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ieri, oggi e domani

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18 apr 2011

«Ritiriamo le basi»
Il sistema Italia e la Libia perduta.



Sboom. «Il danno della guerra per le nostre imprese è enorme» si sfoga Giovanni Ottati di Confindustria. «Siamo visti male in tutta l’Africa» aggiungono alla Camera di Commercio ItalAfrica Centrale. E il futuro è oscuro: «Impreparati a rivedere il modello di business».
«Il danno della guerra in Libia per le imprese italiane non è enorme è di più, è totale, globale» si sfoga Giovanni Ottati, presidente di Assafrica e Mediterraneo, l’associazione di Confindustria che raggruppa le imprese italiane nei paesi del Maghreb.
Le aziende italiane in Libia erano tante e facevano affari d’oro. Era presente soprattutto la grande impresa italiana. A partire dall’Eni e dalle sue controllate. C’era Finmeccanica, attiva nel settore della sicurezza. L’Ansaldo costruiva sistemi per le ferrovie, mentre Impregilo e Savini Todini erano attive nel settore delle costruzioni. E poi la Sirti stava predisponendo la rete di fibra ottica del paese. La Prysmian si occupava di cavi elettrici e di telecomunicazioni. Commesse importanti, tutte bloccate, a cui si aggiungono i cosiddetti “cavalieri solitari”, le piccole e medie imprese attive nel settore ospedaliero ma anche in quello delle ristrutturazioni alberghiere e più in generale dell’accoglienza. Adesso è tutto fermo.

L’allarme di Confindustria viene ripreso da Alfredo Cestari, presidente della Camera di Commercio ItalAfrica Centrale-Unioncamere: «Il danno complessivo già subito dal sistema-Italia, finora stimato in decine di miliardi di euro, potrebbe diventare incalcolabile se non si mettesse fine alle ostilità». Per questo Cestari chiede al governo «un immediato abbandono di ogni iniziativa militare con il ritiro della disponibilità a concedere le basi. Passare armi agli oppositori di Gheddafi significherebbe allungare la scia di sangue all’infinito e condannare al definitivo fallimento le centinaia tra piccoli, medi e grandi imprenditori italiani che già hanno dovuto abbandonare le proprie attività private avviate in Libia».
«La nostra politica estera ha commesso il grave errore – afferma Cestari – di non aver assunto il ruolo principale in questa crisi. Dovevamo fare da mediatori tra le parti, e non l’abbiamo fatto. 
Potevamo dissociarci subito dall’intervento militare e non l’abbiamo fatto. La posizione dell’Italia fin dall’inizio non è stata chiara, con il risultato che adesso il nostro Paese è percepito in maniera negativa in tutta l’Africa. E il prossimo governo che si insedierà a Tripoli non darà lo stesso spazio alle commesse per le imprese italiane. Parte della torta ce la dovremo spartire con Francia e Gran Bretagna».
Non è neanche chiaro con chi dovremmo trattare secondo Giovanni Ottati, che spiega: «In Libia attualmente non ci sono le condizioni di sicurezza per operare e anche il sistema bancario è menomato, perché quasi tutte le banche sono inserite nella “black list” quindi non si può lavorare con loro. Però dobbiamo ricordare che il 93-97% delle fonti di energia libica è attualmente ancora sotto il controllo di Gheddafi, solo il 3-7% si colloca nella zona controllata dal Consiglio di Bengasi.
Le forze in campo sono chiare. I ribelli di Bengasi rappresentano una minoranza del paese, circa 700 mila persone e rivendicano un ruolo maggiore, ma non si potrà non passare per una mediazione con Tripoli perché la capitale da sempre è stata il centro di sviluppo del paese. Ricordiamoci che la Libia è stata per decenni governata su un compromesso tra le 40 principali tribù del paese: sono loro che devono trovare le condizioni per uscire dalla crisi. Perché forse la spaccatura tra Tripolitania e Cirenaica che i media stano tanto enfatizzando è meno radicata socialmente e storicamente di quanto si voglia far credere».
Una certezza però c’è - secondo Ottari - ed è il danno generalizzato che la guerra civile sta creando. 
«Adesso la guerra civile ha reso instabile l’intera area sotto tutti i punti di vista. Perché la Libia dava da lavorare a 300 mila egiziani e 200 mila tunisini, oltre a un numero imprecisato di africani. Tutti paesi che sono colpiti direttamente dalla crisi con il crollo delle rimesse dall’estero e una nuova disoccupazione».

Secondo Ottari il futuro non promette nulla di buono per il sistema Italia: «L’idea che le imprese italiane avessero una posizione strategica nei paesi del bacino del Mediterraneo è valida solo sulla carta. L’unico Paese dove gli italiani facevano affari d’oro era la Libia. Perché avevamo una posizione privilegiata ed era un paese che dava redditività superiore agli altri dell’area, pagava bene ed era puntuale. Dal 2003 la Libia aveva lanciato un piano di sviluppo con disponibilità di soldi liquidi e la volontà di diventare un punto di sviluppo per l’area. D’ora in poi tutto questo non ci sarà più perché non ci sarà più un Gheddafi che viene a Roma e apre il salvadanaio agli italiani. Le imprese italiane dovranno rivedere il modello di business, e non sono preparate a farlo».
Jacopo Arbarello