13 giugno 2011 - La riduzione delle tasse è uno dei simboli del berlusconismo. Archiviato il milione di posti di lavoro, la prima promessa non mantenuta, il taglio delle imposte è da sempre evocato dal premier ad ogni occasione di difficoltà, il tentativo per riconnettersi all’elettorato di centrodestra deluso dal suo governo.
Ora anche i leghisti, visto lo scarso appeal del federalismo fiscale, si sono allineati sulla via della riduzione della tasse come modo migliore per riscaldare la base padana.
Dopo la sconfitta delle amministrative Berlusconi e Bossi cercano di ritrovare popolarità blandendo una riforma fiscale che alleggerirà il peso delle tasse sulle vite dei cittadini.
Tremonti si è subito opposto, perché non c’è nessuna possibilità di tagliare le imposte, in questo momento. Per rispettare il pareggio di bilancio imposto dal Patto di Stabilità l’unica via per ridurre l’introito statale sarebbe una serie di riforme che dovrebbero comprimere in modo significativo la spesa nell’ambito previdenziale, sanitario oppure nella Pubblica Amministrazione.
Il governo di Scilipoti e Bossi non ha alcun capitale politico da spendere per realizzare un disegno riformatore così complesso, che susciterebbe più di un contrasto in mondi certo non distanti dal centrodestra. Il taglio delle tasse è dunque l’ennesimo bluff di Berlusconi, buono solo per riempire gli editoriali della stampa amica con parole di sostegno ed incoraggiamento.
Gli italiani non ci credono, e i dati della partecipazione al referendum, soprattutto al centro nord, ne paiono l’ennesima conferma.
