Il libro di Nando Dalla Chiesa
sulla criminalità organizzata nel settentrione.
La mafia al Nord esiste ed una realtà in continua crescita, pericolosamente sottovalutata in passato e ancora adesso poco contrastata dalla classe dirigente.
Nando Dalla Chiesa, docente universitario, presidente onorario di Libera ed ex parlamentare dell’Ulivo è netto quando parla di criminalità organizzata nella sua Regione, la Lombardia.
Dalla Chiesa, in passato candidato sindaco per Milano per il centrosinistra, sta presentando in questi mesi in giro per l’Italia il suo libro “La Convergenza, Mafia e politica nella Seconda Repubblica”.
LA CONVERGENZA – “Convergenza” è il concetto chiave del libro di Dalla Chiesa, utilizzato per la prima volta, nell’ambito dell’analisi giudiziaria del fenomeno mafioso, in occasione del maxiprocesso aperto il 10 febbraio 1986. Il volume racconta come la mafia e la politica, negli ultimi venti anni, siano andate nella stessa direzione, marciando divise ma verso obiettivi comuni. Con una destra che “fa alla mafia il regalo più grande, la dissoluzione del senso dello Stato, mentre la sinistra fa le leggi che servono alla mafia”. La convergenza è il senso di questo processo, che l’autore sintetizza così a pagine 283 del libro.
Il politico che cerca il voto del mafioso o del camorrista, l’imprenditore che accoglie con avidità i suoi capitali (per poi predicare le qualità del mercato dall’alto della sua funzione di ‘imprenditore’), il giornalista che bacchetta i giudici troppo curiosi dando loro lezioni di diritto, il cardinale che vigila amorevolmente sulle carriere dei parenti dei mafiosi, l’intellettuale (o il politico) che dice le cose ‘giuste’ per farsi ospite televisivo, l’uomo in divisa o in toga che non vede e non si muove, il cronista in carriera che lorda di calunnie le persone per bene … La democrazia, la convivenza civile, appaiono a vole come un castello con le porte di ingresso spalancate.
Il caso classico che può essere preso ad esempio per spiegare la convergenza è un appalto bandito dall’amministrazione pubblica. Il politico in cerca di voti sa già a quale impresa affidare i lavori, perché ne avrà bisogno, sia per i finanziamenti della campagna elettorale sia per mobilitare consenso. La ditta invece cerca a chi subappaltare al minimo costo per massimizzare i profitti. La mafia è cosciente di questo processo, e trova in questa convergenza tra suoi interessi quelli di politica e mondo imprenditoriale la chiave per prosperare. Si forma così un triangolazione che fa prosperare la criminalità organizzata, anche se l’impresa e la politica non si comportano da mafiosi.
LA FORZA DELLA MAFIA – Quali sono le cause principali della forza della malavita, Mafia, Camorra, ‘Ndrangheta e Sacra Corona Unita? Nando Dalla Chiesa individua cinque punti principali
La sua impunità: il fatto che per anni non sia esistita una legislatura specifica per il fenomeno mafioso. Che per arrivare alla legge Rognoni La Torre ci sia dovuto essere l’assassinio di Pio La Torre e del prefetto dalla Chiesa. Per il 41 bis e la legge sui pentiti, si sia dovuto avere il sacrificio dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
La legittimità: questo avviene quando un mafioso conosciuto può girare impunito per il paese; quando ad un mafioso viene dato dell’eroe; quando viene scarcerato per insufficienza di prove, per scadenza dei termini, per dei vizi procedurali. Quando il boss va a braccetto col sindaco, telefona all’assessore o al presidente. Così si legittima la mafia.
La sua invisibilità materiale, ossia l’idea che la mafia non esiste o che non esiste qui. Come una volta si diceva al sud, come oggi si dice di molte regioni del nord, dove invece vige la stessa omertà già conosciuta dei quartieri di Palermo.
La sua invisibilità concettuale: l’incapacità di distinguerla dal clientelismo o dalla delinquenza comune. Scoppia un bar o un cinema a Milano, e si dice che è stato uno scherzo. E forse è mafia.
La sua espansività: le mafie hanno colonizzato il nord, la ndrangheta ha contatti in sudamerica, nei paesi dell’est, negli Stati Uniti. Quando trova, sul territorio, le convergenze e le porte giuste, è un mostro che non si ferma né si sazia mai.
La forza della criminalità organizzata è incrementata anche da altri modi nei quali gli obiettivi dei mafiosi convergono con la direzione impressa alla società italiana dalla classe dirigente degli ultimi decenni. La delegittimazione costante della magistratura, il malfunzionamento della giustizia penale e civile e l’isolamento sociale di chi combatte le mafie abbassano il tasso di legalità all’interno della società. In queste situazioni si determina anche una convergenza di linguaggi, perché tra i politici che delegittimano i giudici e i malviventi che lottano contro chi difende la legge c’è unione di parole e simboli, una sorta di idem sentire che viene trasmesso alla società con esiti perniciosi. La stessa democrazia che funziona male nel tutelare e applicare le leggi è un implicito rafforzamento della mafie, così come la bassa autonomia dell’informazione. In Sicilia negli ultimi anni sono stati uccisi otto giornalisti, in Campania sono costretti a girare con la scorta, mentre in Calabria un numero cospicuo di redattori è stato minacciato, e perfino ai blogger sono arrivati messaggi di minaccia. La vera forza della mafia è dunque all’esterno della stessa criminalità organizzata, perché un tessuto sociale e valoriale così sfibrato ne permette l’infiltrazione e la proliferazione in molti ambiti. Lo stesso qualunquismo che porta una buona parte della popolazione italiana a dire che tutti sono uguali è un modo indiretto di rafforzare la mafia, che sa bene che non tutti gli attori sociali o i suoi stessi interlocutori siano identici nel servire i suoi interessi.
LA MAFIA AL NORD – La presentazione del libro di Dalla Chiesa avviene a Daverio, cittadina poco distante dalla capitale della Lega, Varese. Dalla Chiesa parla nel suo intervento di quanto diffusa e ramificata sia ormai la presenza della mafia nella società settentrionale.
“La ‘Ndrangheta si è sviluppata moltissimo negli ultimi anni in Lombardia, ma ha bisogno di essere dichiarata inesistente. La Regione più grande, ricca e popolosa d’Italia è sostanzialmente indifesa, perché la sua classe dirigente non contrasta il fenomeno malavitoso in modo sufficiente. Basti pensare ad alcune dichiarazioni o comportamenti delle istituzioni lombarde. Il vice questore di Legnano ha detto pubblicamente che alla gente fa più paura chi ruba in casa che chi gestisce il traffico di droga, dichiarazioni che fanno apparire quasi marginale e non centrale l’obiettivo del contrasto alla criminalità organizzata. A Milano la manifestazione di Libera ha attratto più di 100 mila persone, ma non aveva il patrocinio di alcune istituzioni. La Provincia di Milano ha stanziato mille euro per ricordare le vittime della mafia, ma ne ha donati 40 mila per il fondamentale concorso di Miss Padania”.
MANI SULLA SANITA’ – «Il problema è che il nord non ha ancora pagato il prezzo più alto della mafia e s’illude di non pagarlo – spiega il presidente onorario di Libera -. Le istituzioni lombarde assomigliano molto a quelle siciliane degli anni ’80, che si trinceravano dietro la popolazione laboriosa e onesta. Gli aggettivi sono sempre gli stessi. A Palermo come a Milano.
Una delle manifestazioni più acute dell’infiltrazione mafiosa sul territorio lombardo si registra nella Sanità. Un business enorme, che ha da tempo attirato le attenzioni della criminalità organizzata, che ha da tempo individuato in questo settore una delle sue attività strategiche. Dalla Chiesa cita alcune nomine dirigenziali di persone altamente controverse. La prima è stata quella di Carlo Antonio Chiriaco, direttore dell’Asl di Pavia e persona molto vicina a Giancarlo Abelli, uno dei big di Comunione e Liberazione. Chiriaco è stato arrestato a luglio del 2010 insieme ad altre 300 persone nella maxi operazione che ha smantellato una parte significativa della ‘ndrangheta.
Un uomo spregiudicato, ambizioso, perennemente impegnato in traffici e trame di ogni tipo, da sempre a disposizione delle strutture mafiose. La sua carica di direttore sanitario della Asl l’aveva messa nelle mani della ’ndrangheta, insieme ai propri contatti politici, creando «un sistema di potere tutto all’interno di una logica privatistica senza alcun riguardo per l’interesse pubblico». E’ questo il ritratto di Carlo Antonio Chiriaco che emerge dalle indagini della Dda di Milano, concluse all’alba di martedì con l’arresto di trecento persone.
a nomina di Chiriaco getta una luce inquietante sulla selezione della dirigenza della Sanità lombarda. Le sue frequentazioni sospette erano note, e nel suo passato c’erano condanne per tentato omicidio.
In un’altra intercettazione racconta che il primo processo lo ha avuto a 19 anni, per tentato omicidio. «Gli abbiamo sparato dalla finestra di fronte, mi son fatto sei mesi dentro ma poi mi hanno assolto». Condannato nel 1995 a 2 anni e sei mesi per un’estorsione compiuta per conto dei Valle, si vanta di aver creato false prove che dopo 5 processi portarono il reato alla prescrizione. Nella sua lunga «carriera», Chiriaco—che ieri è stato interrogato dal gip — secondo l’accusa ha fatto di tutto: riscuoteva interessi usurari per conto dei Valle, intimidiva aziende, metteva a disposizione le strutture sanitarie per i boss, si vantava di aver offerto protezione a ditte pavesi, attuava ritorsioni con imprenditori ritenuti nemici. Il tutto mentre occupava cariche pubbliche. Quando fu condannato, per esempio, era ispettore della Asl, vicedirettore sanitario e direttore del presidio Irccs del Policlinico e presidente delle Istituzioni Assistenziali Riunite. Dieci conti correnti, 38 immobili e alcune società è quello che ora resta del suo ventennale potere al servizio delle cosche.
Dopo il caso Chiriaco è scoppiata un’altra nomina shock all’interno della Sanità lombarda, sempre legata a quella ‘ndrangheta che controlla una parte cospicua dell’attività economica della regione più ricca d’Italia. A dicembre 2010 Pietrogino Pezzano, ex direttore dell’Asl di Monza Brianza, viene scelto per guidare l’Asl più importante della Lombardia, la numero 1, quella di Milano. Il nome di Pezzano è emerso più volte nelle intercettazioni che hanno portato all’arresto di Chiriaco.
Pietrogino Pezzano, 64 anni, è nato a Palizzi in provincia di Reggio Calabria. Anche detto «dottor Dobermann» per i suoi allevamenti di cani dobermann di razza pura, compare – senza essere indagato – nell’inchiesta «Infinito» della Dda di Milano, che nel luglio scorso ha portato all’arresto di 304 persone tra Calabria e Lombardia. Per tutti gli arrestati l’accusa è la stessa: associazione per delinquere di stampo mafioso. Di Pezzano è la voce intercettata dall’antimafia mentre parla con Peppe Sgrò, ritenuto dagli inquirenti un importante affiliato alla cosca di Desio, che grazie al neo direttore ottiene un lavoro per l’installazione di condizionatori nelle Asl locali di Cesano Maderno, Desio e Carate Brianza. Sempre Pezzano compare in alcune fotografie che lo ritraggono insieme a capibastone della Brianza come Saverio Moscato e Candeloro Polimeni. Pezzano si difende: «la moglie di Polimeni non stava bene e io sono andato a visitarla». Ma la signora nelle immagini della Dda appare piuttosto in salute.
Dalla Chiesa rimarca come in queste nomine il titolo più importante per essere selezionato era l’amicizia con persone sospettata di mafia, accanto alla più classica laurea in Bocconi. Durante le indagini sono emersi particolari inquietanti, come il fatto che un latitante, Francesco Pelle, sia stato ricoverato sotto falso nome presso la Fondazione Maugeri dell’Asl di Pavia, il luogo dove poi è stato arrestato. Al contempo è stato scoperto come in uno dei più importanti ospedali milanesi, il Francesco Niguarda, la ‘ndrangheta svolgesse dei veri e propri summit, ovviamente nella massima discrezione e al riparo dalle forze dell’ordine nonostante si trovasse in una struttura pubblica.
La sanità si è rivelata in questi anni la grande caccia al tesoro per i mafiosi, con la Lombardia al centro di questi insaziabili appetiti.



