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ieri, oggi e domani

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24 dic 2011

A  U  G  U  R  I    S  C  O  M  O  D  I




Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo, se vi dicessi “Buon Natale “ senza darvi disturbo.

Io, invece, vi voglio infastidire.

 Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario. 

Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. 

Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli! 

Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. 

Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno. Finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio. 

Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita: “il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate. 

Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa. 

Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne: disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro. 

Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio: si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame. 

I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce”, dovete partire dagli ultimi. 

Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili. 

I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge”, e scrutano l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio. E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi. 

Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza!


Auguri inviati dal compianto mons Tonino Bello (1935-1993) ai suoi fedeli della diocesi di Molfetta. Una riflessione ancora d’attualità. 

2 dic 2011

Bocconi amari per il Pd.Con Monti, Bersani deve sostenere leggi prima osteggiate.





Le grandi alleanze rilanciate dal governo di Mario Monti possono mettere in crisi i partiti maggiori. Specie se l'azione dell'esecutivo affronta quelli che fino a ieri erano veri e propri spauracchi politici. 



Caduto Silvio Berlusconi, sembra che all'esecutivo di tecnici e professori sia tutto concesso in nome dell’unità nazionale.
Per esempio il Partito democratico ha rivisto nelle ultime settimane le sue posizioni, come quella sul pareggio di bilancio da inserire in Costituzione.
Del resto la luna di miele con il governo di Monti prosegue e i politici si adeguano a costo di votare anche i provvedimenti in altri tempi osteggiati. 

Verso la riforma delle pensioni.
Un esempio è la riforma pensionistica. Il ministro del Welfare Elsa Fornero ha annunciato che il testo destinato a cambiare il sistema previdenziale italiano «sarà annunciato entro pochi giorni e sarà una riforma incisiva che rispetta il principio dell'equità tra le generazioni».
Ma le annunciate idee di Fornero potrebbero non essere in linea con quelle del Pd su pensioni e mercato del lavoro, tanto che sono già arrivate le prime critiche dei sindacati.
I democratici hanno cercato una sintesi interna attraverso il segretario Pier Luigi Bersani, secondo cui il caposaldo democratico è rappresentato dall’equità: «Su alcuni punti potremmo essere d'accordo, su altri no».
Una sorta di approvazione con riserva: come se da una parte ci fosse la voglia di sostenere il progetto di Fornero, ma dall'altra non ci sia la piena volontà.


L'ASSE COI SINDACATI.
Infatti il Pd non deve dimenticare il dialogo con i sindacati, Cgil in testa. Dopo l’alt del segretario generale Susanna Camusso, che ha criticato l'ipotesi di aumentare gli anni di contribuzione minima, il Pd sa che il sostegno alla riforma del ministro del Welfare può avere ripercussioni anche sul suo stesso elettorato.  
In nome della pax politica, insomma, non è possibile dimenticare l’importanza degli interlocutori privilegiati.


DAMIANO SOSTIENE LA PATRIMONIALE.
Ha chiesto un «confronto preventivo» sulla riforma anche l'ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, capogruppo del Pd in Commissione a Montecitorio.
Per lui è doveroso che il partito metta dei paletti e ha anzi rilanciato l’ordine delle priorità: «Il governo non dovrebbe partire dalle pensioni, ma da una patrimoniale, cioè da una tassazione sui grandi patrimoni, sulle rendite e sulle transazioni finanziarie».
Invece pare che la ricetta Monti possa partire proprio dalla previdenza, al Pd piacendo.


L’unanimità per il pareggio di bilancio.
Che il Pd sia disposto a rivedere alcune posizioni difese nel passato lo ha dimostrato la votazione alla Camera di mercoledì 30 novembre per l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, così come chiesto dall'Europa.
I voti a favore sono stati 464, nessun contrario (11 gli astenuti). Tutti compatti hanno votato il disegno di legge che modifica l'articolo 81 della Carta e assicura «l'equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio».
Peccato che sotto la gestione di Giulio Tremonti lo stesso provvedimento fosse stato a lungo osteggiato dai democratici. 


FERRERO UNICO CONTRARIO.
A criticare l’approvazione ci ha pensato solo Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, per il quale si tratterebbe di «un vero e proprio stravolgimento della Costituzione, un colpo di stato monetario presupposto di tutte le stangate».
Il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina, invece, è rimasto stranamente silente. Eppure fino a poco tempo fa l’esponente bersaniano sottolineava che «l'Italia ha problemi di liquidità, non di solvibilità del debito» e criticava la proposta del pareggio di bilancio. Qualcosa però è cambiato e il fronte compatto è impegnato a dare «una prova di maturità e di consapevolezza del parlamento», come ha commentato il presidente della Camera, Gianfranco Fini.


Il nodo della giustizia.
Il terzo punto dolente è rappresentato dalla giustizia. Il responsabile Giustizia del Pd Andrea Orlando ha ritenuto che dai primi spunti del Guardasigilli Paola Severino ci fosse una sostanziale unità d’intenti con quelli riconosciuti dal partito.
«Le sue priorità sono carceri, processo civile, organizzazione degli uffici», ha detto Orlando, «abbiamo da tempo avanzato anche le nostre proposte che crediamo possano essere utili a realizzare la linea reale e pragmatica».


FINE DELLE LEGGI AD PERSONAM.
Negli ultimi 17 anni il tema è stato gestito da Berlusconi come argomento privilegiato e rivendicato senza limiti. Ora che il Cavaliere non c'è più, qualcosa potrebbe cambiare anche in questo caso. Il nuovo inquilino di via Arenula ha garantito: «Basta leggi ad personam». Un capovolgimento rispetto alla gestione precedente che potrebbe far chiudere gli occhi su altri profili.
In nome delle grandi alleanze, tutto è concesso.


Il Carroccio a Vicenza e il teatrino del «parlamento padano»: ora il Pdl è nel suo mirino.





Il Carroccio ha la testa (!) a Vicenza. Il territorio è centrale nella nuova politica di opposizione dei leghisti e proprio per questo nel partito c'é fastidio e preoccupazione per l'attivismo del governo Monti nei rapporti con gli enti locali.



Non è piaciuta la decisione del premier di fissare l'incontro con le Regioni per domenica 4 novembre, in concomitanza con la riapertura del «parlamento padano» a Vicenza. «È un atto di grave insensibilità istituzionale», spiegano i governatori leghisti di Piemonte e Veneto, Roberto Cota e Luca Zaia, che dicono di aver dato «totale disponibilità di date e orari tranne che per la mattina e il primo pomeriggio di domenica». «Monti inizia male», gli fa eco il capogruppo alla Camera, Marco Reguzzoni.
In ogni caso, la Lega sembra aver scelto il motto di Mussolini del «Tanti nemici, tanto onore».

Così il Carroccio va all'attacco di Monti ma anche degli ex alleati del Pdl, colpevoli di appoggiare l'esecutivo del professore. Addirittura nel partito è iniziata una corsa a mollare Berlusconi per riconquistare la base.
Non è difficile immaginare che a Vicenza gli attacchi al Cavaliere saranno forti e numerosi. Da qui l'imbarazzo dell'incontro di oggi venerdì 2 novembre tra Bossi e Berlusconi.
Quello tra i due vecchi leader sarebbe l'ennesimo «vertice riparatore» all'interno di una alleanza particolarmente tormentata nell'ultimo anno.

E stavolta l'Asse del Nord sembra davvero vicino alla rottura. Così l'eventualità che il Cavaliere e il senatur non si incontrino viene letta come il preludio a una battaglia politica tra ex alleati sul territorio, dove i lumbard puntano a erodere consenso elettorale al Popolo della Libertà.


I leghisti avrebbero già messo appunto una strategia ben definita: creare delle liste locali di appoggio nelle quali far confluire quegli elettori «scontenti del Pdl» non ancora pronti ad appoggiare in forma diretta la Lega.

A Vicenza ci si attende la svolta. Bossi dovrebbe indicare il nuovo percorso di opposizione: probabile che, come spesso ha fatto nei momenti difficili, la Lega decida di ricorrere alla retorica della secessione e della Padania libera.



Se la Casta rottama la Casta. I giovani deputati: taglio dei vitalizi per tutti.





Vitalizi, giro di vite sulle pensioni parlamentari. Tremano i peones. Il Palazzo è in fermento e ora paghino tutti. È un moto bipartisan quello che si è levato dai giovani deputati: il taglio dei vitalizi, hanno detto «deve valere per tutti, non lo si può scaricare solo sulle spalle delle nuove generazioni di parlamentari ma deve riguardare anche chi, per 'anzianita' di servizio, godrà ancora dei vecchi privilegi».



Posizioni che sono finite in rotta di collisione con quelle di chi, al contrario, l'attacco ai vitalizi proprio non lo ha digerito. E ha fatto pressione in queste ore perché sia ammorbidito. Ma i presidenti delle Camere sono decisi a tirare dritto: entro il 15 dicembre è previsto che arrivi il via libera alle nuove regole. Stanno preparando la 'loro' proposta, i giovani onorevoli.


DA 60 A 65 ANNI.
L'intenzione è quella di elaborare un pacchetto di norme da presentare all'ufficio di presidenza della Camera: tenere ferme le linee guida decise da Gianfranco Fini e Renato Schifani (contributivo pro rata e aumento a 60 e 65 anni dell'età per percepire il vitalizio), ma aggiungere altre regole, ancor più rigide, per intaccare le pensioni d'oro già maturate dai parlamentari più anziani.

Boccia (Pd): «Un'operazione non solo sulle giovani generazioni».
L'iniziativa è di alcuni parlamentari Pdl, tra cui Nunzia De Girolamo, Barbara Saltamartini e Beatrice Lorenzin, che ne avrebbero discusso alla Camera anche con colleghi del Pd. Intanto pidiellini e democratici hanno proclamato all'unisono: «Sono orgoglioso di appartenere alla prima generazione senza vitalizi».
Non si tratta dunque di una difesa di privilegi mancati. «Ma se lo possono scordare» ha detto il Pd Francesco Boccia «di fare un'operazione solo sulla testa delle nuove generazioni».
Tanto più che è «una panzana» invocare i diritti acquisiti, mentre «si sta per aumentare l'età pensionabile di tutti i lavoratori».


«TAGLI ANCHE PER FINI E SCHIFANI».
Dunque, hanno concordato Anna Paola Concia (Pd) e De Girolamo (Pdl) «inizino gli stessi Fini e Schifani a tagliarsi le pensioni maturate».
Si deve fare di più anche secondo Annagrazia Calabria (Pdl) e Andrea Sarubbi (Pd). Che hanno proposto una soluzione condivisa da altri colleghi: «Tutti i contributi versati per i vitalizi, vengano spostati all'Inps, in un'unica posizione previdenziale con quelli versati al di fuori dell'attività parlamentare».


QUELLI CHE IL VITALIZIO NON SI TOCCA.
Ma non tutti sono d'accordo. Anzi, è nutrita la pattuglia di chi ha difeso l'istituto del vitalizio a spada tratta. Lo ha fatto anche un giovane come Simone Baldelli, che ha definito «incongruo» il parallelismo tra le pensioni e un istituto «nato per garantire l'indipendenza economica degli eletti».
Fare il parlamentare rischia di diventare «roba da ricchi» hanno ripetuto in tanti.

Dimissioni entro 31 dicembre? Non se ne parla.
Non poche sono dunque in queste ore le pressioni sui partiti perché le regole dettate da Fini e Schifani vengano ammorbidite. Ma dalle segreterie e dalle dirigenze dei gruppi i tentativi vengono respinti con perdite.
 Anche il proposito di qualcuno di dimettersi entro il 31 dicembre per scampare alle nuove regole, è stato stroncato sul nascere. Perché la crisi rende ancor più sacrosanti i nuovi tagli, che si sono aggiunti a quelli già effettuati (Dario Franceschini ha inviato proprio giovedì 1 dicembre ai deputati Pd un 'vademecum' per spiegare ai cittadini «cosa è stato già fatto, quasi sempre senza i giusti riconoscimenti»).


VIA LIBERO PREVISTO PER IL 15 DICEMBRE.
In mattinata la commissione sui vitalizi della Camera si è riunita. E, espresso qualche mugugno per non essere stati coinvolti nell'iniziativa di Fini e Schifani, si avvia ad approvare martedì 6 le linee guida da questi indicati. Mercoledì 7 in agenda c'è una riunione dei questori delle Camere, per poter arrivare al via libera alle nuove norme entro il 15 dicembre. Misure «insufficienti» ha protestato però Antonio Di Pietro. E con i parlamentari Idv ha rivendicato di aver proposto nel 2010, del tutto isolati, l'abolizione totale dei vitalizi.



GOVERNO MONTI: PIU' TASSE O MENO SPESE?















1 dic 2011

“Cara Lega, stai morendo”.




Parla l'ex ministro Giancarlo Pagliarini:
«Riaprono il Parlamento padano per cercare di riprendersi la base, ma gli elettori non sono mica scemi. E sanno benissimo che in questi anni il Carroccio non ha ottenuto niente, se non poltrone per i suoi dirigenti». 


Mentre il ministero per il Federalismo scompare, lasciando il posto a quello per la 'Coesione territoriale', la Lega torna all'opposizione. E, almeno in parte, alle origini: rispolverando la retorica dell'autodeterminazione, ma anche riaprendo il Parlamento della Padania. 

Giancarlo Pagliarini, ex ministro del primo governo Berlusconi e leghista di lungo corso, ne è stato il primo presidente. Ora che da qualche anno ha abbandonato il Carroccio, all'Espresso fa un'analisi impietosa degli anni della Lega di governo, anni in cui a suo dire ha tradito totalmente la promessa federalista. E, augurandosi la successione a Umberto Bossi nel 2013, giudica «sbagliatissima» la scelta di non dare l'appoggio al governo di Mario Monti. Tanto, «peggio di Silvio Berlusconi non può fare».

Pagliarini, perché rispolverare il Parlamento della Padania?
Ci sono due possibilità. La prima è che i vertici della Lega si siano accorti che stanno perdendo un sacco di voti. Nelle valli bergamasche, per esempio, è nata l'Unione Padana che sembra stia tesserando tutti gli ex leghisti della zona. L'altra possibilità è che abbiano capito che avevo ragione: metterci insieme a Berlusconi è stata una cosa contro natura e non è servita proprio a niente. Ma non credo sia così.

Ma a che serve un Parlamento padano?
Se il Parlamento del Nord servisse a fare un governo ombra non sarebbe male: almeno si saprebbe che cosa vuol fare la Lega. Perché in questi cinque anni non si è mica saputo. E gli elettori leghisti si sono resi conto che la Lega li ha fragorosamente presi per i fondelli.

E il federalismo?
Sbaglia Bossi quando dice «abbiamo realizzato il federalismo». Non c'è nemmeno una virgola di federalismo nella legge di cui si vanta Bossi, c'è soltanto nel nome. Anzi, c'è il contrario del federalismo. Nella legge delega c'è scritto che lo Stato centrale premia gli enti locali che si comportano bene e 'tira le orecchie' a quelli che non si comportano bene. Questo è l'opposto del federalismo. In un sistema federale lo Stato centrale non premia e non 'tira le orecchie' a nessuno. Lo stesso con i costi standard. La base della Lega invece vorrebbe una vera riforma federale. E si sente presa in giro.

Quindi siamo alla rottura definitiva con Berlusconi?
Temo di no. All'inizio la Lega era un movimento, poi quando è diventata un partito politico non ha avuto più sogni, ma solo l'obiettivo di sopravvivere e gestire il potere. Avere i voti e gestire il potere: questa è la ragione della svolta leghista.

Ha fatto male la Lega a non appoggiare il governo Monti?
E' stata un'operazione politica sbagliatissima. Caso mai avrebbe dovuto suggerirgli cosa fare, ma questo attaccarsi al voto... Se hai una procedura concorsuale per bancarotta non stai mica a sentire l'assemblea degli azionisti, no? E noi siamo in bancarotta. Fraudolenta, tra l'altro.

Tanto più che a gridare al «colpo di Stato» è un partito che al primo articolo dello Statuto reca l'indipendenza della Padania.
Queste sono cose irragionevoli, non ha senso. La Lega avrebbe dovuto dire: speriamo che il governo Monti faccia qualcosa di giusto. Peggio di Berlusconi non può fare sicuramente. Vediamo cosa fa: se le sbaglia tutte fa come Berlusconi. Se fa qualcosa di giusto, meglio.

Ma una parte della Lega vorrebbe il governo Monti. Gentilini, per esempio.
Ripeto, la logica è che non è possibile fare peggio di Berlusconi. E' riuscito addirittura a fare peggio di Prodi. Quindi un elettore leghista tipico dice: siccome peggio di così non possono fare, vediamo cosa combina questo Monti.

Invece la Lega va all'opposizione. Per fare altre promesse?
Non è neanche un problema di promesse, ma di fatti da toccare con mano. Questi sono andati avanti per anni dicendo 'va tutto bene', quando io già nella relazione di minoranza della Finanziaria del 1997, quando la Lega era la Lega, scrivevo: se andiamo avanti di questo passo lo Stato non sarà in grado di pagare gli interessi passivi e le pensioni. Quando hai Tremonti e Berlusconi che dicono che va tutto bene, si vede da dove vengono: dalla Luna. D'altro canto Prodi, sulla spinta di Rifondazione, aveva accorciato i tempi per andare in pensione. Quelli della Lega che conosco, e sono tanti, dicono che peggio di così non può andare. E che magari Monti farà qualcosa di meglio.



Monti scopre le carte. Lunedì 5 manovra in Cdm. Il premier all'Ue: «Sento fiducia».





La ricetta per affrontare la crisi è la velocità, azione immediata per scongiurare guai seri per tutto il Paese. Lo ha detto il presidente del Consiglio italiano, Mario Monti, nel corso dell'Ecofin, la riunione dei ministri dell'economia e delle finanze dell'Ue a Bruxelles.



LUNEDÌ 5 MANOVRA IN CONSIGLIO.
Il premier ha confermato il calendario dei provvedimenti: «Lunedì 5 dicembre arriva la manovra in Consiglio dei ministri».
I provvedimenti saranno orientati a «rigore, crescita ed equità».
Sui tempi però nessuna polemica, anzi: «È un record di velocità non di lentezza, non è che se uno si taglia i capelli vuol dire che è in ritardo...», ha detto il premier scherzando sul suo taglio di capelli immortalato domenica sulla stampa.


URGENZA O CONSEGUENZE GRAVI PER TUTTI.
L'appello, dal tono quasi minaccioso, è rivolto «al senso di urgenza e responsabilità» per arrivare rapidamente anche al varo degli interventi sulle pensioni. E l'avviso: se l'Italia non riuscisse a fare ciò che deve «le conseguenze sarebbero molto gravi per tutti».
Il governo intende introdurre già nei provvedimenti di lunedì «riforme strutturali», con l'obiettivo della «riduzione del disavanzo pubblico già nel breve termine», in modo da essere sicuri anche in caso di peggioramento del ciclo sia assicurato l'obiettivo del pareggio bilancio.


SNODO 8-9 DICEMBRE FONDAMENTALE.
E a proposito di scadenze «lo snodo dell'8-9 dicembre è fondamentale. Ciò che viene deciso o non deciso avrà il verdetto dei mercati. Mercati che non ho mai demonizzato anche se non vanno presi come divinità. Rappresentano la percezione collettiva su quello che fanno i singoli Paesi».


UNA VASTA OPERAZIONE DI POLITICA ECONOMICA.
Ma di cosa si tratta? Monti ha confessato di aver dato durante gli incontri europei «un grado di dettagli inferiore a quelli dati in Italia nelle presentazioni in parlamento».
 Sul piatto c'è comunque una «vasta operazione di politica economica».
 Avanti tutta senza badare al contorno politico-elettorale: «I sondaggi cercherò di seguirli il il meno possibile, altrimenti mi farei illusioni non durature», ha detto il presidente del Consiglio a proposito dell'ampio risultato raggiunto con il voto sulla fiducia. 
Di sicuro il governo è stato chiamato per «fare cose che le ritualità tradizionali forse non hanno consentito di fare», è stato il riferimento al ruolo del parlamento e delle parti sociali. «Ci sono tradizioni e modalità consolidate», ha proseguito Monti, «ma forze sociali e parlamento, gli istituti rappresentativi, sanno che dietro di loro ci sono i cittadini, quelli che sembrano apprezzare questo lavoro condotto in spirito di servizio».

Sul tavolo casa, pensioni e rincaro dell'Iva.
Dunque rapidità, in primis: ad assicurare l'ok del parlamento in 20 giorni è stato il presidente del Senato, Renato Schifani. L'obiettivo è quello di garantire il pareggio di bilancio nel 2013 ma anche rilanciare l'economia.
 Per la Confindustria la manovra «è necessaria» ed è «importante che ci siano anche misure che aiutino la crescita, perché il Paese è in recessione», ha detto il presidente Emma Marcegaglia. Senza paletti, nemmeno sulle pensioni, dove nulla è intoccabile.


IN PRIMO PIANO SEMPRE CASA E PENSIONI.
Il governo sta limando i provvedimenti. In primo piano sempre casa e pensioni. Sulla fiscalità immobiliare si è ipotizzato un ritorno dell'Ici, ma che potrebbe essere progressiva, in qualche modo agganciata al reddito o al numero degli immobili. E comunque coordinata con la nuova Imu.
 Sulle rendite catastali la via più rapida sembrerebbe quella di una rivalutazione secca del 15%.


RINCARO DELL'IVA DI 1-2 PUNTI.
Sempre in materia di tasse, possibile il rincaro di 1-2 punti per le aliquote Iva del 21% (che passerebbe al 23%) e anche del 10% (all'11%).
Occorre verificare se questo spostamento del peso delle tasse sulle cose potrà vedere da subito anche un principio di alleggerimento dell'imposizione sui redditi da lavoro e sulle imprese.
 Per le pensioni si configura una stretta importante, dal blocco della perequazione automatica all'aumento degli anni di contributi (oltre i 40), dal contributivo pro-rata per tutti all'anticipo al 2012 della riforma che aggancia l'età pensionabile alle aspettative di vita. L'obiettivo è garantire la tenuta dei conti pubblici non solo nel medio-lungo periodo ma anche nel breve.
 Sulla questione si è registrata la levata di scudi da parte dei sindacati. Per Susanna Camusso della Cgil «40 è un numero magico intoccabile».

«L'Europa può fare errori e se lo farà lo faremo presente».
Monti ha poi volto lo sguardo al continente: «Agiremo per vedere l'Italia in modo più possibile incisivo nel dibattito in sede Ue».
 «È importante per l'Italia e stare accanto a Germania e Francia, essendo la terza economia nella zona euro, ma lo vogliamo fare mantenendo il più fecondo rapporto possibile con l'Ue, con il metodo comunitario».
 L'Europa ha un ruolo da controllore, ma può anche essere controllata: «L'Europa può fare errori e se lo farà lo faremo presente. Deve curare gli interessi di lungo periodo dei singoli stati membri», ha spiegato Monti.
Basta non esagerare con il tiro al bersaglio: «L'Europa non ha bisogno di essere imbrattata da politici nazionali che trovano comodo addossare all'Ue le responsabilità di altri».
 Di certo l'ipotesi di un aiuto dell'Fmi «non è mai stato preso in considerazione», ha assicurato il premier, aggiungendo che «sul ruolo di una Banca centrale europea prestatore di ultima istanza non si è assolutamente parlato».


PERCEPITA RINNOVATA CREDIBILITÀ NEL GOVERNO.
Spazio anche per un pizzico di orgoglio: «Mi è un po' imbarazzante dirlo», ma durante i lavori dell'Ecofin i partner europei «si sono soffermati soprattutto su quella che hanno percepito come una rinnovata e forte credibilità del governo italiano; e anche molto su quello che hanno colto come una straordinaria ampiezza del voto di fiducia delle Camere», ha confessato Monti.


RISPETTO IMPEGNI UE NELL'INTERESSE DEGLI ITALIANI.
«Agli italiani dirò sempre che ciò che facciamo per gli impegni con l'Europa lo facciamo perché è nell'interesse nazionale, nell'interesse dei giovani, degli italiani che non sono ancora nati», è stato il messaggio al Paese. 
Durante gli incontri europei Monti ha ribadito «uno 'zero' molto importante, non facile da raggiungere, ma che sarà conseguito», cioè il pareggio di bilancio nel 2013.


SIX PACK GIÀ FORTE.
In merito alla nuova rinforzata governance economica comune per imporre maggior rigore sui bilanci statali, il cosiddetto six pack, Monti ha aggiunto: «Dobbiamo evidenziare gli elementi positivi del six pack per evitare di dare al mercato l'impressione di un nuovo processo di rafforzamento perché il rafforzamento c'é già».


L'ECO DI STRASBURGO.
Le parole di Monti sono legate alle sue dichiarazioni dello scorso 24 novembre al vertice di Strasburgo con Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, dove il premier aveva ribadito che «solo attraverso l'unione fiscale fra i Paesi ci sarà un contributo dagli stability bond». Posizione non condivisa dalla cancelliera tedesca.


REHN VUOLE PIÙ GOVERNANCE.
Alcuni Paesi hanno espresso invece perplessità riguardo agli Eurbond durante la discussione. E in precedenza, il commissario agli Affari economici Ue Olli Rehn ha rivelato che «siamo entrati nei 10 giorni critici per l'euro», precisando che «gli Eurobond sono possibili soltanto quando avremo una governance più forte».



Vitalizi: la Casta in rivolta. C'è chi pensa alle dimissioni per avere i vecchi privilegi.





Stop ai vitalizi? No grazie. Anzi, si salvi chi può. Perché la tagliola sta per cadere inesorabile sul parlamento: dal 2012 contributivo per tutti.


Ma nelle Aule di Camera e Senato la novità ha creato non pochi maldipancia.
Qualcuno, è la voce che è circolata, sarebbe pronto a dimettersi dalla carica entro fine 2011, per poter godere dei vecchi privilegi. Ma, presunti 'kamikaze' a parte, i mugugni sono stati soppressi e la rassegnazione monta.


APPLICARE LE NUOVE REGOLE.
Perché i presidenti di Camera e Senato sono irremovibili: le nuove regole si faranno. Del resto lo aveva detto in tempi non sospetti proprio il numero uno di Montecitorio Ginfranco Fini: «Stop ai vitalizi. Bisogna imporre interventi in modo da dimostrare che il ceto politico sa dare l'esempio». Sono doverose, hanno concordato anche le segreterie dei partiti: in un momento come questo non si può più dare l'idea che la 'casta' continua a proteggersi.
 The day after, il giorno dopo, da tutti i partiti è trapelato lo scontento. Sì perché la decisione presa martedì 29 novembre da Fini e Renato Schifani con il ministro del Lavoro Elsa Fornero, alla presenza dei questori di Camera e Senato, è stata vissuta da alcuni come una «imposizione» da parte del governo «dei tecnici».

Il centrodestra: «La novità anti casta non è merito del governo».
«Stavamo lavorando da mesi a un nuovo metodo contributivo pro rata per i nostri vitalizi» ha spiegato un deputato. «L'avremmo fatto entrare in vigore dalla prossima legislatura». E invece «Fornero ha chiesto di anticiparlo a gennaio, per dare un segnale agli italiani, nel momento in cui si stanno per toccare le loro pensioni».


MELONI: «L'AVEVAMO PROPOSTO SEI MESI FA».
Ma soprattutto il centrodestra ha tenuto a precisare che la novità 'anti-casta' non è merito del governo. «È una cosa giusta fatta dal parlamento e non da Monti» ha detto l'ex ministro dell'Interno Roberto Maroni. E un altro ex ministro, Giorgia Meloni: «Dispiace soltanto che i presidenti delle Camere non abbiano avviato queste misure sei mesi fa, quando alcuni come me lo chiedevano».
 L'iniziativa è del Parlamento, ha assicurato Schifani. È un «segnale di sobrietà e di rigore» inviato «al Paese e anche al governo».


IDV CRITICA. 
Qualunque polemica venga sollevata, hanno fatto sapere anche dalla presidenza della Camera, si andrà avanti sulla via indicata: contributivo in vigore dall'1 gennaio (ma l'Idv critica che 2/3 dei contributi li paghi il datore di lavoro, «cioè lo Stato») e innalzamento dell'età per il vitalizio a 60 anni (65 per chi ha terminato una sola legislatura), invece che a 50, come era permesso a chi in carica prima del '97.

Bocchino non ha fatto una piega. Ma qualcuno ha mugugnato.
Tra chi ha perso il privilegio qualcuno ha incassato senza fare una piega: «Ero indignato, ora sono rasserenato» ha detto Italo Bocchino. Qualcun altro, invece, ha mugugnato. 
Hanno raccontato che all'Udc, ma pure ad altri partiti, sia arrivata la richiesta di riunire i gruppi parlamentari per discutere il tema. Ed è girata pure voce che deputati di vecchio corso siano pronti a dimettersi, per non dover sottostare alle nuove regole. Una «leggenda metropolitana» l'ha definita Fabrizio Cicchitto. Una «bufala», secondo Dario Franceschini. Ma entrambi hanno avvertito i «furbi»: «Basta che l'Aula respinga le dimissioni».


MUSSOLINI: «RINUNCE ANCHE PER I MINISTRI».
E mentre Alessandra Mussolini chiede ai ministri di rinunciare anche loro a qualcosa e non equiparare la loro indennità a quella dei parlamentari, tra i più agguerriti ci sono i deputati e senatori alla prima legislatura. Ma pochissimi hanno osato esprimere pubblico scontento.
 Lo ha fatto Mario Pepe: «I prossimi parlamentari saranno solo i ricchi, i Colaninno e i Montezemolo. Perché si prenderanno 900 euro, come una pensione sociale». E anche un questore come Antonio Mazzocchi (Pdl), ha chiesto che il contributivo sia «progressivo», che aumenti all'aumentare delle legislature.
 Per giovedì 1 dicembre mattina è in programma una riunione a Montecitorio della 'commissione sui vitalizi' con i questori. I rappresentanti dei gruppi è previsto che dicano 'sì' alle nuove norme ma avanzeranno richieste, come quelle della Lega, di estenderle a tutti i grand commis dello Stato. E mentre Casini ha invitato a «non inseguire la demagogia», Di Pietro si è lamentato: «È stato fatto solo un 'provvedimenticchio'».