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ieri, oggi e domani

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30 ott 2011

Veneto, in calo il numero di abitanti.
 Non accadeva da quarant'anni.





«Pochi figli e meno stranieri». Cambia il trend. Rapporto Istat, primo saldo negativo dagli anni '70. «Crisi economica, denatalità e meno arrivi di stranieri». 
Per la prima volta, da quasi quarant’anni a questa parte, cala il numero degli abitanti in Veneto. Il dato arriva dall’ultimo bilancio demografico mensile dell’Istat disponibile: nel maggio scorso, i residenti sono passati da 4.945.943 di aprile a 4.945.635. Un calo di 308 persone, una cifra assoluta minima, ma un’inversione di tendenza storica mai registrata da quando, nei primi Anni ’70, terminò l’emigrazione dei veneti per l’avvio del boom economico che portò il Nordest agli attuali livelli di benessere. Un dietrofront anche rispetto ai due mesi precedenti: nell’aprile e nel marzo scorsi il saldo totale dei residenti veneti era stato attivo, rispettivamente, di 1.438 e 3.247 unità.
E così, almeno per ora, si ferma la rincorsa del Veneto al traguardo dei cinque milioni di abitanti che sembrava ormai a portata di mano. Un risultato negativo - nel maggio scorso - a cui non contribuiscono due delle sette province, Verona e Padova, dove i residenti aumentano - rispettivamente - di 240 e 118 unità. Segno meno invece a Treviso (-165), Venezia (-163), Belluno (-141), Rovigo (-130) e Vicenza (-67). Scendendo nei dettagli demografici, la diminuzione della popolazione è dovuta in minima parte al saldo naturale (la differenza tra nati vivi e morti), con appena 34 unità in meno, ma soprattutto per il saldo migratorio, cioè la differenza tra chi si stabilisce in Veneto e chi lo abbandona (-274). 
Cifre che evidenziano subito le due concause del risultato: il persistente, ormai da decenni, e insufficiente tasso di natalità dei veneti e degli italiani residenti in regione, accentuato dal clima depressivo provocato dalla recessione; la grande crisi economica partita nel 2008 che, tra i licenziamenti e lo stop alla creazione di nuovi posti di lavoro, ha rallentato l’afflusso di immigrati e di connazionali provenienti da altre regioni del Paese. Insomma in Veneto si continua a non fare figli o comunque a farne molto pochi, una situazione finora compensata dalla fecondità degli stranieri, però ora inceppata perché questi ultimi, tra i più penalizzati dalla disoccupazione, stanno tornando in patria o rimandando indietro le famiglie, tagliando così residenti e la possibilità di aumentarli. La popolazione veneta riprenderà a correre se la crisi economica terminerà o almeno si attenuerà? Non ne sembra convinto Vittorio Filippi, docente di Sociologia alla IusVe (Istituzione universitaria salesiana di Venezia).
«La denatalità c’era già prima della crisi e non credo che la tendenza cambierebbe rapidamente se la congiuntura migliorasse. Dietro ci sono anche motivazioni culturali - precisa Filippi - Attendiamo le rilevazioni statistiche dei prossimi mesi per vedere se la situazione si conferma o meno, per ora non è scientificamente decisiva. È solo un campanello d’allarme». Un segnale che, aggiunge Filippi, comunque getta ombre sul futuro del Veneto. «Una società che perde abitanti e in cui l’età media si alza vertiginosamente è squilibrata - chiosa il professore - è come l’organismo di una persona con i parametri del sangue, per esempio pressione e colesterolo, sballati. Quindi un corpo fragile». 
E un Veneto del futuro indebolito, dove la vita potrebbe essere difficile per tutti, giovani «superstiti» e anziani ormai maggioranza, teme anche Franca Porto, segretaria regionale generale della Cisl. 
«Questo calo demografico non mi sorprende - chiarisce la sindacalista - è il frutto di decenni di scelte sbagliate in materia da parte delle classi dirigenti, non solo quella politica. S’è trascurata la famiglia e la natalità. Ci si è accontentati del fatto che si vive di più e meglio, non s’è pensato alle conseguenze di una società di anziani: chi lavorerà creando ricchezza e versando i contributi per pagare le pensioni? L’arrivo degli immigrati per questo è fondamentale, ma non possono fare anche i figli che non facciamo noi». Secondo la Porto, a maggior ragione per la crisi in corso (anche se lei preferisce parlare di «nuova realtà»), siamo a un momento fondamentale. «Ci vuole un patto intergenerazionale - propone la leader cislina - Dove gli anziani mettano sul piatto un po’ dei loro soldi, anche dalle pensioni, per alimentare un fondo per l’occupazione giovanile e le case per le giovani coppie che hanno prole».
E che ci sia da aiutare la famiglia è convinto anche Daniele Stival, leghista, assessore regionale all’Immigrazione. «Ai genitori va sostenuto il reddito e offerti servizi - puntualizza - va fermato, per esempio, il "massacro" fiscale per le coppie sposate praticato finora». 

Che sul calo demografico veneto stia incidendo il dietrofront delle famiglie di immigrati lo conferma, dal suo osservatorio privilegiato, don Dino Pistolato, direttore della Caritas veneziana ed ex coordinatore delle organizzazioni diocesane di assistenza ai più deboli nel Triveneto. «Il fenomeno è evidente - racconta il sacerdote - ma, al momento, non è un esodo. Come pure si sono fermati i ricongiungimenti familiari. E speriamo che la tendenza non aumenti, altrimenti il Veneto rischia di perdere lavoratori che ha specializzato in settori importanti come cantieristica, siderurgia e concia, dove ormai gli operai italiani sono pochissimi».