Quanta fatica costa ogni anno la ricorrenza del 25 aprile. Se pensiamo a come sia stata dura e piena di difficoltà poche settimane fa anche la celebrazione del centocinquantesimo anniversario dell’Unità abbiamo la percezione di un paese fragile che rischia di perdere la memoria e con essa la ragione della sua esistenza. Il centocinquantesimo si è scontrato con il doppio negazionismo dei padani e dei tardo-borbonici.
L'anniversario della Liberazione con il silenzio del premier e le aperte contestazioni non solo di gruppi fascisti sicuramente marginali ma anche di personaggi, come il capo della Destra, Storace, e di deputati e consiglieri regionali di Pdl e Lega, che fanno parte della maggioranza di governo. Sia per il centocinquantesimo sia per il 25 aprile il senso delle celebrazioni è stato illuminato dalle parole del Capo dello Stato. Ieri in un breve discorso ha nuovamente rivolto un appello contro le risse della politica, per l’avvio di riforme profonde nel solco della Carta costituzionale e soprattutto della sua prima parte. Anche questa volta Giorgio Napolitano è riuscito con felice sintesi a trovare il filo rosso che lega il Risorgimento alla Liberazione con quel riferimento ai valori di libertà, indipendenza e unità che si trovano nei due moti popolari che hanno segnato la storia dell’Italia moderna. Ancora una volta è toccato al Quirinale il compito di tenere assieme ciò che la politica e le nuove ideologie dividono.
La fatica delle celebrazioni è un tratto distintivo della più recente storia italiana. Nel dopoguerra abbiamo avuto interi periodi di durissima contrapposizione politica ma i simboli fondativi erano ritenuti dalle parti in aperto contrasto come ineliminabili. I due partiti maggiori ma anche le forze laiche si sono lentamente appropriate di una storia comune e anche il revisionismo di An, esploso nella Seconda repubblica, era maturato negli intellettuali di destra nello scontro di quegli anni. C’è stata inoltre una intera stagione in cui, anche per reazione all’assalto terroristico, la gran parte delle forze politiche erano sembrate in straordinaria sintonia nel ricordare i valori fondanti della nascita dell’Italia repubblicana. Fu un fenomeno talmente pervasivo che nessuno si sorprese quando un cantautore dedicò il verso di una canzone che varcò i confini del paese al «partigiano come presidente».
In quegli stessi anni anche le letture più critiche sulla storia risorgimentale sembravano al riparo dalla suggestione di una revoca in dubbio della nazione italiana la cui nascita tanto impressionò l’Europa e il mondo intero fornendo addirittura tre diverse figure carismatiche del genio italiano con il politico Cavour, il profeta Mazzini, il guerrigliero Garibaldi. Siamo stati per un bel po’ di anni un paese unito, fiero dei suoi miti fondativi, alla pari con quella parte di mondo, non solo in Occidente, che sa da dove viene e sa dove andare. Fino a che, quasi d’improvviso, ci siamo trovati immersi in un paese in cui la memoria diventava una colpa, il passato un luogo di oscurità, interamente proiettato su un presente pieno di luci e carillon. Senza Risorgimento e senza Liberazione iniziava l’operazione revisionistica che ha portato ai drammi e alle divisioni di oggi.
Questa fatica di conservare la memoria è stato, tuttavia, soprattutto il frutto di una corrente culturale prima ancora che di uno o più movimenti politici. La storia venne riscritta prima ad uso degli intellettuali poi distillata per il popolo.
La Resistenza e la Liberazione vennero svalutate soprattutto per stigmatizzare l’impegno e il sacrificio in esse profuse dalla sinistra e in particolare dai comunisti. Quel dogma anticomunista che non aveva impedito la collaborazione negli anni durissimi del dopoguerra, ed oltre, riuscendo a porre le basi per una eccezionale modernizzazione dell’Italia, diventò il precetto dell’Italia opulenta che non si accorgeva di essere sul bordo del dirupo. La cultura revisionista invece di fornire l’armatura ideologica per un ulteriore salto nella modernità si rivelava via via come il manifesto di un paese spaventato dal nuovo e alla ricerca di un inafferrabile nemico interno a cui addossare le proprie paure e le proprie angosce. E fu proprio dal cuore della cultura liberale che vennero le armi culturali, disposte sul campo prima della ricerca e poi della mobilitazione politica, per incoraggiare una nuova più esasperata divisione degli italiani.
Berlusconi è arrivato dopo, con i suoi ricchi premi e cotillon, la sua qualità di mobilitatore di coscienze e di conquistatore di popolo.
Lo scorso anno sembrò che una parte di questo progetto stesse sul punto di essere accantonato. Con un fazzoletto partigiano al collo, il premier a Onna, nell’epicentro del terremoto abruzzese, pronunciò parole che non aveva mai voluto dire prima. Poche settimane dopo se ne dimenticò e continuò nella sua campagna distruttiva verso l’architettura costituzionale culminata in questi mesi con gli attacchi alla magistratura, alla Corte Costituzionale, al Parlamento, spesso anche al Quirinale.
Oggi siamo arrivato a un punto di non ritorno.
Le parole di Napoilitano, se possiamo permetterci di interpretarle, non vanno lette in chiave celebrativa ma rappresentano il richiamo al rispetto costituzionale come unica possibilità non per conservare lo status quo ma per innovare. Il presidente ricorda a chi vuol porre mano alla Carta che in essa sono racchiusi i valori fondativi di un paese moderno non la tradizione desueta di un paese morente. Soprattutto il riferimento alla prima parte della Carta contiene le ragioni dello stare assieme di fronte alle spinte dissolutive che minacciano la Repubblica. Quella esaltazione dei valori di libertà, indipendenza e unità come tratto d’unione fra Risorgimento e Liberazione costituisce l’ammonimento più severo prima che lo scontro determini la rovina comune. Sono indicazioni per la politica ma sono anche temi per una battaglia culturale per chi sente il rischio che il Paese torni ad essere, quasi due secoli dopo, una «espressione geografica».
