che la raccolta differenziata li riduca di tre quarti e compostaggio, trattamento meccanico ed estrusione (un sistema che permette di recuperare fino all'ultimo grammo il residuo) realizzino un riciclo totale? In provincia di Caserta,(a Parco Saurino), terreno riconducibile alla proprietà della famiglia Schiavone, c'è da anni - ne ha parlato anche Report - una discarica vuota da 300mila metri cubi (estensibile a 600mila) che nessuno osa toccare.

Non l'ha fatto De Gennaro (ex capo della Polizia e futuro capo dei Servizi segreti, mandato a Napoli da Prodi), che ha preferito aprire due nuove discariche illegali, che stanno franando, nelle province di Benevento e di Avellino e trasformare in «depositi temporanei», ma perpetui come le ecoballe, numerosi edifici, tra cui un impianto di compostaggio nuovo di zecca nella vicina San Tammaro; che in questo modo è stato mandato in malora.

Non lo ha fatto Bertolaso, che aveva a disposizione l'esercito, miliardi di euro, e che ha preferito aprire una nuova discarica - di 11 che ne aveva in programma - nel cuore di un'area urbana protetta, accanto a un ospedale e a un insediamento residenziale grande come una città. 

Non lo hanno fatto Bassolino, né Caldoro, né i quattro prefetti che si sono succeduti al comando del commissariato, né lo ha mai chiesto la Jervolino. Eppure, anche se la soluzione del decennale problema dei rifiuti campani non si risolve certo con una discarica, le molteplici «emergenze» che hanno tormentato la regione avrebbero potuto essere evitate utilizzandone una che esiste già.

Perché nessuno ha mai proposto di usare quella discarica?

E non è il caso che ora De Magistris ne chieda conto al Governo?

E non è il caso di fare almeno una interrogazione parlamentare?