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ieri, oggi e domani

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31 ott 2011

I servizi segreti smentiscono Sacconi: “Nessun rischio terrorismo”. Un ministro incosciente che applica il terrorismo di stato.





Nessuna ripresa della propaganda armata: i servizi segreti italiani smentiscono l’allarme lanciato dal ministro del Lavoro Maurizio Sacconi su una possibile ripresa della lotta armata come reazione alle nuove norme sui licenziamenti. 

Secondo quanto riporta Carlo Bonini su Repubblica, Aisi, Ros e Ucigos (la direzione centrale della polizia di prevenzione) affermano che non esistono informazioni sull’allarme lanciato da Sacconi.

Dall’Aisi, i servizi segreti interni, dicono: “Se la domanda è: esistono informazioni specifiche su singoli o sigle che segnalano la ripresa della propaganda armata, allora, la risposta è un rotondo “no”. Queste informazioni non esistono. O, quantomeno, l’Aisi non ne ha trasmesse all’autorità politica. Se invece la domanda è se esistono, in questo momento, condizioni sociali e di piazza capaci di creare un terreno fertile alla propaganda armata, allora la risposta è “sì”. Ma in questo caso siamo non solo nel campo del buon senso, ma direi pure dell’ovvio. È la differenza che passa tra una notizia di intelligence, che al momento non c’è, e un’analisi della fase politica del Paese, che come tale ognuno è libero di valutare”.

”Quello che è successo a Roma è sì sintomo di insofferenza giovanile, ma indica anche che sono al lavoro nuclei organizzati che operano clandestinamente per trasformare il disagio in rivolta”, ha quindi affermato Sacconi.

Stessa musica al Ros, il reparto operativo speciale dei carabinieri, e dall’Ucigos, che parlano di un “incremento significativo” dell’aggressività dell’area cosiddetta anarco-insurrezionalista, ma nulla che accrediti la possibilità, in tempi brevi, che da questa scaturiscano organizzazioni clandestine armate.

“Quando si parla di precursori della lotta armata – ragiona un alto ufficiale dell’Arma – si fa indubbiamente riferimento a condizioni che oggi possono anche essere rintracciate nel quadro difficilissimo che sta attraversando il Paese. Ma quando dall’analisi si scende nella concretezza di ció che puó accadere di qui ai prossimi mesi, gli indicatori, sotto il profilo della prevenzione e dell’indagine sono altri. Faccio qualche esempio: la produzione ideologica, la scoperta di rapine di autofinanziamento, la rivendicazione di atti di violenza politica non di piazza, ma che alla piazza devono parlare.
Ecco, questo quadro oggi è assente. E questo fa prevedere con ragionevole certezza che non siamo in una situazione in cui un’area di disagio sociale è pronta a passare armi e bagagli alla clandestinità armata. Quantomeno in tempi brevi”.

Fini: «Attenti alla disoccupazione», rischio autunno caldo.





Nel dibattito sui licenziamenti facili scatenato dalle misure annunciate dal governo in materia di riforma del mercato del Lavoro, anche il presidente della Camera ha preso una posizione, lanciando un allarme e mostrando la sua visione opposta a quella del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. 

«Se si tende solo a favorire la possibilità di licenziare c'é il rischio di veder moltiplicare il tasso di disoccupazione che da qualche anno a questa parte sta crescendo e che riguarda in particolare un'area del Paese», ha detto Gianfranco Fini il 29 ottobre al congresso regionale di Futuro e libertà. «Mi auguro», ha aggiunto Fini, «che il governo non sia così irresponsabile da non confrontarsi con le parti sociali e le categorie economiche per tutelare non solo le imprese ma anche per farle crescere e prosperare». Fini ha poi messo in guardia dal rischio di «un autunno caldo che ci farebbe tornare indietro».


BATTAGLIE RADICALI IMPORTANTI PER LA DEMOCRAZIA. Il presidente della Camera ha poi spezzato una lancia in favore dei radicali, dopo le polemiche su un presunto 'flirt' tra il partito di Pannella e Silvio Berlusconi: «La tradizione politica radicale, che negli anni si è contraddistinta per l'impegno nel Parlamento e nel Paese in importanti lotte per la libertà, per la democrazia e per la difesa dei diritti umani, rappresenta un patrimonio di idee che, dotato di una grande forza mobilitatrice, ha contribuito ad arricchire il confronto e il dibattito politico sulle grandi sfide che caratterizzano la contemporaneità», ha detto Fini nel messaggio inviato al congresso radicale insieme agli auguri di buon lavoro.


LA SECESSIONE DELLA LEGA CELA L'INGANNO DEL FEDERALISMO. Infine, il presidente della Camera non ha mancato di attaccare le pulsioni secessioniste della Lega: «Se la Lega rilancia la bandiera stinta della secessione è solo perché non può presentare un bilancio positivo ai suoi elettori. Rispolverare la bandiera inesistente dell'identità padana - ha aggiunto - altro non è che la manifestazione di un fallimento». 

Secondo il presidente della Camera, infatti, Bossi non può presentare l'utopia fallimentare del federalismo che «si é rivelato un clamoroso inganno. Il suo federalismo ha fatto moltiplicare le tasse e oggi i cittadini e gli imprenditori pagano le tasse come mai le hanno pagate prima». 

Salviamo le cure ai malati terminali.





Che fine faranno le cure palliative e l'assistenza ai malati terminali? La proposta di piano sanitario regionale 2011-2013 sembra mettere in un angolo anni di pratiche mediche avanzate - rispetto al resto del paese - che hanno visto crescere, malgrado i limiti di finanziamento, in Veneto esperienze come l'attività domiciliare, gli hospice e le residenze protette. Tutto questo anche grazie ad una legge regionale [7/2009] che per prima ha definito l'organizzazione dell'assistenza ai malati inguaribili più gravi e la tutela delle persone con dolore fisico prevedendo l’istituzione di equipe con esperienze in cure palliative, nonché la realizzazione in ogni Usl di hospice, cioè di strutture dedicate ai malati terminali, in numero proporzionale ai residenti.

Ora la proposta di piano sanitario, di cui è prevista a breve l'approvazione, rischia di svilire tutto ciò non prevedendo «l'obbligo delle aziende ULSS di realizzare la rete di cure palliative individuata come sistema di offerta unitario, condizione irrinunciabile al buon funzionamento». L'allarme è stato lanciato da 13 associazioni di volontariato venete e di 4 società scientifiche - società italiana di cure palliative, federazione cure palliative onlus, la società italiana di medicina generale, società italiana di psico oncologia - che hanno indirizzato una serie di osservazioni alla giunta regionale e promosso una raccolta di firme [qui].

Tra le osservazioni avanzate una riguarda in particolare gli hospice che nel piano sanitario sono appena citati e rischiano - secondo la denuncia delle associazioni - di essere sostituiti nella loro funzione dagli ospedali di comunità con la conseguenza «di innalzare l'inadeguatezza dei ricoveri in strutture non adatte e di incrementare paradossalmente i ricoveri ospedalieri inappropriati e con essi le sofferenze delle persone malate».

Qui tutta la documentazione

«Meglio i rom che il Pdl» Belluno: la furia leghista.





Vertice con Gobbo e dure reazioni dopo la sfiducia azzurra al presidente Bottacin Manzato: «Partito incapace e inaffidabile, da rivedere tutte le alleanze in Veneto».        

Il naufragio dell’amministrazione provinciale di Belluno, avviata alle elezioni anticipate, provoca una frattura nell'asse Lega-Pdl, che governa il Veneto e il Paese, ben oltre i confini alpini.

Mentre Gianpaolo Bottacin trasloca mestamente dall’ufficio di presidenza - sfiduciato dagli ex alleati azzurri che hanno sommato i loro voti a quelli dell'opposizione - nel Veneto si apre un problema politico, riassunto in toni inequivocabili da Franco Manzato, l'assessore regionale leghista all'Agricoltura: «Il Pdl è un partner inaffidabile, è un partito che non sta più in piedi, incapace di garantire una stagione di riforme.

A Belluno, per la prima volta, avevamo l'opportunità di imprimere una svolta all'amministrazione ma loro non l'hanno capito, perché concepiscono l'alleanza come una spartizione di potere non come la condivisione di un progetto». L'impressione, però, è che la Lega si sia spesa col contagocce in difesa di Bottacin... «No, noi non lasciamo soli i nostri uomini, c'era un'intesa tra i segretari regionali ma nel Pdl, evidentemente, non esiste più un vertice in grado di fornire garanzie e rispettare gli accordi. Il caso Belluno va ben oltre l'aspetto locale, non si illudano, non gliela faremo passare liscia, gli accordi vanno rimessi in discussione in dovunque». «E’ accaduto un fatto grave, i cui protagonisti hanno una forte responsabilità di fronte ai cittadini, ben sapendo quanto alla gente non interessino i giochetti politici ma azioni concrete per superare la difficoltà del momento», rincarano Arianna Lazzarini, consigliere regionale e responsabile organizzativo della Lega, e il capogruppo Federico Caner, solidali con l’ex presidente che «In questi 29 mesi di governo ha saputo ben amministrare nonostante i tagli delle risorse, tenendo la testa alta e compiendo azioni di grande dignità».

Bottacin, gettata la spugna, si rimette al capo del partito: «Sarà Gobbo a decidere»; quest'ultimo, ieri a Belluno per una riunione conclusa con la decisione di correre da soli in città e in provincia, non si sbottona - «Ne stiamo discutendo a fondo, noi non ci confrontiamo sui giornali» - ma il suo malumore è evidente e così il rischio di un effetto-slavina in regione. I punti critici, del resto, non mancano.
A cominciare da Treviso, dove i pidiellini - stremati da una lunga stagione di egemonia leghista e feriti dalla secessione del parlamentare Fabio Gava - reclamano, con largo anticipo, la candidatura di un azzurro alla poltrona di sindaco. Nel Carroccio, che guarda alla Marca come al proprio cortile di casa, la richiesta (alla luce del default bellunese) - è stata accolta alla stregua di una provocazione dal segretario Antonio Da Re. Che sibila: «Accordi con loro? Piuttosto li faccio con i rom».

A Rovigo, invece, sono le risse interne alla Lega a turbare i sonni del sindaco berlusconiano Bruno Piva; tre consiglieri “padani” ribelli - in lotta con segretario di partito Antonello Contiero, accusato di “metodi stalinisti” - hanno costituito un gruppo autonomo; appoggeranno lealmente Piva, assicurano (e il loro voto è già stato decisivo per respingere una mozione di dimissioni del presidente dell’assemblea) ma non si tratterà di un sostegno gratuito: «Se il sindaco darà spazio al traditori, sappia che non arriverà al panettone», minaccia l’implacabile Contiero.

Tant’è. Tra i due litiganti prova a godere il Pd: « A Belluno la necessità di una vera autonomia e di un vero federalismo è più forte che in qualsiasi altra provincia veneta, è naturale che le contraddizioni del centrodestra siano esplose qui prima che altrove», sentenzia il segretario regionale Rosanna Filippin «ora che questa alleanza è crollata dev’essere chiaro che su queste macerie non c’è nulla da ricostruire. Lega e Pdl hanno fallito come alleanza. A Belluno, come in tutto il Paese, è tempo di un’alternativa e le elezioni saranno l’occasione per metterla in campo». 

"Ogni giorno un imprenditore rischia di restare
 senza mutande": nudo contro la crisi.






Il titolare della E-Group compra la pagina di un giornale e si
 fa fotografare senza veli: «Il governo deve muoversi subito».

Treviso - Nudo per protesta contro la crisi: 18 anni dopo l'ormai famosa foto di Luciano Benetton, un altro imprenditore trevigiano ha voluto comprare oggi una intera pagina del Corriere della Sera e scegliere la provocazione. 



Ma se il "patron" della griffe di abbigliamento lo aveva fatto per pubblicità, Enrico Frare, titolare della E-Group, specializzata in abbigliamento sportivo invernale, lo fa per manifestare il disagio della categoria di fronte alla crisi. "Ogni giorno in Italia - recita lo slogan che accompagna la foto di Frare - un imprenditore rischia di rimanere senza mutande". 



«Per chi come me cerca di portare avanti il made in Italy - spiega - la situazione non è più sostenibile. C'è chi mi chiede perché non delocalizzo: ma io voglio investire qui». È anche un problema di liquidità. «Le banche - denuncia - anche a fronte di garanzie non concedono più nulla. La conseguenza sono meno investimenti in ricerca, sviluppo del prodotto, ritardi nella consegna e produttività in calo». La soluzione, ammonisce, è una sola: «Il governo deve muoversi subito per non rischiare la fuga delle imprese che hanno fatto la fortuna del nostro territorio». 


È tornata l'ora solare. Risparmiati 91 mln di euro. Ora legale tutto l'anno? Perché buttare milioni di euro?






Stando alle stime rilasciate da Terna Energia, proprio grazie alle lancette spostate in avanti di un’ora nei mesi da Aprile a ottobre che ritarda l’uso della luce artificiale, in Italia sono stati risparmiati ben 647 milioni di kilowattora, più dello scorso anno in cui erano stati 644,4 milioni i kWh non consumati con l’ora legale. In pratica, il minor consumo annuo equivale al fabbisogno medio annuo di oltre 215.000 famiglie. In soldoni, l’Italia ha risparmiato circa 91 milioni di euro. Più dello scorso anno – 85 milioni di euro – anche perché nel 2010 il costo medio di 1 kWh era più basso (13,4 centesimi di euro).

Volendo fare due conti a livello complessivo. Il nostro paese dal 2004 al 2011 grazie all’ora legale ha risparmiato complessivamente 5 miliardi di kilowattora, ovvero ben 700 milioni di euro. E il tutto semplicemente spostando avanti le lancette dell’orologio e ritardando così l’utilizzo della luce artificiale nei mesi in cui questa viene impiegata maggiormente nelle ore serali.
Alla luce di questi risparmi, poco importa, dunque se qualcuno di noi soffra poi i disturbi legati al cambiamento di abitudini in rapporto alla luce: gli esperti garantiscono che il senso di disorientamento si riassorbe velocemente nel giro di 3 o 4 giorni.
Non la fa così semplice il Codacons che  ai  dati di Terna – consultabili nel dettaglio dalla home page del sito www.terna.it con tanto di “curva di carico" dei consumi energetici in Italia in temo reale – contrappone i tanti svantaggi legati al cambio dell’ora che i cittadini devono subire “a cominciare dal  problema di dover risincronizzare  il ciclo del sonno. Gli italiani, infatti, spendono ogni anno un capitale in farmaci per dormire ed il cambio dell'ora acuisce il problema".
Secondo il Codacons vi è, quindi, "sia un costo diretto legato alla  vendita di prodotti farmaceutici, sia un costo indiretto legato alla sonnolenza e alla riduzione di produttività che si registra nella prima settimana lavorativa successiva al cambio. Per non parlare del costo economico legato alla sistemazione dell’orario: aggiornamenti sistemi informatici, orari dei treni, termostati temporizzati, dvd, agende elettroniche, radiosveglie, orologi nelle auto, problemi nelle transazioni finanziarie".
L’associazione dei consumatori però non si limita a criticare, ma propone di tenere l’ora legale tutto l’anno ” l'80% degli italiani è stufo del continuo cambio tra ora solare e ora legale e vorrebbe l'ora legale per tutto l'anno come in Gran Bretagna. Eliminando definitivamente l'ora solare, ossia quella invernale, si avrebbe, infatti, sia il beneficio di risparmiare kilowattora in estate, sia l'eliminazione dello svantaggio e del disagio connesso all'alternanza di orario”.
Codacons per questi motivi e dal 2008 chiede che venga modificata la Direttiva 2000/84/CE ed eliminata definitivamente l'ora solare invitando l’Italia a fare comunque una scelta autonoma rispetto agli altri Paesi UE nel caso cin cui l’Europa non voglia farlo. E voi che ne pensate? 



30 ott 2011

La Casta - Un Palazzo da 9 miliardi. Ogni politico eletto costa 59.000 euro all'anno. Confcommercio: La Casta costa 350 euro a famiglia all'anno.





Per ridurre la pressione fiscale su famiglie e imprese bisognerebbe agire sui costi della politica (Casta). Si tratta ormai di un leit motiv, spesso annunciato ma mai concretizzato veramente.


L'ultima a chiedere alla Casta un taglio delle sue spese è stata Confcommercio che ha calcolato in 9 miliardi l'anno e 350 euro a famiglia il costo della politica, sottolineamdo che basterebbe il taglio di un terzo di questo 'comparto' per abbassare di 0,8 punti percentuali l'aliquota Irpef.


Una possibile azione di contenimento della spesa pubblica, ha sottolineato l'associazione, «potrebbe partire dai costi della rappresentanza politica», ovvero quelli che i cittadini complessivamente sostengono per eleggere e far funzionare l'insieme degli organismi legislativi nazionali e decentrati - che, nel nostro Paese, «ammontano a oltre 9 miliardi di euro l'anno, circa 150 euro a testa». In pratica, ogni italiano, calcolando una vita media di 80 anni, spende 12 mila euro per pagarsi la politica.


TAGLIO DI UN TERZO? RISPARMI OLTRE 3 MLD. Applicando ai circa 154 mila rappresentanti politici dei vari organi collegiali nazionali e locali l'ipotesi - «più volte ventilata e condivisa da più parti» spiega Confcommercio - della riduzione di poco più di un terzo del numero dei parlamentari si avrebbe, infatti, un risparmio di spesa di oltre 3,3 miliardi all'anno.
Cifra sufficiente ad attuare «una riduzione permanente di circa 8 decimi di punto della prima aliquota Irpef a beneficio di oltre 30 milioni di contribuenti o, in alternativa, a ottenere permanentemente una somma di 2.900 euro all'anno da destinare a tutte le famiglie in condizioni di povertà assoluta».

Ogni politico eletto costa 59 mila euro all'anno.
Confcommercio ha calcolato che quasi il 77% dei costi per la cosidetta Casta sono rubricati sotto per le spese di funzionamento delle strutture di supporto alle assemblee legislative nazionali e locali. All'interno di queste ci sono le uscite indirette, che non sono altro che gli stipendi per i lavoratori pubblici che operano in funzione di staff, valgono poco meno del 47% dei costi monetari totali.
 Esclusi dal rapporto sono i costi della presidenza del Consiglio dei Ministri e neppure quegli degli organi costituzionali diversi da quelli direttamente elettivi, nè quelli di Regioni, Comuni e Province.


UN RAPPORTO 'INCOMPLETO'. Inoltre, non vengono inserite nei costi della politica, la spesa delle pubbliche amministrazioni per trattamenti di quiescenza.
 Le spese dirette, invece, che rappresentano il totale delle indennità di funzione e di carica corrisposte ai rappresentanti politici, valgono oltre il 19% del totale, una proporzione largamente inferiore a quella dell'insieme dei costi gestionali (il 30,1%, sostanzialmente gli acquisti di beni e servizi utilizzati nella 'funzione di produzione della politica').
Il costo complessivo vale in termini medi poco più di 59 mila euro per ciascun rappresentante eletto su base nazionale e locale (cioè 9.148,6 miliardi di euro diviso per gli oltre 154.000 membri di organi collegiali).
 


Veneto, in calo il numero di abitanti.
 Non accadeva da quarant'anni.





«Pochi figli e meno stranieri». Cambia il trend. Rapporto Istat, primo saldo negativo dagli anni '70. «Crisi economica, denatalità e meno arrivi di stranieri». 
Per la prima volta, da quasi quarant’anni a questa parte, cala il numero degli abitanti in Veneto. Il dato arriva dall’ultimo bilancio demografico mensile dell’Istat disponibile: nel maggio scorso, i residenti sono passati da 4.945.943 di aprile a 4.945.635. Un calo di 308 persone, una cifra assoluta minima, ma un’inversione di tendenza storica mai registrata da quando, nei primi Anni ’70, terminò l’emigrazione dei veneti per l’avvio del boom economico che portò il Nordest agli attuali livelli di benessere. Un dietrofront anche rispetto ai due mesi precedenti: nell’aprile e nel marzo scorsi il saldo totale dei residenti veneti era stato attivo, rispettivamente, di 1.438 e 3.247 unità.
E così, almeno per ora, si ferma la rincorsa del Veneto al traguardo dei cinque milioni di abitanti che sembrava ormai a portata di mano. Un risultato negativo - nel maggio scorso - a cui non contribuiscono due delle sette province, Verona e Padova, dove i residenti aumentano - rispettivamente - di 240 e 118 unità. Segno meno invece a Treviso (-165), Venezia (-163), Belluno (-141), Rovigo (-130) e Vicenza (-67). Scendendo nei dettagli demografici, la diminuzione della popolazione è dovuta in minima parte al saldo naturale (la differenza tra nati vivi e morti), con appena 34 unità in meno, ma soprattutto per il saldo migratorio, cioè la differenza tra chi si stabilisce in Veneto e chi lo abbandona (-274). 
Cifre che evidenziano subito le due concause del risultato: il persistente, ormai da decenni, e insufficiente tasso di natalità dei veneti e degli italiani residenti in regione, accentuato dal clima depressivo provocato dalla recessione; la grande crisi economica partita nel 2008 che, tra i licenziamenti e lo stop alla creazione di nuovi posti di lavoro, ha rallentato l’afflusso di immigrati e di connazionali provenienti da altre regioni del Paese. Insomma in Veneto si continua a non fare figli o comunque a farne molto pochi, una situazione finora compensata dalla fecondità degli stranieri, però ora inceppata perché questi ultimi, tra i più penalizzati dalla disoccupazione, stanno tornando in patria o rimandando indietro le famiglie, tagliando così residenti e la possibilità di aumentarli. La popolazione veneta riprenderà a correre se la crisi economica terminerà o almeno si attenuerà? Non ne sembra convinto Vittorio Filippi, docente di Sociologia alla IusVe (Istituzione universitaria salesiana di Venezia).
«La denatalità c’era già prima della crisi e non credo che la tendenza cambierebbe rapidamente se la congiuntura migliorasse. Dietro ci sono anche motivazioni culturali - precisa Filippi - Attendiamo le rilevazioni statistiche dei prossimi mesi per vedere se la situazione si conferma o meno, per ora non è scientificamente decisiva. È solo un campanello d’allarme». Un segnale che, aggiunge Filippi, comunque getta ombre sul futuro del Veneto. «Una società che perde abitanti e in cui l’età media si alza vertiginosamente è squilibrata - chiosa il professore - è come l’organismo di una persona con i parametri del sangue, per esempio pressione e colesterolo, sballati. Quindi un corpo fragile». 
E un Veneto del futuro indebolito, dove la vita potrebbe essere difficile per tutti, giovani «superstiti» e anziani ormai maggioranza, teme anche Franca Porto, segretaria regionale generale della Cisl. 
«Questo calo demografico non mi sorprende - chiarisce la sindacalista - è il frutto di decenni di scelte sbagliate in materia da parte delle classi dirigenti, non solo quella politica. S’è trascurata la famiglia e la natalità. Ci si è accontentati del fatto che si vive di più e meglio, non s’è pensato alle conseguenze di una società di anziani: chi lavorerà creando ricchezza e versando i contributi per pagare le pensioni? L’arrivo degli immigrati per questo è fondamentale, ma non possono fare anche i figli che non facciamo noi». Secondo la Porto, a maggior ragione per la crisi in corso (anche se lei preferisce parlare di «nuova realtà»), siamo a un momento fondamentale. «Ci vuole un patto intergenerazionale - propone la leader cislina - Dove gli anziani mettano sul piatto un po’ dei loro soldi, anche dalle pensioni, per alimentare un fondo per l’occupazione giovanile e le case per le giovani coppie che hanno prole».
E che ci sia da aiutare la famiglia è convinto anche Daniele Stival, leghista, assessore regionale all’Immigrazione. «Ai genitori va sostenuto il reddito e offerti servizi - puntualizza - va fermato, per esempio, il "massacro" fiscale per le coppie sposate praticato finora». 

Che sul calo demografico veneto stia incidendo il dietrofront delle famiglie di immigrati lo conferma, dal suo osservatorio privilegiato, don Dino Pistolato, direttore della Caritas veneziana ed ex coordinatore delle organizzazioni diocesane di assistenza ai più deboli nel Triveneto. «Il fenomeno è evidente - racconta il sacerdote - ma, al momento, non è un esodo. Come pure si sono fermati i ricongiungimenti familiari. E speriamo che la tendenza non aumenti, altrimenti il Veneto rischia di perdere lavoratori che ha specializzato in settori importanti come cantieristica, siderurgia e concia, dove ormai gli operai italiani sono pochissimi».

Renzi lancia Wiki-Pd, idee non divisione.





Il sindaco di Firenze al Big Bang, la convention alla Stazione Leopolda giunta alla seconda edizione.
Nessun elemento di divisione, solo idee. Parola di 'rottamatore'. Il sindaco di Firenze Matteo Renzi taglia il nastro di Big Bang, la convention alla Stazione Leopolda giunta alla seconda edizione, promettendo sorprese, ma soprattutto ponendo al Pd un interrogativo: "Se davvero toccherà a noi del centrosinistra governare il futuro cosa facciamo, una riedizione dell'altra volta?". Una scenografia choc per gli affezionati alle manifestazioni di partito: un salotto come quello di casa è allestito sul palco dove gli ospiti si sono alternati.
Accanto le immagini di grandi dinosauri, quelli che "si sono estinti da soli" ed il cui ingresso è "vietato" nella vecchia stazione granducale dismessa dove sono state sistemate 1.200 sedie per il pubblico - ma sono già circa duemila i presenti - per ascoltare, ma anche per partecipare, alle cento idee con le quali Renzi vuole cambiare la politica, lanciate poi in un confronto online in una sorta di 'Wiki-Pd', per varare una "rivoluzione delle idee" nel Pd.

Cento idee sono forse un po' troppe, chiosa il presidente della Toscana Enrico Rossi, ricordando le 200 pagine del programma dell'Unione, all'origine di un'esperienza non finita bene, che pone l'accento su quella che pare la vera posta in palio: la candidatura di Renzi alle primarie. Il sindaco rottamatore ha tuttavia spesso detto che "candidate saranno le idee", senza però arretrare un passo rispetto alla promessa di candidare un giovane. Un candidato, è stato fatto spesso osservare, che difficilmente potrebbe avere un nome diverso dal suo. "Renzi faccia il sindaco, ma se, sbagliando, si vuole candidare è sbagliato stopparlo", dice ancora Rossi, favorevole a primarie di coalizione dove, ha ribadito, il candidato del Pd è Bersani.
Da parte sua Renzi ha giudicato positivamente il fatto che Bersani abbia spiegato "che si può correre liberamente alle primarie: ne ho mai dubitato", dice, anche perché "il Pd senza le primarie non è il Pd". "Mi aspetto che in questi tre giorni si parli di questo, non di polemiche, coalizioni, alleanze. Parliamo delle questioni vere, degli italiani", dice Renzi. E i temi cominciano ad emergere: abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, abolizione del valore legale del titolo di studio, una discussione sugli ordini professionali, l'idea che l'Italia "possa ripartire scommettendo sulle questioni ambientali".

La sfida, insomma, è sulle proposte oltre che sul rinnovamento del Pd e di chi lo guida. Anche se, dice, "non mi sento un guastafeste del Pd. Noi crediamo nel Pd". 

Sacconi teme violenza omicida ma apre a proposta di Ichino (Partito democratico).





Il ministro teme che da violenza verbale si arrivi a omicidio. 
Il senatore del Pd propone a Berlusconi di cambiare insieme art.18.

La polemica sui licenziamenti si mantiene molto calda, anzi, per il ministro Sacconi c'è il rischio che i toni forti facciano da battistrada ad atti di violenza grave. "Ho paura ma non per me perchè io sono protetto, bensì per le persone che potrebbero non essere protette e diventare bersaglio di violenza politica che nel nostro paese non si è del tutto estinta", ha detto il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, intervistato sui temi delle riforme del mercato del lavoro.



Un tema che ha visto oggi un intervento in prima pagina su 'Libero', di Pietro Ichino, senatore del Pd, ha proposto a Silvio Berlusconi, con una lettera al direttore Maurizio Belpietro, di lavorare insieme per "cambiare insieme l'articolo 18", quello che regola il licenziamento dei dipendenti per giusta causa. 

"L'articolo 18 è superato - ha esordito il giuslavorista - Il governo vuole riprendere il mio disegno di legge? (presentato da Ichino due anni fa in Senato insieme ad altri 54 senatori dell'opposizione ndr.) Se fa sul serio è giusto appoggiarlo. Oggi la metà dei lavoratori non è protetta: ci vogliono nuove garanzie".

 E la prima risposta dal fronte della maggioranza appare di disponibilità: "La proposta di Ichino è interessante, noi abbiamo idee molto simili ad essa", ha detto Sacconi commentando l'appello del senatore Democratico al governo di rivedere insieme l'articolo 18, in modo da stabilire regole di flessibilità in uscita dal posto di lavoro e tutele che viene licenziato.

 Sacconi ha escluso che da questo ragionamento i "licenziamenti discriminatori determinati non solo da idee politiche o da un impegno sindacale, ma anche dalla condizione di una persona prossima alla maternità o al matrimonio. Tutti questi casi - ha sottolineato Sacconi - devono essere nulli, cioè come se non ci fossero stati e non possono che dar luogo a un reintegro nel posto di lavoro". "Invece quando un posto di lavoro si consuma economicamente - ha aggiunto - bisogna pensare a come proteggere il lavoratore" licenziato.



Ma la polemica sul tema dei licenziamenti è stata riacutizzata ieri dallo studio della Cgil di Mestre (associazione artigiana) secondo cui la disoccupazione sarebbe potuta salire oltre l'11% se in questi ultimi anni di crisi economica fosse stato in vigore il provvedimento annunciato dal governo nella lettera che il premier Silvio Berlusconi ha portato all'Europa.Valutazioni del tutto infondate secondo il ministro del Welfare Maurizio Sacconi.



Ad attaccare gli intenti del governo in materia di licenziamenti ci ha pensato anche Gianfranco Fini: "Se come mi sembra di aver capito si tende soltanto a favorire la possibilità di licenziare, corriamo il rischio di veder moltiplicare un tasso di disoccupazione che da qualche anno a questa parte sta crescendo e che riguarda in particolar modo un'area del Paese", ha detto il leader di Futuro e Libertà, Fini.


29 ott 2011

Quanto ci costa il dito medio di Bossi.





La cosa più squallida è che il Parlamento sia scambiato di frequente per un’osteria di quart’ordine: una di quelle bettole in cui i conti si regolano a suon di cazzotti e di insulti. 

E ancor più squallido è vedere miseri deputati pronti a lanciarsi in una rissa senza senso per segnalarsi all’attenzione dei propri capirione: “Hai visto capo, gliene ho suonate. L’ho fatto soltanto per te!”. Un pugno è per sempre. È un segno di fedeltà. E le elezioni sono vicine.






































        
L’ultima rissa da mercato del pesce è quella tra Barbaro del Fli e Ranieri della Lega. I quali, se non fosse per queste straordinarie performance degne di nota, sarebbero dei perfetti carneadi. Persone che, come diceva Gaber, quando li incontri ti dicono “Lei non sa chi sono io!”. Ed è vero: nessuno li conosce, ma tutti contribuiscono al loro ragguardevole stipendio. Le motivazioni della lite sono note. 

Fini denuncia lo scandalo della moglie di Bossi che prende la pensione da quando ha 39 anni. La Gelmini s’infuria. Il giorno dopo Reguzzoni invoca le dimissioni di Fini. Gli ultras del presidente della Camera s’infuriano e scoppia la rissa.




Il partito che sbraita contro gli sprechi, le mafie e il fancazzismo dei "terroni" dovrebbe quantomeno scegliersi un leader che sia l’emblema dell’efficienza, della trasparenza e della produttività. Ma ognuno ha il leader che si merita e alla Lega tocca accontentarsi di Bossi

Uno che nel ’75 si sposa con una commessa di Gallarate, la quale lo "scarica" dopo 7 anni (ah, la crisi del settimo anno!) perché scopre che il suo Umberto esce tutte le mattine con la valigetta da dottore, dicendole “Ciao amore, vado in ospedale!”, ma dottore non lo è. Gli mancano ancora sei esami all’università, nonostante abbia organizzato ben tre feste di laurea, negli anni. 

Allora l’arguto Umberto ripiega su una "terrona", Manuela Marrone. Lei, vedendo che suo marito di voglia di lavorare ne ha pochina, decide di aiutarlo nella fondazione della Lega, finanziando il partito di tasca propria. Quando il marito comincia a entrare nei palazzi che contano, pensa bene che per lei è arrivato il momento di godersi il meritato riposo. E nel 1992, a soli 39 anni, lascia l’insegnamento e va in 
pensione



Ma intanto ha già regalato, a Umberto e all’umanità tutta, un monumento all’intelligenza: Renzo, in arte "Il trota". Il quale, per non deludere le aspettative che i suoi genitori, grandi amanti del lavoro e della meritocrazia, ripongono in lui, si fa bocciare 3 volte alla maturità.




Ma non c'è problema per chi nasce in camicia, specialmente se la camicia è verde. Infatti il pupo nel gennaio 2009 viene nominato, a 12 mila euro al mese, membro dell'"Osservatorio sulla trasparenza e l'efficacia del sistema fieristico lombardo" (organismo istituito su iniziativa della Lega). Poi entra nel Consiglio Regionale della Lombardia e porta orgogliosamente a casa i suoi sudatissimi 11 mila euro mensili. 
E poi c’è suo zio, il fratello del padre, a chiudere il quadretto familiar-padano. Si chiama Franco Bossi, ha studiato solo fino alla terza media ma dal 2004 al 2009 s’è puppato 12.750 euro al mese, facendo il portaborse all’europarlamentare leghista Matteo Salvini.




Quella dei Bossi è davvero una famiglia invidiabile, di cui i cittadini si fanno carico da anni in segno di solidarietà e misericordia per aiutarli a sbarcare il lunario. Almeno un grazie, i Bossi, ce lo dovrebbero. E invece, se ci va bene, dobbiamo accontentarci di un dito medio.