Lezioni. Se ieri il Partito democratico avesse seguito la via suggerita dai teorici dell’Aventino, se avesse prevalso la lezione pasionaria...
Se il Partito democratico avesse seguito la via suggerita dai teorici dell’Aventino, se avesse prevalso la lezione pasionaria di Rosy Bindi che voleva lasciare l’aula insieme a tutta la truppa democratica, se i maestrini dipietristi e le loro sguaiate gazzette avessero imposto la linea del gesto eclatante, il risultato è che stasera il processo breve sarebbe già stato approvato dalla Camera dei deputati. Invece la maggioranza ha commesso errori, s’è incartata e sfilacciata e alla fine non ha portato a casa niente. Il blitz per regalare a Silvio Berlusconi un’altra legge ad personam alla vigilia della prima udicenza del processo Ruby è fallito.
Difficile trovare una dimostrazione più evidente e incontestabile del fatto che il mestiere dell’opposizione è innanzitutto opporsi bene in aula, con tutti i mezzi che il regolamento consente.
Bindi, che non è un dirigente qualsiasi, bensì il presidente dell’Assemblea nazionale del Pd, e gode di un largo credito presso l’elettorato democrat, ha proposto in una intervista a Repubblica una linea di condotta che, riletta alla luce della giornata parlamentare di ieri, avrebbe condotto il suo partito alla disfatta. «Se non facciamo niente di nuovo - diceva Bindi - un gesto di rottura contro l’imperatore, un salto vero, anche il processo breve sarà presto derubricato, metabolizzato, dimenticato». Ma l’unica conseguenza del gesto di rottura sarebbe stata, appunto, quella di spianare la via ai piani del Pdl.
Nel delirio dell’altroieri, quando una pattuglia di nostalgici dell’hotel Raphael ha pensato che si potesse dare la spallata a Berlusconi presentandosi davanti all’uscio di Montecitorio e svuotandosi le tasche delle monetine da 10 cent, c’è stato persino chi, come il senatore Ignazio Marino, è arrivato a ipotizzare dimissioni collettive: «Dobbiamo fare dei gesti eclatanti - ha detto il chirurgo ed ex candidato alla segreteria del Pd - come abbandonare tutti l’Aula e, perfino, dimetterci in massa per arrivare a nuove elezioni». Per poi concludere: «Le persone non ne possono più e non possiamo essere complici di questo regime».
L’idea che l’opposizione si renda «complice» di qualcosa, qualunque cosa, semplicemente facendo il suo dovere, cioè dando fino in fondo battaglia in aula, è la prova definitiva che il male che si sta divorando la nostra democrazia, lo svuotamento e la decadenza del Parlamento sovrano, non è certo solo figlio del Porcellum o della nota allergia di Berlusconi per le Camere (invero miracolosamente attenuata da quando si tiene a galla solo grazie alla raccogliticcia pattuglia di trasformisti che ha arruolato). Il virus ha attecchito bene, eccome, anche a sinistra, dove le trombe del primitivismo, del massimalismo un tanto al chilo, suonano a tutte le ore e spesso riescono a coprire, quando non a zittire, la voce della politica.
Qui non si vuole demonizzare la piazza, che è talvolta risposta utile, necessaria e salutare.
Si vuole rottamare l’idea che il grado di purezza dell’opposizione a Berlusconi si misuri sulla base dei decibel, dei colpi di teatro o dell’ubbidenza agli editoriali-cabaret di opinionisti in auge.
Una frase ancora di Bindi merita di essere presa in considerazione: «Il momento è tale - ha detto l’ex ministro - che non possiamo rispondere con i mezzi ordinari a una situazione straordinaria». E invece la questione andrebbe proprio rovesciata. Sono anni che il Pd, per supplire alle proprie carenze ordinarie, si inventa soluzioni straordinarie: le candidature mediatiche, i Calearo tirati fuori dal cilindro dell’autolesionismo, le petizioni monstre, le manifestazioni oceaniche, gli appelli contro il regime. Sono proprio «i mezzi ordinari» quelli che il principale partito d’opposizione ha dimostrato di non saper più maneggiare. Chissà che da ieri non si possa invertire la tendenza.
Stefano Cappellini
