Le assenze valgono più delle presenze: nessuna traccia di Bobo Maroni e di Giancarlo Giorgetti nel consueto «lunedì dei colonnelli» in via Bellerio. Ufficialmente il ministro dell’Interno aveva un impegno istituzionale in provincia di Brescia, Giorgetti in realtà «era in sede» ma in altre faccende affaccendato. Nella sostanza intorno a Bossi si sono riuniti solo i capi e i capetti che hanno ordito il golpe di Varese con cui è stato imposto a una militanza recalcitrante e infuriata la nomina di un segretario provinciale caro al clan di Gemonio e inviso alla stragrande maggioranza del partito.
Una pagina nera nella storia della Lega. Che evidentemente ha ferito Maroni e Giorgetti molto più di quanto loro stessi non vogliano ammettere se è vero, come è vero, che hanno preferito tenersi alla larga dalla sede. Ad affollarla ci hanno comunque pensato coloro che quella partita l’hanno vinta, almeno per ora. Marco Reguzzoni, Federico Bricolo, Rosy Mauro, i loro alleati Roberto Cota e il bergamasco Calderoli sono arrivati felici e sorridenti nella sede milanese del Carroccio. Quasi più sorridenti di Renzo Bossi, alias Il Trota, che per l’occasione ha sfoggiato - oltre a un ostentato sorriso - anche il suo nuovo suv Bmw acquistato con lo stipendio da consigliere regionale. E sì che il padre domenica a Varese per giustificare l’imposizione del suo segretario provinciale aveva parlato dei figli come di due giovani che «nel partito pagano la colpa di essere figli miei».
Il gruppetto stretto intorno a Bossi ha accolto con tutti gli onori del caso il ministro Tremonti, arrivato a metà pomeriggio e andato via un paio di ore dopo senza dire una parola. Ormai pare diventata una consuetudine: alle cene del lunedì nella residenza del Cavaliere ad Arcore lo staff leghista ha sostituito i pomeriggi con Tremonti. Un cambio di tradizione che la dice lunga sul posizionamento del Carroccio rispetto ai delicatissimi equilibri del governo e del Pdl. E Tremonti va sempre volentieri in via Bellerio, fiero dell’alleanza salvavita con i padani.
Secondo la vulgata ufficiale avrebbero parlato di condono, dicendosi concordi nel respingerlo. Ma è anche possibile che abbiano parlato proprio dei travagli che stanno attraversando la Lega e che sono esplosi in modo fragoroso nella tana di Bossi e del bossismo durante il congresso provinciale di due giorni fa. Gli strascichi di quello che è accaduto al momento sono imprevedibili. E’ la prima volta che la militanza non fa nulla per nascondere la propria ira nei confronti di una decisione del senatur. La vicenda è così imbarazzante che Radio Padania ha sostanzialmente impedito agli ascoltatori di parlarne, sostenendo che le cose interne a un partito sono gossip.
Poche ore dopo l’elezione di Canton a nuovo ras del Carroccio nel varesotto, qualche mano anonima ha piazzato un grosso striscione proprio davanti alla sede del partito di Varese. «Canton segretario di chi? Di nessuno!!!». L’abbondanza di punti esclamativi è la sintesi di una rabbia che non si sopisce. E questo è il vero problema che Bossi e soprattutto i componenti del clan di Gemonio - o cerchio magico che dir si voglia - devono ora gestire. Erano convinti che facendo scendere in campo lo stesso senatur e convincendolo ad appoggiare il loro candidato, non solo ne avrebbero facilitato l’elezione, ma avrebbero anche spento sul nascere ogni eventuale fuoco polemico.
E’ accaduto l’esatto contrario, e le polemiche anziché morire sul nascere sono divampate e si sono amplificate. Per un partito che già naviga in acque perigliose a livello nazionale, il mancato appoggio della base è un ulteriore elemento di instabilità.
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