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ieri, oggi e domani

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24 ott 2011

Perché l'Italia è finita sotto tutela.




Prima la lettera della Banca centrale europea inviata al Governo Berlusconi il 5 agosto scorso per sollecitare in forma scritta l'attuazione di una serie di riforme strutturali draconiane e urgenti per la crescita e un'ulteriore stretta sui conti pubblici. 
Poi il vigoroso pressing verbale dei vertici di tutte le istituzioni europee (Commissione, Consiglio Europeo, Eurogruppo ed Ecofin) esercitato sul premier Silvio Berlusconi e sul ministro dell'Economia Giulio Tremonti in questa tre-giorni (21-23 ottobre) di incontri a Bruxelles: sollecitazioni forti nei faccia a faccia, a cena, a colazione, nei corridoi, per telefono, nelle riunioni convocate appositamente. 
Infine questo crescendo di pressioni sull'Italia si è trasformato in un diktat vero e proprio: l'Italia deve assumersi le proprie responsabilità e dimostrare entro il prossimo mercoledì che è pronta ad impegnarsi e fare la sua parte per salvare l'euro, che intende fare sul serio nel rilanciare la crescita con riforme strutturali e rigore di bilancio tramite il contenimento della spesa pubblica. Nel momento in cui il doppio vertice del prossimo mercoledì dei capi di Stato e di Governo dei 27 e dei 17 porrà la firma al nuovo impianto di strumenti, controlli e regole per salvaguardare la stabilità dell'euro, Italia e anche Grecia dovranno dimostrare di meritarsi qualsiasi forma di aiuto o sostegno.


Che si tratti della riforma delle pensioni, del mercato del lavoro e della giustizia, che si realizzi la privatizzazione di asset pubblici non utili al bene pubblico e si liberalizzino servizi pubblici locali e professioni, che si arrivi a nuovi giri di vite sul pubblico impiego, sulla spesa pubblica, sulla lotta all'evasione fiscale, il fatto è che l'Italia si trova ora su un cammino a senso unico dove l'Eurozona interviene direttamente nell'impostazione, nei tempi e anche nei contenuti della politica fiscale ed economica. 
Un trasferimento di sovranità nazionale a Bruxelles che finora era stato solo abbozzato - per esempio con l'avvio quest'anno della Sessione di Bilancio europea - ma che con il Grand Plan salva-Stati e salva-euro viene inderogabilmente rafforzato.

 L'alto debito pubblico italiano rispetto al Pil e la fiacca crescita dell'Italia sono vecchi problemi arcinoti ai partners europei, ai mercati finanziari, alle agenzie di rating e se ne discute da oltre un decennio senza grandi successi ma anche senza grandi ansietà. 
Il fattore scatenante della schiacciante pressione europea che si è riversata sull'Italia è accaduto questa estate, quando il contagio dalla crisi greca e una dilagante perdita di fiducia nei Paesi altamente indebitati ha portato al crollo dei prezzi dei BTp con conseguente rialzo dei rendimenti su livelli - nel lungo periodo - insostenibili per un debito/Pil al 120% e una crescita vicina allo zero. Se la sfuriata fosse stata temporanea, i partners europei, i mercati stessi e le agenzie di rating si sarebbero rasserenati. Ma invece il rendimento dei BTp ha preso la rincorsa per scavalcare il 6% e proiettarsi per il 6,5 per cento. È a quel punto che, sicuramente controvoglia ma senza alternative (non essendo il super-Efsf ancora pronto a operare con i nuovi poteri), dall'8 agosto la Banca centrale europea ha iniziato ad acquistare BTp e Bonos spagnoli sul mercato secondario: 22 miliardi la prima settimana, 16,5 la seconda e poi a calare fino a questa settimana quando ancora la Bce si è fatta vedere dai traders.


L'acquisto dei BTp da parte di Eurotower è stato l'evento straordinario che ha fatto in un certo senso precipitare e accelerare la stesura dei piani di salvataggio definitivi nell'Eurozona. Fino a quando gli interventi erano rimasti confinati su Grecia, Irlanda e Portogallo, gli Stati della zona dell'euro si erano illusi di avere la situazione sotto controllo. Gli importi in gioco erano inizialmente, tutto sommato, gestibili: un primo pacchetto di aiuti ad Atene da 110 miliardi (di cui 30 a carico dell'Fmi) spalmato lungo un arco temporale di tre anni, altri sostegni finanziari per Irlanda e Portogallo complessivamente attorno ai 100 miliardi sempre rateizzati in più anni. Ma i problemi si sono avvitati. Il buco della Grecia intanto si è allargato, raddoppiato e ora fors'anche triplicato. E la Bce è dovuta intervenire per frenare l'ascesa dei rendimenti dei BTp e dei Bonos.

 Questo ultimo colpo di coda della crisi ha rimesso in discussione l'intero meccanismo dei salvataggi. Per prima cosa, la potenza di fuoco dell'Efsf (che in giugno era stata aumentata da 255 a 440 miliardi) alla luce degli acquisti dei BTp non è più sufficiente: la Bce ha acquistato quasi 100 miliardi di titoli italiani e spagnoli in poco più di due mesi, un'operazione di dimensioni tali - anche in prospettiva - da spiazzare l'Efsf così come è ora. Va inoltre ricordato che tutti gli Efsf-bond contribuiscono, in percentuale in base alla partecipazione alle garanzie del fondo salva-Stati, alla formazione del debito pubblico dei singoli stati garanti, come stabilito dai nuovi criteri contabili applicati da Eurostat: questo non avviene invece per gli acquisti dei titoli da parte della Bce, che non aumentano i fardelli dei debiti pubblici. Far lievitare a dismisura gli Efsf-bond non conviene a nessuno, dunque, compresa la Francia alle prese con un rating "AAA" traballante. 
A complicare il quadro è giunta poi la necessità di effettuare un nuovo giro di ricapitalizzazioni del sistema bancario europeo: per far fronte in via preventiva a un forte calo dei prezzi dei titoli di Stato dell'eurozona periferica e non, le banche europee dovranno cercare nuovi capitali per circa 100 miliardi. Se non li otterranno dai mercati e dalle casse pubbliche nazionali, dovranno bussare alla porta dell'Efsf. E anche in questo caso, l'Eurozona deve attrezzarsi per fare in modo che vi siano risorse sufficienti per gli esborsi.