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ieri, oggi e domani

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30 apr 2011

Primo maggio, Napolitano: “Basta ipocrisia su miei appelli”.



Mezzogiorno e disoccupazione soprattutto giovanile e disavanzo pubblico: questi i dati che Giorgio Napolitano cita celebrando il primo maggio al Quirinale. Dati, dice, per certi versi drammatici. Richiedono interventi, ma il presupposto, sottolinea, "é certamente l'avvio di un nuovo clima di coesione sia politica sia sociale".
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ricevuto al Quirinale i segretari generali di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti e Giovanni Centrella, accompagnati dalle rispettive segreterie. Il Capo dello Stato ha brevemente salutato le delegazioni sindacali, prima dell'inizio della cerimonia ufficiale per la celebrazione della Festa del lavoro.
NAPOLITANO AI SINDACATI, MI PREOCCUPANO I CONTRASTI FRA VOI - Giorgio Napolitano celebra la Festa del lavoro al Quirinale con i vertici delle organizzazioni sindacali e a loro rivolge un appello a ritrovare quell'unità che, ricorda, è stata importante per la storia della Repubblica e ha dato risultati positivi. "Amici delle organizzazioni sindacali. Permettetemi di esprimervi - ha detto il presidente della Repubblica - preoccupazione crescente dinanzi al tradursi di contrasti che tra voi possono sempre sorgere e di motivi di competizione, che non debbono stupire, in contrapposizioni di principio, in reciproche animosità e diffidenze, in irriducibili ostilità".
"BASTA IPOCRISIA SU MIEI APPELLI" - Giorgio Napolitano lancia un ennesimo appello alla consapevolezza delle dure sfide che ci attendono, per il pareggio del bilancio del 2014 e per creare le condizioni della ripresa economica e dell'occupazione. Nel farlo, al Quirinale, celebrando la Festa del lavoro, lamenta che i suoi appelli siano accolti quasi con fastidio o "ipocrisia istituzionale".
"Sembra quasi talvolta - aggiunge il presidente della Repubblica - che l'accogliere oppure no, il far propri sinceramente oppure no quei miei richiami, o comunque si vogliano definirli, sia una questione di galateo istituzionale o un esercizio di ipocrisia istituzionale. Ma è ai fatti e alle conseguenti responsabilità che sempre meno si potrà sfuggire senza mettere a repentaglio quel qualcosa di più grande che ci unisce, quel comune interesse nazionale che non è un ingannevole simulacro, e senza finire per pagare prezzi pesanti in termini di consenso".
"TROPPA CONFLITTUALITA' POLITICA E SOCIALE" - "Mi domando, ed è una domanda che può riferirsi alle organizzazioni dei lavoratori ed anche alle relazioni tra le forze politiche, è inevitabile l'attuale grado di conflittualità? E' impossibile l'individuazione di interessi e di impegni comuni? Si teme davvero che possa prodursi un eccesso di consensualità, o un rischio di cancellazione dei rispettivi tratti identitari e ruoli essenziali?". Queste le domande che Giorgio Napolitano ha rivolto durante la Festa del Lavoro celebrata al Quirinale durante la quale ha chiesto di avviare un nuovo clima di coesione, sia politica, sia sociale.
"ALLARMANTI DATI SU DISOCCUPAZIONE" "Indubbiamente allarmano i dati relativi ai giovani tra 15 e 29 anni. Il dato dei quasi due milioni di giovani fuori da ogni tipo di occupazione, ormai fuori dal ciclo educativo e non coinvolti nemmeno in attività di formazione o addestramento. Quest'area, definita con l'acronimo NEET, è composta di circa 700.000 disoccupati e in misura quasi doppia di inattivi", ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, celebrando al Quirinale la Festa del lavoro. Lo ha detto il capo dello Stato Giorgio Napolitano, con la premessa che questi dati vanno sempre considerati con attenzione e valutando anche gli effetti delle politiche di sostegno che si esprimono con gli ammortizzatori sociali. Con tutto ciò, emerge una "condizione di forte disagio e incertezza per larghi strati di giovani - ha aggiunto - e in questa condizione si riflettono evidentemente debolezze non recenti del nostro complessivo processo di crescita", debolezze misurate dai dati del pil che in Italia, tra il 2000 e il 2007, è aumentato del 7%, pari a meno della metà del decennio precedente, mentre nello stesso periodo nell'area dell'Euro il pil è cresciuto di circa il doppio. Se si vogliono aprire nuove prospettive di occupazione in tutto il Paese - è la conclusione di Giorgio Napolitano - è dunque imperativo riuscire a intervenire sulle cause strutturali di ritardo della nostra economia".

Foto-shock: l'impresa italiana dopo 10 anni di Governo Berlusconi.








Il diritto di rispondere a un agente della Guardia di Finanza o a un ispettore delle Entrate «non rompete più di tanto» è il sogno di qualunque contribuente. Perché alla pressione fiscale da record (43,5% nel 2009; al terzo posto tra i Paesi sviluppati dietro Danimarca e Svezia), si aggiunge quello del numero di adempimenti fiscali e quello dei controlli (...) I documenti si moltiplicano e di pari passo simoltiplicano le ore dedicate alla consegna di faldoni contabili a questo e quell’ufficio. La Banca Mondiale ha fatto la classifica del Fisco complicato. Sulla bellezza di 183 paesi, l’Italia è collocata al 123° posto. Si stima che ogni azienda sia costretta a dedicare alle tasse il doppio del tempo necessario in Francia e Olanda, il 50% in più di Spagna e Germania; 60 ore in più della media europea. Nel corso di quest’anno, per esempio, le scadenze fissate sono 694.

Dal 1994 in poi non ha mai smesso di promettere particolare attenzione al mondo dell'impresa, della competizione, dello sviluppo, dell'efficienza, della libertà economica - meno Stato e più Mercato, il suo motto preferito - assicurandoci "meno tasse per tutti" e scagliandosi contro un fisco vorace, da riformare, ed una burocrazia killer, da sconfiggere. Oggi sappiamo che 10 anni di "Leader imprenditore" - e 17 di promesse mancate - hanno reso quelli italiani gli imprenditori più subissati d'Occidente, prima burocraticamente, poi fiscalmente. Questo era il suo cavallo di battaglia: figuratevi tutto il resto.



Referendum a rischio, i padroni dell’acqua italiana.


Dopo il nucleare, l’acqua. Il governo ha annunciato, con il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, «un approfondimento legislativo» che potrebbe far saltare il referendum sulla legge Ronchi, riducendo quindi la consultazione del prossimo giugno al solo sì o no all’abrogazione della legge sul legittimo impedimento. 

Il comitato promotore “Due sì per l’acqua pubblica” ha protestato: «Un milione e quattrocentomila cittadini hanno firmato per potersi esprimere democraticamente su un tema di così grande interesse pubblico e ora il governo vuole negare questo diritto perché interessato unicamente a non far raggiungere il quorum sul tema Giustizia».



29 apr 2011

Il tesoro del Carroccio, tutti i conti della Lega. Solo nel 2010 oltre 7 milioni di utile. (L’ultimo Partito leninista, lo definisce Maroni).


Eccome che Magno.

La Lega Nord ha chiuso l’ultimo anno con un utile netto di oltre 7,5 milioni di euro, e mentre le segreterie territoriali sono alle prese con la chiusura dei rendiconti dell’anno fiscale in corso, le previsioni sembrano già confermare il trend molto fruttuoso per il partito di Bossi.

«Roma ladrona riempie le casse della Lega» titola il giornale on line Linkiesta che ha spulciato le 30 pagine del bilancio 2010 della Lega Nord, trovandoci diverse voci interessanti. In effetti siamo passati dal folklorismo in canottiera e Lancia Delta, alla grandeur padana, a volte nemmeno così spartana (vedi l’Audi A8 che scorta il capo). Restando in tema automobilistico si trova metro eloquente per il cambio antropologico vissuto dalla Lega Nord, da movimento organizzato a partito di potere con annessi e connessi. La spesa per il parco auto è cresciuta nell’ultimo anno censito, il 2009, di ben 848.500 euro, arrivando a quota 1.315.928 versati per trasportare i leghisti in giro per l’Italia (anzi, per la Padania). Questo perché aumenta il numero delle sezioni, soprattutto nelle terre vergini del leghismo, l’Emilia Romagna, e le spese lievitano. Ma con l’aumentare delle uscite, radicandosi il partito, crescono anche le entrate, che per buona parte sono costituite dai rimborsi elettorali, proporzionali ai voti. La Lega è riuscita a portare in cassa, tra politiche e amministrative, circa 18 milioni di euro di contributi pubblici, essenziali per fa funzionare la macchina. E nel prossimo bilancio, quello 2011, i leghisti si leccheranno i baffi perché rientreranno i contributi delle elezioni di maggio, dove si prevede un bel botto (elettorale e quindi economico) per Bossi e commilitoni.
«L’ultimo partito leninista» lo definisce Maroni, e in verità il bilancio racconta quanto il partito chieda ed ottenga dalle tasche dei suoi eletti. Uno sforzo economico non paragonabile ai 1.000-1.500 euro che le altre segreterie pretendono dai loro parlamentari. Per deputati e senatori della Lega si parla di circa 3-4mila euro mensili passati al partito, per un conto totale di 8.129.705 euro all’anno, parecchio di più degli 857.817 euro raccolto dalle donazioni dei simpatizzanti. Valori variabili però, quelli dei versamenti onorevoli, perché c’è una classifica dei parlamentari più generosi col partito. Il primo è Matteo Brigandì, avvocato, consigliere (decaduto) del Csm, che ha girato 103mila euro alla Lega. Molto più dei 29mila euro di Rosy Mauro, fedelissima di Bossi, o dei 36mila del capogruppo al Senato Federico Bricolo.
Il totale dei rimborsi spese chiesti dagli uomini della Lega alla Lega è stato di 1.137.997 euro, più altri 570mila euro di «collaborazioni» e altri rimborsi, con in più il costo degli affitti, in aumento di 500mila euro. Costa anche mantenere il variegato mondo dell’associazionismo padano, le realtà tipo l’Automobil club padano, la Padania calcio (quella gestita dal Trota), i Volontari verdi, i Musicisti padani, i Padani nel mondo. Tra tutti si bevono 3.633.271 euro del partito, ma senza nessun rimpianto.

Alcuni di loro hanno finanziamenti ulteriori, come è successo per la scuola Bosina, cara a lady Bossi (che la dirige), e che nel 2010 ha preso 800mila euro dallo Stato.

Un po’ più controverso è il mondo delle società collegate al partito, e riassunte nella holding padana, la Fin Group, cassaforte del leghismo insieme alla Pontida Fin, che gestisce le proprietà immobiliari del partito, valutate in 12 milioni di euro. La Fin Group (di cui ha quote Bossi in persona) ha come oggetto sociale l’assunzione di «partecipazioni a scopo di stabile investimento». Ma nell’ultimo anno censito le partecipazioni sono calate 128mila a 85mila euro. Due delle società partecipate e finite maluccio sono la Padania Viaggi, cancellata nel 2010 dal registro imprese, e la Check-up, società di sondaggi leghisti, cancellata l’anno scorso. Vanno male le cose anche per un’altra controllata, la Media Padana Srl, mentre risultano attive la Bicicletta padana (promozione del ciclismo e vendita on line della «bici padana» a 250 euro) e la Celticon Srl, proiezioni di film e programmi tv (che però ha chiuso il 2009 con un debito verso Equitalia di 270mila euro).

Si spende anche in promozione: un milione in manifesti e propaganda, 2.445.431 euro in pubblicità. Un mistero nel bilancio: aumentano i depositi bancari ma diminuiscono i proventi finanziari. Cambiare banca, forse, magari? Visto che quando si è trattato di farsene una, padana, non è andata benissimo.

28 apr 2011

Ma quanto ci costi Papa! Polemiche sulla visita del Papa nel Triveneto.



Come già avvenuto a Londra e a Palermo, anche in Veneto le ingenti spese connesse all’imminente visita di Benedetto XVI (7-8 maggio) stanno animando il dibattito intra-ecclesiale locale. A darne conto il settimanale diocesano di Padova La Difesa del Popolo che, il 27 febbraio scorso, ha pubblicato la lettera che ha acceso la miccia: quella di don Moreno Bagarella, parroco a Calvene, piccolo centro del Vicentino, che ha reso pubbliche le perplessità suscitate dalla colletta speciale promossa dai vescovi di Veneto e Friuli con tanto di depliant e conto corrente postale allegato.

Polemiche, queste, che fanno seguito a quelle suscitate dalla richiesta di «un segno tangibile di vicinanza al Santo Padre» inoltrata in gennaio dalla sartoria dei pontefici – la “X Regio” di Quarto d’Altino – al presidente della regione Luca Zaia: «segno tangibile» che la sartoria aveva quantificato in 290.000 euro per la confezione delle vesti liturgiche che saranno utilizzate durante la celebrazione della santa messa conclusiva di Parco San Giuliano, a Mestre. Una richiesta avanzata a insaputa dei vescovi del Triveneto, che in una nota chiarivano che «il criterio decisivo» che stava guidando l’azione del Comitato organizzatore era quello di offrire una calorosa, curata e semplice accoglienza al papa, «senza chiedere speciali finanziamenti alle istituzioni pubbliche»: «Le spese per la realizzazione di questo importante evento – scrivevano – non mancheranno ma le diocesi del Nordest hanno scelto di sostenerle con il supporto di tutti i fedeli, che saranno invitati a partecipare liberamente e secondo la propria disponibilità a una colletta straordinaria o ad offerte libere».

Proprio questa «colletta straordinaria» ha destato la reazione di don Bagarella. «Non metto in dubbio il valore della visita papale –- ha scritto don Moreno –, ma vorrei comunicare il disagio dei parrocchiani di fronte al depliant mandatoci dalla curia e accompagnato dalle lettere dei vescovi. Il disagio – ha spiegato il sacerdote – è vedere come un evento così importante venga comunicato con un bollettino postale o con una colletta “consigliata”; cosa che a qualcuno fa subito esclamare: “Ecco un’altra occasione per la Chiesa di chiedere soldi!”. Ma è proprio il caso di fare questa scelta così “sobria e generosa” – si è chiesto – in questo momento in cui le famiglie hanno qualche difficoltà a dare le solite offerte in chiesa? E quale idea di chiesa passiamo ancora una volta alla nostra gente?».

Alle perplessità di don Bagarella il settimanale ha chiamato a rispondere don Renato Marangoni, segretario del comitato preparatorio Aquileia 2 (il secondo convegno delle Chiese del Nordest che si terrà nell’aprile del 2012): «Le spese del viaggio del papa – ha detto – sono state pensate fin dall’inizio dai nostri vescovi svincolate da richieste all’ente pubblico. È stata una scelta di libertà, che comporta però un impegno maggiore per le comunità stesse». «Ed è importante – ha concluso –  ribadire che non si tratta di “tassazione”, ma di possibilità di “offerta”».


Se fossimo casa comune.
Ma la questione non si è chiusa qui, come dimostra l’edizione del 13 marzo del settimanale che ha dato ampio spazio alle lettere giunte in redazione sul tema. Tra queste quella di don Cristiano Marsotto, neoparroco a Vighizzolo D’Este in provincia di Padova, che ha raccontato che «già in vicariato alcuni parroci avevano espresso la propria perplessità circa una ulteriore colletta». «Nella mia comunità – ha proseguito – abbiamo fatto così: ho annunciato due giri di offerte, il primo per la parrocchia e il secondo a favore dell’organizzazione della visita del papa». Il “raccolto” è stato più del doppio di quello della settimana precedente. Il risultato ha portato don Marsotto a due considerazioni: innanzitutto che «è opportuno lasciare a ciascuno la libera autonomia di scelta, anche e soprattutto nel campo del sostegno economico». In secondo luogo, ha continuato, «sento come veramente urgente la necessità di passare da un modello di chiesa clericale a uno più di comunità. Non più il prete che chiede i soldi che servono a lui, per usarli a nome della parrocchia, ma una comunità cristiana in cui tutti vedono le necessità e vi contribuiscono secondo le possibilità. Allora sì che si passa da un “do i soldi al prete” a un “mi prendo cura della parrocchia che è casa di tutti noi”. Ma su questo punto – ha concluso – penso che anche noi preti dobbiamo fare molta strada. Io ci sto provando con alcuni piccoli segnali, come il pubblicare tutte le entrate e le uscite o come dare anche io la mia offerta durante la messa, perché son anche io, insieme con gli altri, un membro di questa comunità».

Sul settimanale hanno trovato spazio anche le lettere di alcuni fedeli in sintonia con don Moreno. Tra queste quelle di Elena Simioni e Michela Gamba che sembrano arrivare alla medesima conclusione. Se la prima dice che «sarebbe auspicabile che anche i “vescovi” avessero più contatto con le realtà delle loro parrocchie, accettando» suggerimenti e critiche «dai loro sacerdoti che vivono quotidianamente con la gente “comune”», la seconda scrive: «Mi sembra che la “svista” sia una conferma di quella percepita distanza tra le gerarchie ecclesiali e la popolazione cattolica che sempre meno si sente rappresentata e capita».

La lettera di don Moreno ha incassato anche il sostegno di don Albino Bizzotto, dei Beati i costruttori di Pace: «Sono d’accordo con don Moreno», ha dichiarato (Micromegaonline 3/4). «È evidente che siamo ancora molto lontani da una concezione secondo cui il papa sia un fratello nella fede. E siamo lontani anche da una concezione di servizio reale e non di servizio espresso dal potere. La posizione del papa, purtroppo, rimane ancora legata a una concezione gerarchica della Chiesa, che in realtà il Vaticano II aveva superato. Gesù nel Vangelo non ha mai pensato ad una Chiesa gerarchica. E poi le visite del papa costano un sacco di soldi anche alle autorità civili». 

“Quelli del Pdl hanno cercato di comprarmi”.



Una telefonata della Gelmini e poi l'offerta di un posto sicuro in Mondadori per fare pace con Nicole Minetti. A parlare è Sara Giudice, l'ex pidiellina, adesso passata a Fli, che ha criticato i metodi di selezione del suo ex partito.

“Mi hanno offerto un posto in Mondadori per rientrare nei ranghi”. Se proprio in quel momento non fosse arrivata in studio la notizia della solidarietà espressa da B. a Roberto Lassini, (l’uomo dei manifesti “Fuori le Br dalle procure”), forse Sara Giudice, la giovane ex pidiellina che ha raccolto 12 mila firme per chiedere le dimissioni di Nicole Minetti dal Consiglio regionale della Lombardia, lo avrebbe detto in diretta ad ‘Annozero‘. Invece ha avuto solo il tempo di raccontare che qualcuno aveva cercato di “comprarla”. Ecco la storia completa.

Sara, chi ha cercato di comprarla?
Poco più di un mese fa ho ricevuto una telefonata di Maria Stella Gelmini. Ero appena stata da Gad Lerner, la famosa puntata della chiamata di Berlusconi in cui parlava di “cosiddette signore” e stavo per essere ospitata ad ‘Annozero‘. La Gelmini mi chiese di non partecipare alla trasmissione di Santoro, perché la mia presenza, in un momento di estrema difficoltà per il presidente del Consiglio, non era opportuna.

A che titolo le ha telefonato?
La Gelmini è stata coordinatore regionale del Pdl e abbiamo lavorato insieme.

E lei cosa ha risposto?
Ho rivendicato il diritto di discutere nel merito la questione che ponevo, cioè il metodo di selezione della classe dirigente all’interno del Popolo della Libertà, cosa che ho tentato, invano, di fare anche con Berlusconi.

E il ministro come ha reagito al suo rifiuto?
Ne ha preso atto. Il giorno dopo ha rilasciato un’intervista a Repubblica accusandomi di aver raccolto le firme perché, a differenza della Minetti, ero stata esclusa dal listino bloccato. Una questione personale insomma.

E poi cos’è successo?
Qualche giorno dopo sono stata avvicinata da alcuni dirigenti del Pdl, che so per certo essere persone di fiducia di Maria Stella Gelmini. Mi hanno proposto un caffè con Nicole Minetti in favore di telecamera, una specie di “carrambata” per chiudere l’incidente. E per essere convincenti, conoscendo la mia condizione di lavoratrice precaria, mi hanno fatto capire che se avessi accettato ci sarebbe stato un posto sicuro in Mondadori per me.

E lei?
Ovviamente ho rifiutato. É stato in quel momento che ho capito che non c’era più niente da fare e ho lasciato il Pdl per Fli.
  
Come l’hanno presa i suoi ex compagni di partito?
Dipende. Molti hanno fatto a gara per screditarmi, ma purtroppo per loro non ho nulla da nascondere. Mi hanno accusato di essere la responsabile delle dimissioni del coordinatore regionale del Pdl Guido Podestà e la prima cosa che ha detto il suo successore Mantovani è stata “Sara Giudice non ha mai fatto parte del Pdl”, cosa semplicemente ridicola dal momento che ero perfino consigliere di zona 6 a Milano. Poi ci sono quelli – e sono tanti – che mi stringono la mano e confessano di non poterne più, che non vedono l’ora che Berlusconi si levi dalle palle. Ma poi si turano il naso e votano. E lo stesso faranno alle amministrative con la Moratti, anche se è un sindaco che non piace, troppo legata a interessi forti per governare una città come Milano.

Tutta questo subbuglio per una ragazza di 25 anni. Non le sembra eccessivo?
Non saprei. Mi viene in mente quello che disse Veronica Lario, il drago sarà sconfitto dalla bambina. Ecco, non penso certo di avere né questa capacità né questa forza, però è evidente che le loro debolezze stanno qui, con le persone per bene che non riescono a neutralizzare o a comprare. É il loro punto debole.

Lei ha partecipato alla fondazione del Pdl, quindi ha deciso di impegnarsi in politica perché credeva in Berlusconi…
Certo, ma penso che esista un Berlusconi uno e un Berlusconi due. Non che il primo fosse privo di difetti, ma non era certo così delirante.

ANPI - Con chi sogna un'Italia più libera.




Testo dell'intervento del presidente nazionale dell'Anpi, Carlo Smuraglia, in piazza Duomo a Milano, a conclusione della manifestazione centrale per la celebrazione della Liberazione.

All'estero parlano spesso dell'Italia come di un Paese poco serio. Ed a forza di assistere a scandali, episodi di malcostume, rifiuto di regole, hanno finito per fare una grande confusione, al termine della quale siamo tutti considerati colpevoli, quanto meno di sopportare e tollerare una situazione così degradata.
Non è così. C'è un'altra Italia, quella della Resistenza e della Costituzione.

Eccola qui, in questa piazza e in tante piazze d'Italia, eccola qui l'Italia che lavora, l'Italia che subisce la crisi,l'Italia che ricorda i Caduti per la libertà e ne vuole portare avanti il messaggio, l'Italia pulita, democratica, antifascista.

Zanè-Parigi: le "Scuole del buco".



A Zanè le giornate "pasquali" tra riti e ricorrenze si sono susseguite in compagnia di grandi buche sull’asfalto ben disposte e vistose in prossimità della chiesa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo. I fedeli hanno potuto educatamente sostare e riflettere, come memoriale, sui bombardamenti in Libia.
Qualcuno però non è rimasto a Zanè a godersi lo sfrecciare dei suv e delle grosse cilindrate dei noti evasori fiscali per Via Roma ma è andato a Parigi dove ha incontrato le opere dell’artista Juliana Santacruz Herrera che ha riempito i buchi e le crepature dell’asfalto con aggiunte di fili colorati e lavorati a mano.
Zanè non è Parigi, noi abbiamo solo buche e se piove abbiamo buche con acqua e lo schizzo ai pedoni è da sempre garantito.
Juliana Santacruz Herrera ha pensato bene di riempire i buchi e le crepature nell’asfalto con aggiunte di fili colorati e lavorati a mano. I fili arcobaleno arrotolati su se stessi spiccano sul grigio, e appaiono come una sorta di nuova forma di vita in una fase di sviluppo primordiale.
L’Herrera è attualmente una delle più quotate knit bomber (o yarn bomber, che dir si voglia), impegnata come gli altri artisti/performer del suo genere, a rendere più allegro e piacevole anche l’angolino più angusto che uno potesse trovare per strada.
A Zanè, con le buche sull'asfalto che ci ritroviamo, potrebbero nascere a decine le “Scuole del buco” ed è un’occasione da non perdere vista l'abbondanza di vie a disposizione.
Lasciamo le buche dove stanno e godiamoci un po’ d’arte. 

Libia. Berlusconi, voto in Parlamento non ci fa paura.



"Non so vedremo, ma non ci fa assolutamente paura". Cosi' il premier Silvio Berlusconi, risponde ai giornalisti a tarda notte che gli chiedono se secondo lui si arrivera' ad un voto in Parlamento sul una mozione in merito all'intervento militare in Libia, come ha ipotizzato la Lega. "Non sono affatto preoccupato per i lavori della coalizione e del governo", aggiunge.
Il premier, al termine di una cena organizzata dalla deputata del Pdl, Melania Rizzoli, spiega ai giornalisti di "non voler aggiungere altro, ma posso dirvi un mio stato d'animo: non sono affatto preoccupato". "Non aumentiamo le cose - dice ancora -, non c'e' nulla da aumentare. Ci possono essere a volte delle posizione diverse su un certo problema ma questo non significa che possano inficiare quello che e' l'accordo generale", che "Non e' nemmeno da mettere in discussione".
 
Tra gli invitati alla cena, il sottosegretario Gianni Letta, Daniela Santanche', il guardasigilli, Angelino Alfano, la governatrice del Lazio Renata Polverini, i ministri Giancarlo Galan e Renato Brunetta. Tra gli altri anche il presidente della Consob, Giuseppe Vegas ed alcuni direttori di quotidiani e testate come, Bruno vespa, Maurizio Belpietro, Fabrizio del Noce e Augusto Minzolini.

27 apr 2011

Se qualcuno pensava che Berlusconi andasse in Libia e Tunisia senza fare i suoi interessi dovrà ricredersi.



Mentre a destra qualcuno si desta a sinistra si soffre mentre è chiara la genesi del berlusconismo. 

I fatti che rispolveriamo risalgono al 20 settembre 2009, Berlusconi si associa con Gheddafi e compra il 25% di una televisione tunisina. Articolo di Politica estera, pubblicato domenica 6 settembre 2009 in Spagna
(El País). Lo scorso agosto il capo del governo italiano ha concesso un’intervista a Nessma TV in cui ha sottolineato l’importanza di fare “buoni ‘casting’ femminili”. Un primo esempio di scarsa credibilità del governo italiano con il nuovo governo democratico tunisino a causa del conflitto di interessi di Berlusconi.

L’oscuro trattato bilaterale di amicizia firmato a Bengasi (Libia) nell’agosto del 2008 da Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi è stato fino ad ora controverso a causa del chiaro baratto di gas e petrolio con gli immigrati clandestini, che l’Italia restituiva alla Libia non rispettando il diritto di richiedere asilo. Una piccola notizia secondaria, apparsa a giugno scorso, era passata quasi inosservata. Si tratta dell’acquisto, da parte della compagnia libica Lafitrade, del 10% di Quinta Communications. La Lafitrade, con sede olandese e controllo libico, porta alla famiglia Ghedddafi attraverso la Lafico.

Quinta Communications è un’azienda produttrice e distributrice fondata nel 1990 dal finanziere franco-tunisino Tarak Ben Ammar, socio e amico intimo di Silvio Berlusconi. La principale società finanziaria del Cavaliere, Fininvest, possedeva alla fine del 2008, il 29,67% delle azioni di Quinta attraverso la sua struttura lussemburghese Trefinance. Dopo l’aumento del capitale, Berlusconi mantiene circa il 22%.

La notizia dell’accordo privato tra Berlusconi e Gheddafi era stata ripresa da The Guardian, che sottolinea lo “sconcertante conflitto di interessi” e “un interesse comune in affari altamente discutibile”. Durante la sua ultima visita a Tripoli, un giorno prima dei festeggiamenti per il quarantesimo anniversario della rivoluzione di Gheddafi, Berlusconi ha sondato, un po’ per scherzo, un po’ sul serio, la disponibilità del leader libico, su una possibile acquisizione del Milan con fondi controllati dal colonnello.

Tarak Ben Ammar che è stato consigliere di Mediaset e di Mediobanca (con Marina Berlusconi, figlia maggiore del primo ministro italiano) e di Telecom (principale azionista della televisione privata La 7), è stato uno dei grandi promotori dell’accordo tra Libia e Italia. Il 10 giugno, Ben Ammar ha partecipato alla cena di gala offerta da Berlusconi a Gheddafi durante la sua visita a Roma. Mesi prima, a febbraio, Ben Ammar aveva partecipato insieme al presidente di Mediobanca Cesare Geronzi, ad un incontro ufficiale con una delegazione libica presieduto da Berlusconi.

Secondo The Guardian, Quinta Communications e Mediaset, l’impero televisivo di Berlusconi, hanno acquisito entrambe il 25% della nuova televisione satellitare maghrebina Nessma TV. Ben Ammar ha anche spiegato che Nessma TV è di proprietà sua e di Berlusconi al 25% e di due soci tunisini per il restante 50%. L’entrata di Gheddafi in Quinta Communications, ha spiegato, è avvenuta solo perché “è interessato a produrre film sul mondo arabo”.

Il 23 agosto, Berlusconi ha visitato Tunisi (dov’è stato girato Baaria, la superproduzione della casa di produzione Medusa, di sua proprietà, che ha debuttato a Venezia), e ha rilasciato una lunga intervista in francese a Nessma, in cui ha segnalato che il suo Governo “ha il cuore aperto verso gli immigrati, gli offre casa, lavoro, scuola e ospedali”. Ha definito la televisione come “il grande veicolo di democrazia per influire sulle masse” e ha sottolineato l’importanza di fare “buoni casting femminili”, materia su cui, ha spiegato, ha “grande competenza”.

Prima di andare via, ha chiesto il numero di telefono alla presentatrice.

Il resto lo conoscete. Ora facciamolo Presidente della Repubblica e successivamente l'incoronatura con regalino di "giuste prime notti". Un furbone così se lo meritano gli italiani. 


Berlusconi né “tappetaro” né “Zelig” né “mago”, solo capo azienda: la sua.



Un “tappetaro” come sibila con disprezzo Antonio Di Pietro? Oppure uno “Zelig” che assume forme, sembianze e sentimenti dei suoi interlocutori come oggi scrive buona parte della stampa italiana? O ancora un “mago” che fa sparire il referendum e resuscita il nucleare? Chi, cosa è Silvio Berlusconi?

Da quasi venti anni lui non fa mistero di se stesso, è più o meno l’Italia tutta a volere che sia qualcosa d’altro da quello che è. E cioè un grande imprenditore, quello e solo quello però. Uno che fa l’interesse dell’azienda, l’azienda Berlusconi: questa è l’essenza e la regola. Accade talvolta che l’azienda Berlusconi coincida con il governo e allora Berlusconi fa ogni cosa per tenere in piedi il governo. 

Accade che l’azienda Berlusconi abbia interessi in comune con la Lega, e allora Berlusconi fa ogni cosa per Bossi. Accade che l’azienda Berlusconi faccia momentanea rima con il mercato, e allora Berlusconi fa gli interessi del mercato. O anche no. L’azienda Berlusconi è la stella polare, l’ago della bussola punta sempre lì, se lo si segue non si può sbagliare nell’interpretare e anche nel prevedere Berlusconi.

Adesso mezza Italia, anzi di più, anzi quasi tutta alquanto stupisce perché Berlusconi ha dato a Sarkozy tutto quel che voleva: i “missili” sulla Libia, dopo aver giurato che “mai e poi mai” ed aver espresso pubblico rammarico per l’intervento militare contro Gheddafi. E la possibilità alla Lactalis di acquisire Parmalat, dopo aver impegnato il governo a fermare i francesi. E la possibilità di chiudere le frontiere ai tunisini, dopo aver detto che se si faceva cosi allora “era meglio sciogliersi dall’Europa”. E la promessa, vaga in verità, di comprare il nucleare dai francesi, dopo aver messo in stato di coma d’opinione e di legge il nucleare italiano.

E’ un “tappetaro”, uno “Zelig”? No, solo uno che pensa all’azienda. Giusto o sbagliato, esoso o a buon mercato, gli è sembrato un buon prezzo, un affare. E per l’azienda Berlusconi può esserlo stato davvero: Mario Draghi messo fuori dall’orbita di Palazzo Chigi e di governi possibili, forse domani necessari senza Berlusconi premier.

Un imprenditore dunque che pensa all’azienda. E lo ha fatto anche facendo sparire il referendum e resuscitando il nucleare. Non un “mago” perché i maghi anche da esibizione e salotto il trucco di scena non lo svelano. Berlusconi invece lo ha svelato, non gli interessava il trucco né tenerlo coperto, gli interessava il risultato. Il referendum metteva a rischio il governo: quorum e sconfitta sul nucleare chiamavano possibile quorum e sconfitta sul legittimo impedimento. 

Quindi Berlusconi calcola non sia il caso e "magheggia” sul referendum: abolisce oggi le leggi sul nucleare e le farà riapparire domani se servirà all’azienda. Per ora le sventola davanti ai francesi come carruba davanti al cavallo. Ma questo è contorno, all’azienda serve non tanto il nucleare quanto il “sarcofago” sui processi. E quel referendum rischiava di scoperchiarlo il sarcofago in stato di avanzata costruzione.

Ora cosa dovrebbe decidere la Cassazione? Annullarlo o no il referendum? Le leggi da abrogare per via di referendum non ci sono più, le ha abrogate il governo. In realtà non lo ha ancora fatto, il decreto non è stato approvato e non lo sarà prima della fine di maggio, chi vuole il referendum deve sperare che il Parlamento non faccia in tempo, ma questa è altra storia… La Cassazione non può che cassare il referendum su leggi che non ci saranno più alla data prevista dal referendum. Ma il premier ha detto chiaro e tondo che poi quelle leggi le riscrive e le fa riapparire. Allora la Cassazione deve mettere nel conto questa esplicita intenzione, questo dichiarato leva e rimetti? Non tocca a un Tribunale o a una sentenza sanzionare o fermare il legale trucco dell’imprenditore. Toccherebbe semmai ad altri. 

Berlusconi non fa mistero di sè: i tunisini immigrati sono una tragedia o un’opportunità, la guerra in Libia una perdita in conto capitale o un investimento, il nucleare un ingombro oppure una rendita. Dipende, dipende dagli interessi dell’azienda Berlusconi. Lui lo dice al paese da quasi venti anni. Nè tappetaro, né zelig, nè mago. Solo un coerente capo azienda, la sua.

E l'Azienda Italia?

Per quella ci sono le votazioni e il Conflitto di interessi mai risolto.

Nucleare, Berlusconi spiega il trucco.



Dunque è tutto vero, per chi avesse avuto qualche dubbio: l'emendamento proposto dal governo italiano al decreto legge omnibus dal titolo " Abrogazione di disposizioni relative alla realizzazione di nuovi impianti nucleari” è soltanto un trucchetto per aggirare il referendum del 12 e 13 giugno.

Lo ha spiegato senza batter ciglio il presidente del Consiglio in persona, alla conferenza stampa seguita al vertice italo-francese che aveva sul tavolo parecchie questioni, dai bombardamenti sulla Libia, all'immigrazione, alla Opa di Lactalis su Parmalat.
Alla domanda di un giornalista sullo stop alle centrali, Berlusconi è andato dritto come un treno: "Vorrei chiarire - ha spiegato - il nostro intervento: noi siamo assolutamente convinti che il nucleare sia il futuro. Ma dopo l'accanimento (?) di Fukushima, e secondo i sondaggi che siamo soliti fare, l'opinione pubblica non era più serena. Se fossimo andati al referendum sarebbe stato precluso un futuro di sviluppo nucleare". Più chiaro di così.

Il presidente del Consiglio ha aggiunto che "il nucleare è un futuro ineluttabile. Non si può pensare che le energie rinnovabili possano servire la richiesta di energia di tutto il mondo". Insomma, l'idea è di sfruttare l'energia nucleare anche per vendere all'estero, come fa la Francia. D'altronde secondo Berlusconi - che ha ricordato più di una volta durante la conferenza stampa la sua "storia da imprenditore" - un'Italia "all'avanguardia sul nucleare, tanto che la potenza dell'atomo è stata scoperta da un italiano" è stata bloccata "dall'ecologismo di sinistra".

E la sicurezza? Tutte fandonie. "Il nucleare è sicurissimo - ha assicurato il premier italiano - Mi risulta che in Francia quando bisogna costruire una nuova centrale le comunità entrano in competizione per accaparrarsela, perché significa sviluppo e posti di lavoro". Sarkozy al suo fianco annuisce, e si cala nei panni del venditore che ha già indossato in Giappone subito dopo la tragedia: "Le nostre centrali sono sicurissime. Se abbiamo eprso qualche appalto è proprio perché costano più delle altre per i loro altissimi livelli di sicurezza. A giugno - ha ricordato Sarkò - in Francia si svolgerà un vertice mondiale delle Agenzia per la sicurezza nucleare proprio con l'obiettivo di alzare gli standard". Poi la profferta: "Se l'Italia deciderà di cambiare idea, sappia che nella Francia troverà un partner accogliente".


26 apr 2011

La bugia nucleare di Berlusconi scade il 30 maggio.



Stop al nucleare? Solo per evitare il referendum”. 
L’ha detto oggi Silvio Berlusconi, scatenando un mare di polemiche. In realtà, il Premier ha parlato a lungo della moratoria che sospende l’attuazione del nucleare per dodici mesi, che è già legge. Ma il 19 aprile, il suo governo ha approvato un emendamento (già votato dal Senato) che cancella tutte le norme che danno attuazione al progetto nucleare italiano. E quindi? O Berlusconi non si ricorda questa iniziativa, o ha mentito ai francesi, o ha mentito agli italiani. Il 30 maggio, in ogni caso, scade la delega alla Camera senza il voto della quale l’emendamento non avrebbe alcun valore.  
Lo stop al nucleare? L’abbiamo voluto solo per evitare il referendum”. Adesso che le acque sembravano calmarsi un po’, e che tutti ci eravamo più o meno convinti che il nucleare in Italia non sarebbe tornato, ci ha pensato Silvio Berlusconi, oggi al vertice italo-francese, a confondere le acque. Breve ricapitolo delle puntate precedenti, allora, per capire cosa succede davvero.
 A fine marzo la maggioranza di governo approva una cosiddetta “moratoria”. Tutto fermo per dodici mesi. E questa è legge. Cioè: la tempistica per l’attuazione della normativa sul ritorno all’atomo, che doveva essere attuato tassativamente entro lo scorso anno, ha un anno in più di tempo per essere approntata e approvata. Tutto slitta, ma non viene cancellato.
Il 19 aprile, però, il governo approva un emendamento che viene approvato rapidamente al Senato.
Apparentemente è la “pietra tombale”, e un annuncio pubblico dello stop arriva anche dal governo e quindi è destinato a saltare anche il referendum. L’Italia dei Valori e le associazioni ambientaliste urlano che non bisogna cascarci, che è una truffa, ma il clima sembra cambiato veramente. A quanto pare il nucleare è davvero destinato alla soffitta. Poi oggi arriva la sortita “italo-francese” del presidente del Consiglio. Il quale, stando ben attento a non citare l’emendamento abrogativo, ha parlato solo della “moratoria”: «Siamo assolutamente convinti che l'energia nucleare sia la sfida al futuro per tutto il mondo», ma il recente incidente accaduto in Giappone «ha spaventato i nostri cittadini» come dimostrano «i sondaggi che abitualmente facciamo sull'opinione pubblica». Perciò «se fossimo andati oggi al referendum il nucleare in Italia non sarebbe stato possibile per molti anni, quindi il governo responsabilmente ha ritenuto di proporre questa moratoria, per far si che si chiarisca la situazione in Giappone e per farsì che magari dopo un anno, dopo due anni, si possa ritornare ad avere un’opinione pubblica consapevole della necessità di ritornare al nucleare». A questo punto, più che risposte, si possono formulare ipotesi e porre alcune domande.
La prima: il Presidente del Consiglio non ricorda che è in corso un iter legislativo promosso dal suo esecutivo per abrogare la normativa che reintroduce il nucleare, oltre alla sospensione già in essere. La seconda: il Presidente del Consiglio ha detta una mezza bugia ai “soci” francesi, o meglio ha omesso di spiegare come si sta procedendo l’iter legislativo. La terza: il presidente del Consiglio ha davvero bluffato, e l’emendamento abrogativo approvato al Senato e appena arrivato alla Camera non era “destinato” dal governo che lo ha promosso a diventare legge.
L’ardua sentenza, in questo caso, non tocca ai posteri. Il decreto scade infatti il prossimo 30 maggio, e a quel punto si saprà se l’emendamento abrogativo del governo entrerà in vigore o se, invece, resterà solo la moratoria. Un decisione definitiva sui referendum, a quel punto, sarà già stata presa, visto che le consultazioni sono fissate per il 12 giugno.