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ieri, oggi e domani

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3 ott 2011

Quelli che... al voto, al voto

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Ho fatto un sogno che voglio raccontare a tutti quelli che “al voto subito, al voto subito!”. 

Un giorno di questi Silvio Berlusconi si è alzato di buon mattino, ha congedato le otto commensali della sera prima, ha letto i giornali ed è andato al Quirinale.
All’uscita, un Bonaiuti più assonnato che arrogante leggeva ai giornalisti il seguente comunicato: «Dopo aver letto dell’incriminazione come ‘colui che non poteva non sapere che erano mignotte’, il Presidente Berlusconi ha rassegnato le sue dimissioni nelle mani del Capo dello Stato». 

Per un giorno e mezzo, il Paese fu in tripudio e le Borse dettero incoraggianti segni di vita. Il guaio avvenne dopo le prime consultazioni: tutti i presidenti incaricati - da Mario Monti a Roberto Saviano passando per Gad Lerner - rinunciarono al mandato. E sapete perché? Perché nessuno trovava una maggioranza. Già. Scilipoti, Romano, Moffa & C. restavano con il Cavaliere dimissionario. L’aveva pensata bene, il vecchio volpone Silvio. 

«Basta perdere tempo. Al voto, al voto!», proclamarono allora le opposizioni. E Nichi Vendola aggiunse piangendo: «Non esiste cambiamento che non abbia avuto un sogno ad ispirarlo». E Antonio Di Pietro, ghignando: «Cavalieri si nasce, e lui non lo nacque. Qui ci sono gente che soffrono». Le Borse nel frattempo erano sprofondate, ed Emma Marcegaglia si era trasferita direttamente a Francoforte per concordare con la Bce la prossima politica economica dell’Italia. 

Fu una campagna elettorale breve ma intensissima, all’ultimo voto (già, perché per la fretta nessuno aveva pensato a cambiare la legge elettorale, quindi si votava con il Porcellum).


Silvio Berlusconi, presidente in carica per l’ordinaria amministrazione, ringiovanito di 30 anni, andò 120 volte in tv (già, le tv erano ancora tutte sue) per dire che lui e Tremonti stavano gestendo la crisi benissimo.


Quando i giudici e la sinistra l’avevano fatto fuori per una storia di donne (già, perché tutti parlavano di sexy-infermiere e nessuno più si ricordava che il governo aveva portato il Paese alla crescita zero).


Come candidati, il centrodestra presentava il ticket Alfano-Letta, il primo per Palazzo Chigi (con Maroni vicepremier), il secondo per il Quirinale.
Preso alla sprovvista, il Terzo Polo si era diviso fra chi voleva andare con la sinistra, chi con la destra, chi da soli. 

La sinistra proponeva la coppia Vendola-Bersani, nell’ordine emerso dalle primarie, con Di Pietro alla Giustizia e il programma economico scritto a quattro mani con Susanna Camusso.


Piccolo handicap: un nutrito gruppo di cattolici, nonostante gli sforzi di Beppe Fioroni, aveva lasciato il partito e se ne era andato con Alfano.
 Ma Massimo D’Alema in persona aveva garantito che l’Unione 2012 era diversa da quella 2008 e che «il centrodestra rappresenta, diciamo, un modo vecchio di concepire la politica».
Insomma, ve la faccio breve: finì con il centrodestra in trionfo e con un bel premio di maggioranza. 

Il presidente Alfano fu ricevuto con tutti gli onori dalla Merkel, che parlò di «un grande giorno per l’euro e il partito popolare europeo». Confindustria si mise a disposizione, mentre la Bce aprì un forte dialogo con la Banca d’Italia saldamente guidata da Saccomanni.
Casini toccò l’8 per cento (ma solo alla Camera). A sinistra, Bersani commentò: «Siamo stati troppo tempo a far seccare i fichi alle mandorle», mentre Nichi Vendola disse fra le lacrime: «Grazie a quell’Italia perdente ma grondante d’amore che ha creduto in una narrazione che oggi non finisce ma anzi inizia dal c’era una volta».


Mentre mi svegliavo, ho avuto il tempo di vedere Silvio Berlusconi, da poco eletto presidente onorario del nuovo partito “Italia Vince”, che festeggiava con l’amico Tarantini nella villa del Ministro Lavitola.