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ieri, oggi e domani

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27 feb 2011

Una sottoscrizione via internet per denunciare il proprio disagio di fronte al caso Ruby e all'atteggiamento considerato troppo morbido dei vertici della Chiesa. Organizzazioni laiche di ispirazione cristiana, come: i Cvx, ossia le Comunità di vita cristiana vicine ai Gesuiti, di Roma, Trento, Firenze, Padova, Torino; le Acli, l'Azione Cattolica, la Caritas, l'Agesci e gli scout.


Betlhel, il gruppo di credenti omosessuali di Genova boccia monsignor Rigon.



Non è facile essere gay ma nello stesso tempo credere nella parola di Cristo, continuando a sentirsi parte della chiesa.
Lo sanno benissimo i membri del gruppo Betlhel (che in ebraico significa 'la casa di Dio') che si  riuniscono in una parrocchia genovese per discutere della loro situazione, confrontarsi e pregare insieme.
Erano una  decina solo due anni fa, si sono già triplicati oggi: "Alle riunioni variamo da 25 a 30" dice Laura Ridolfi, portavoce del gruppo di preghiera.
Per gli omosessuali cattolici (non sono pochi, sopratutto in Italia) e che intendono vivere la loro vita, le parole di monsignor Paolo Rigon, hanno causato uno sconcerto ancora più grande.

"La sua è un affermazione che non sta né in cielo, né in terra" osserva Ridolfi, con una frase che dice già tutto. "Esiste un sito 'terapie non riparative' - prosegue - che dice già tutto su questo tema e nel quale l'Ordine degli psicologi si è espresso dichiarando la propria contrarietà ad intervenire con 'cure' nei confronti degli omosessuali. Questo perché, invece che guarire, producono danni".

A fare male, però, è il fatto che, ancora una volta, si sono sentiti esclusi dalla loro chiesa.

"Diciamo che purtroppo siamo abituati a questi atteggiamenti; non ci aspettiamo grosse aperture" afferma Laura che, però, come tutti quelli del suo gruppo, non intende assolutamente rassegnarsi e racconta del progetto Gionata, nel quale tutti i gruppi di gay cattolici si riunisce e che ha anche un vivacissimo sito: "si è creata una rete".

Quanto alle posizioni come quella espressa da monsignor Rigon, la reazione è netta: "Ognuno va per la propria strada, queste parole non toccano la nostra fede".

Una fede che intendono vivere pienamente, senza rinunciare però ad avere una vita affettiva piena. "Noi vogliamo sentirci cristiani e cattolici a pieno titolo, non credenti di serie B" si legge sul sito di Progetto Gionata.

L'obbiettivo resta quello dell'accoglienza che peraltro lo stesso cardinale Bagnasco non ha mai negato.

"La chiesa non è contro i gay, non è contro nessuno, tantomeno contro le persone di qualsiasi orientamento sessuale  esse siano" ha detto in più occasioni il presidente della Cei, condannando anche la violenza e l'aggressione  omofobiche, specificando però che "la chiesa ritiene poi che la sessualità sia l'incontro tra persone di sesso diverso.

Si può non condividere questa lettura , ma la chiesa non può venire meno a questo dato, che propone a   tutti senza discriminare nessuno".
Quanto a Rigon, la portavoce di Bethel non ha dubbi: "Certe affermazioni non riescono a scardinare la nostra convinzione".

"Non entro nel merito legato al problema delle cause di nullità - interviene don Piero - ma l'esperienza di due anni  di incontro con uomini e donne che hanno faticato a ritrovare la loro identità scoprendosi omosessuali e lesbiche,  mi pone di fronte ad un fatto umano tale che non mi permette di dare un giudizio, ma anzi mi porta ad accoglierli nella linea evangelica" per poi chiudere cosi: "Ho trovato persone che hanno sofferto.

Il gruppo non prende in  considerazione chi 'gioca' con l'omosessualità o la maschera, ma chi deve fare i conti con se stesso".




Miriana Rebaudo, Corriere Mercantile, 22 febbraio 2011 

Berlusconi a tutto campo: “Con noi mai famiglie gay” e “avanti con la legge sulle intercettazioni”.



Giornata fitta di impegni e di dichiarazioni per Silvio Berlusconi. Prima invia un messaggio ai ‘Promotori della Libertà’ dicendo che il governo ha la maggioranza, che durerà fino al 2013 e che l’opposizione non ha nè idee nè leader. Poi va al congresso del Pri e parla della crisi in Libia (“Mi dicono che Gheddafi non ha più il controllo della situazione”). Poi va al congresso dei Cristiano Riformisti, fa una lunghissima tirata contro i rischi del comunismo e dello statalismo (“ancora vivo il pericolo del comunismo”) e poi parla di famiglia: la scuola pubblica non educa, dice, e “con noi le coppie gay non saranno mai una famiglia”. Infine di giustizia: avanti con la legge sulle intercettazioni.

Dai Cristiano Riformisti. ”Finchè governeremo noi – ha detto Berlusconi – non ci saranno mai equiparazioni tra le coppie gay e la famiglia tradizionale, cosi come non saranno mai possibili le adozioni di bambini per le coppie omosessuali”.
Destinato poi a scatenare polemiche in particolare il passaggio in cui Berlusconi si è scagliato contro il rischio che ai genitori possa essere impedito di scegliere per i figli una scuola privata, lasciandoli così in balia di insegnanti che non sono in grado di educare.
Il presidente del Consiglio ha rievocato la sua scelta di entrare in politica legandola al desiderio di salvare l’Italia da una presunta minaccia comunista, descrivendola come una sorta di missione. Ha quindi assicurato che finché il Pdl sarà al governo “non ci sarà mai un’equiparazione tra matrimoni tradizionali e unioni gay, così come non ci saranno adozioni per genitori single”. Ribadendo che al momento eventuali elezioni anticipate sarebbero un male per il Paese, con il risultatao di un’impennata nel debito pubblico, non poteva mancare nell’intervento del premier il tema della giustizia. Berlusconi ha anticipato che oltre ad un aumento dei sottosegretari ci sarà presto un Consiglio dei ministri straordinario per affrontare la questione, compresa una legge per vietare le intercettazioni telefoniche “ora che Fini non ci impedisce più di presentarlo”. “Per questo – ha ribadito – alla fine la diaspora del Fli farà bene alla maggioranza”.

Al congresso del Pri. Prima delle vicende interne, intervenendo al congresso del Partito Repubblicano, Berlusconi aveva aggiornato il pubblico sulla situazione libica. “Ho notizie di qualche minuto or sono e pare che in Libia Gheddafi non controlli più la situazione”. Davanti alla platea di un partito diviso tra un’anima filo governativa e un’altra schierata all’opposizione, il premier è stato accolto sia da applausi che da fischi.
“Sta cambiando lo scenario geopolitico e l’Italia ne è coinvolta – ha detto – Nessuno ha potuto prevedere quello che è successo in Libia e quello che è accaduto qualche settimana prima in Tunisia e in Egitto, e nessuno potrà prevedere cosa avverrà”. “Speriamo che nei prossimi mesi sulla sponda nord del Meditrerraneo ci possano essere stati più liberi, ma il rischio è di trovarci paesi che ci facciano fare i conti con l’integralismo islamico” ha ammonito il presidente del Consiglio. “Non possiamo restare spettatori, né l’Ue né noi”, ha insitito. “Sono desolanti le polemiche provinciali delle opposizioni in Italia sulla Libia e i piccoli tentativi di attaccare il governo su politiche che sono state sempre fatte da molto decenni”, ha detto ancora il premier, aggiungendo che “l’opposizione con cui ci troviamo a doverci confrontare non ha mai rinunciato all’idea della spallata e alle trame di palazzo per ottenere i risultati che per altre strade non riescono ad ottenere”.
Berlusconi prima di congedarsi si è concesso anche una battuta: “Grazie per questo applauso, vi inviterei tutti al bunga bunga ma resterete delusi”, ha detto a un gruppo di delegati che lo salutava calorosamente.

In mattinata era intervenuto con un video messaggio ai ‘Promotori della Libertà’ in occasione della “Prima giornata di riflessione politica per i giovani del Pdl”, che si svolgerà domani a Sorrento. “Il governo è saldo – ha spiegato – e continuerà a lavorare per tutta la legislatura, fino al 2013, per completare il programma di riforme che è stato premiato dagli italiani nelle elezione del 2008″.
La maggioranza – ha sottolineato il premier – si rafforza giorno dopo giorno mentre le forze di opposizione non hanno leader, programmi, idee. Lo diciamo chiaramente: noi andiamo avanti e vinceremo la sfida della modernizzazione del nostro paese, lo faremo grazie ai nostri valori e all’entusiasmo di tanti giovani che, come Voi, vogliono un’Italia più libera. Sento il Vostro sostegno e il Vostro affetto. Per questo Vi ringrazio, Vi invio il mio più cordiale saluto e Vi auguro di realizzare tutti i sogni e i progetti che avete nella mente e nel cuore”.
In una sorta di vero e proprio tour de force, Berlusconi è intervenuto poi di persona anche al congresso dei Cristiano Riformisti. Un discorso tutto incentrato sui suoi presuti meriti nell’aver impedito l’ascesa del comunismo in Italia. “Non riuscivo a dormire, sentivo la responsabilità su di me. Poi mia madre ha suonato alla porta e guardandomi negli occhi mi disse cher era contraria alla mia entrata in politica, annunciando che tutti mi sarebbero stati contrari e i giudici avrebbero cercato di fermarmi. Alla fine mi disse però che non mi avrebbe riconosciuto se mi fossi fermato”. L’Italia, ha aggiunto Berlusconi, rischia ancora una guida comunista perché i comunisti italiani “erano comunisti e sono tuttora comunisti”. I comunisti in Europa, ha sostenuto, nel tempo si sono “trasformati” in laburisti in Gran Bretagna, in “socialdemocratici” in Germania mentre “quelli di casa nostra “erano e sono tuttora comunisti”.

La reazione dell’Arcigay. ”Con un’affermazione pronunciata con cinica consapevolezza: ‘Fin quando governeremo noi non ci sarà mai un’equiparazione tra matrimonio tradizionale e unioni gay’, Silvio Berlusconi regala al Paese intero una mossa meschina che cerca di riconquistare un elettorato cattolico disgustato da mesi di scandali e storielle più o meno spregevoli, attraverso l’ennesimo uso spietato delle vite e degli amori delle persone omosessuali e transessuali”. Lo afferma Paolo Patanè, presidente nazionale Arcigay.

Il popolo è un fingitore.



Un sms ricevuto ieri sera: “Ma come si fa a vivere in questo paese?”.

La domanda non è retorica. È la domanda che si fa ogni giorno una parte sempre più ampia degli italiani. Ogni giorno. E davvero non so chi possa negarne la fondatezza. Anche se spesso chi si pone questa domanda si è reso complice di questa degenerazione nazionale che sta andando a sintesi proprio nel 150esimo anniversario dell’unità d’Italia.
Questo progetto un anno fa nacque su uno slogan: “Non vogliamo più sentirci esuli in casa nostra”. In poco più di un anno la situazione, che già allora era drammatica, è perfino peggiorata. Se non precipitata. So già che Riccardo Orioles, vecchio resistente, leggendo queste righe si arrabbierà e non poco. E probabilmente mi chiamerà per dirmi di non fare il piagnone. Non importa, compà, non si può avere tutti lo stesso coraggio. E il coraggio a volte è anche ammettere che non ci si riesce, che non ci si arriva. E allora. Quel messaggio ricevuto ieri all’ora di cena lo faccio del tutto mio. Come si fa a vivere in questo paese?
Una canzone di Lou Reed, recitava: “Non è il momento delle celebrazioni, non è il momento delle pacche sulle spalle”. Non solo non lo è, ma prima che qualcuno possa solo dire “forse ne siamo fuori” ci vorrà molto e molto tempo. Indro Montanelli, in un’intervista di almeno quindici anni fa, affermava come non si potesse parlare di una carattere nazionale parlando degli Italiani. E proseguiva descrivendo gli italiani come ipocriti e furbi, pronti a cambiare casacca e bandiera alla minima e supposta convenienza, servili, pigri. Che di tanto davano segnali differenti con atti di esagerato coraggio, personale e quasi mai collettivo, di popolo, per poi tornare quietamente ad adagiarsi nel ventre della convenienza immediata, del “tiramo a campà”. Non so dargli torto, ora. Guardando cos’è questo paese oggi.

E c’è di peggio.
Non è colpa del peggior presidente del consiglio che si potesse immaginare e delle sue corrutele e delle sue orgette da basso impero, non è colpa della peggior classe politica d’Europa, non è colpa di una sinistra che ha perso parola e identità, non è colpa degli imprenditori che non fanno gli imprenditori se non con gli aiuti statali, non è colpa degli evasori fiscali, non è colpa di un sistema editoriale mai indipendente, non è colpa del disastro formativo e culturale del nostro sistema scolastico. È colpa nostra, di tutti noi, di questo popolo ormai senza identità ma con solo quasi sessanta milioni di pance.
In un paese normale, e non per forza “evoluto”, le piazze sarebbero piene di gente incazzata, ogni giorno. Chiedendo conto e teste. Niente di ideologico o chissà che. Chiedere conto. E invece no. Tutti a casa. Ogni tanto qualche sprazzo di protesta che si acquieta appena si rompono un paio di teste oppure se chi gestisce il potere delle cose distribuisce qualche regalia o favore. Personale ovviamente.

Mai collettivo. Non c’è niente di popolo o di popolare in questo stivale che non sorregge nulla. C’è solo la pagnotta.
Per poi, nel privato, mugugnare. Inno all’ipocrisia. In tutto il Mediterraneo, faccio un esempio facile facile, internet, Twitter, facebook, sono stati strumenti fondamentali negli ultimi mesi di informazione e organizzazione del popolo (popoli con un carattere e un’identità ovviamente) per dare il via a un’ondata di rivolte che stanno cambiando la storia come se non più della caduta del muro nell’89 o della presa del palazzo d’Inverno nel 1917. Noi abbiamo gli stessi strumenti. E li utilizziamo solo per il mugugno. Se uno dovesse basarsi su quello che circola su facebook in Italia si penserebbe che siamo in stato di perenne insurrezione. E invece no. C’è la Roma che gioca in Champions mercoledì, mio zio che mi raccomanda per un posto a una municipalizzata, quell’amico che mi fa togliere la multa, il favore da ricambiare, il voto da vendere, lo sconto sul mutuo, la finanziaria che mi fa andare in vacanza a buffo, eccetera eccetera. E quindi tutti a casa a incendiare le tastiere e a svuotare le piazze.

Potrei andare avanti raccontandovi le difficoltà di portare a compimento questo progetto, della stanchezza, delle frustrazioni, dei debiti, dei dubbi. Volevamo raccontare il paese e gli italiani. Ambiziosi. E ci stiamo accorgendo che non esiste né il paese né il popolo. Una truffa. E, ripeto, non diamo la colpa a Berlusconi, ai suoi soldi e alle sue televisioni. Non diamo colpa ai poteri forti, alle mafie e ai pezzi deviati dello stato. Non diamo colpa ai leghisti e ai fascisti. Il problema siamo noi. Che non esistiamo. Siamo, parafrasando Pessoa, un popolo di fingitori.

Pietro Orsatti 

26 feb 2011

Caro Berlusconi, la scuola pubblica educa, eccome.



Che fossimo in campagna elettorale, lo si era già capito da tempo. Ma il tuor de force di questa mattina del Presidente del Consiglio, con tre interventi (due di persona e uno scritto), ha ufficialmente aperto le danze. E tra crisi nordafricana e i soliti comunisti che vorrebbero imporre la dittatura in Italia, il Cavaliere ha tirato fuori un nuovo argomento destinato a diventare un classico del suo repertorio: la scuola pubblica non educa, mentre quella privata sì.
E dire che è ben strano: nella mia lunga carriera scolastica (tutta nella scuola pubblica) ne ho incontrati parecchi di amici che provenivano dalle scuole private (soprattutto cattoliche), ma non erano minimamente capaci di tenere il passo di quello che si faceva nella scuola pubblica. Mentre ho conosciuto tanti altri rampolli dell’alta borghesia milanese che, pensando che bastasse il cognome per la promozione, sono dovuti ricorrere ai famosi 2 anni in uno, 3 anni in 2 e via così discorrendo nelle scuole private (soprattutto cattoliche). Con una differenza: mentre io nella pubblica non avevo diritto ad alcun rimborso sulle tasse, questi somari matricolati, che di certo non navigano in cattive acque economiche, venivano pure rimborsati generosamente dallo Stato.
E dire che la Costituzione Italiana, all’art. 33 comma III, è ben chiara su questo punto:
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
E invece gli oneri ci sono, eccome. Perchè i finanziamenti pubblici alle scuole private cattoliche, negati per mezzo secolo dalla tanto vituperata Democrazia Cristiana, sono stati inaugurati con la legge 62 del 10 marzo 2000, quando a Palazzo Chigi sedeva Massimo D’Alema e il Ministero dell’Istruzione era guidato da Luigi Berlinguer, cugino del più famoso Enrico: con il trucco dei bonus agli studenti per aggirare la Costituzione i finanziamenti alle scuole private sono arrivati in dieci anni alla cifra record di oltre il mezzo milione di euro.
Addirittura, quando nell’autunno 2008 si era parlato di ridurli di una 90tina di milioni (a fronte di 9 miliardi di tagli alla scuola pubblica) i vescovi italiani hanno annunciato che sarebbero scesi in piazza contro il governo (il quale ovviamente, alla faccia dei milioni di studenti che in piazza protestavano, ha re-integrato i 90 milioni in meno di 24 ore): l’allora Ministro Ombra dell’Istruzione, Garavaglia, addirittura presentò un ddl per aumentarli di un centinaio (poi Veltroni ancora si interroga perché il suo PD arrivò nei sondaggi al 20%).
Il punto di questo governo è che calunnia pure Obama per portare avanti le sue campagne mediatiche. Difatti, ai tempi della politica spettacolo, la Gelmini dice di essersi ispirata a Obama per la riforma epocale della scuola e dell’università pubbliche. Eppure la strategia di risanamento del deficit pubblico USA, che in 10 anni taglierà 1100 miliardi, annunciata da Obama l’altro ieri, è un tantino diversa da quella inaugurata dal Governo Berlusconi, sempre pronto ad inchinarsi ai privilegi fiscali di Santa Madre Chiesa, pur di farsi perdonare bunga bunga e perversioni sessuali.
Come si può notare dalle cifre evidenziate dal Wall Street Journal, i ministeri sono stati toccati dalla politica di austerità in misura diversa:
Energia +18%,
Reduci di guerra +11%,
Dipartimento di Stato e altri programmi all’estero +8%,
Tesoro +4%,

Interni invariato,

Difesa -3%,
Sanità -3%,

Casa -3%,

Homeland Security (polizia, antiterrorismo) -4%,

Lavoro -5%,

Trasporti -9%,

Agricoltura -14%,

Giustizia -25%,

Commercio -34%.

Istruzione, +21%.
Per Obama, infatti, ridurre le risorse alla scuola è come “alleggerire un aeroplano troppo pesante eliminando proprio il suo motore”. Non proprio la stessa idea che ha il Governo Berlusconi, che fa dell’ignoranza delle masse la sua fortuna politica, elettorale e culturale.
L’11 febbraio 1950, cioè 61 anni fa, Piero Calamandrei interveniva a Roma al III Congresso Nazionale in difesa della Scuola Pubblica, pronunciando un discorso che è una descrizione perfetta di quello che accade oggi e del perché Silvio Berlusconi, il Vaticano e le trombe mediatiche della disinformazione attacchino la Scuola Pubblica:
Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle.
Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato.
E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.
Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina.
L’operazione si fa in tre modi, ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette.
Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.”
No, Caro Berlusconi. La Scuola Pubblica educa, eccome. E io sono fiero di averla sempre frequentata.

Pensieri sul razzismo…



La società che ci circonda è intrisa di ipocrisia e ci parla di razzismo, condanna il razzismo ma allo stesso tempo dimostra di essere profondamente razzista...
Se per esempio allo stadio vengono fatti cori contro un giocatore nero del tipo "nero di m--da" subito scatta la polemica per razzismo, se invece a un giocatore bianco vengono fatti cori del tipo " tua madre è una putt--a" o "sei un vicentino di me--a" nessuno dice nulla...
Beh in entrambi i casi chi fa il coro ha come intento quello di insultare il giocatore, con insulti che possano essere il più fastidiosi possibile per lui.
Quindi perchè in un caso si grida al razzismo e all'altro no? Secondo il mio parere il vero razzismo è proprio questo, evidenziare tantissimo un insulto fatto a un giocatore nero e passare tacitamente quello ugualmente grave fatto al giocatore bianco: tutto ciò evidenzia che chi grida allo scandalo razzismo vede nel giocatore nero qualcosa di diverso, lo ritiene in qualche modo inferiore e quindi bisognoso di difesa dall'esterno..
In effetti dire "nero di me--a" o "vicentino di me--a" è comunque un insulto razzista, teso a isolare quel determinato gruppo di persone ritenuto inferiore.
Dal momento che riteniamo il primo più grave del secondo diventiamo razzisti, ritenendo i neri diversi dai torinesi!

Quante sfacettature il razzismo?

Tempo fà gli africani venivano chiamati "negri" poi è stato deciso che era offensivo e si è passati a chiamarli "neri", ora il modo più politicamente corretto di chiamarli risulta essere "di colore": anche questa tendenza evidenzia il razzismo latente che pervade la nostra società, se noi siamo chiamati bianchi e normalissimo chiamare loro neri, in questo non c'è nulla di offensivo, ma siccome sotto sotto pensiamo sempre di essere superiori a loro, per evitare di fargli pesare troppo questa superiorità ci inventiamo un modo di chiamarli che non ponga troppo l'accento sulla diversità, li chiamiamo "di colore" un termine che potrebbe andare bene al limite anche per noi ( un colore lo abbiamo anche noi..) in questo modo crediamo che possano sentirsi più a loro agio, non vedendo evidenziata ogni minuto la diversità che li rende inferiori a noi... Se non è razzismo questo!

Il tema del razzismo è ricco di ipocrisia e la società ci insegna a valutarlo superficialmente, e la maggioranza delle persone parla del razzismo per come ne ha sentito parlare alla televisione o sui giornali, sempre pronti a condannare atti di razzismo e a portare la bandiera dell'uguaglianza senza valutare la faccenda nel suo insieme!

Ancora una volta ciò che il mondo ci insegna a pensare è fortemente limitante, artefatto, utile al sistema per controllarci dandoci l'impressione di essere liberi... La vera uguglianza tra i popoli,il vero rispetto  tra tutte le persone,il rispetto dell'africano o del vicino di casa, la vera coesione tra le persone, il vedersi non più come tante pedine ognuna con il suo destino ma come un unico grande corpo, formato da migliaia di pezzi in sinergia tra loro non è certo ciò che il sistema desidera, per questo continuiamo ad essere manipolati per credere di vivere in una società buona, che condanna il razzismo mentre in realtà lo promuove... 

La Globalizzazione? Peggio di un esercito di occupazione.




Sono poche argomentazioni, frutto di pensieri rimuginati per anni che hanno trovato spazio degno e sono emersi nella mia mente solo dopo aver portato il televisore in soffitta; ne tratterò schematicamente e in modo semplice alcune di basilari.
Ritengo, partendo apparentemente da lontano, che il problema dei problemi sia la cosidetta globalizzazione.
Il mondo stava benissimo in piedi con dei governi autonomi, sovrani, con una cultura altrettanto sovrana, locale. Questi compartimenti stagni che dovevano proteggere popoli ed etnie e permettevano livelli diversi e appropriati di sviluppo, sono caduti con l’avvento della globalizzazione.
Le famiglie dei potenti della terra a cui si assoggettano i governi indebitati e quindi non più liberi, sono così riuscite a scardinare le nostre società nel profondo. Siamo stati condotti al mercato globale, dove miliardi di schiavi sono privati dei piaceri della vita per sottostare a vincoli e desideri degli sfruttatori, cioè di quanti vogliono e cercano il potere per il potere; cioè il dominio sugli altri esseri umani.
Questi monopolisti dei commerci impongono i prezzi di tutti i prodotti attraverso semplici ed al tempo stesso complesse manovre di speculazione sui mercati finanziari e le borse merci  sulle quali costruiscono le loro ricchezze. Le nazioni assistono attonite all’intromissione di questi potentati, ufficialmente anonimi, in tutte le economie del mondo.
Scardinare le economie locali ha significato portare la società allo scontro fra individui di nazionalità diverse.
Con conflitti crescenti prodotti dalla competitività sono nate malattie di ogni tipo, che, come abbiamo potuto conoscere attraverso le leggi biologiche di Hamer, hanno creato popoli di ammalati cronici e quindi governabili con la paura. Le malattie ci hanno privato di libertà, i farmaci ci hanno allungato la durata delle malattie.  Le patologie, ribadisco, derivano come ormai appurato, dai conflitti e dalla paura, senza virus, nè batteri, nè funghi, sostanze e organismi questi, che si sono rivelati essere sempre esistiti. Anzi sono elementi utili e simbionti del nostro organismo. E’ stata instillata nel popolo la paura, di perdere il lavoro, di perdere la ricchezza, di perdere la salute, di perdere i privilegi, di perdere le posizioni di vantaggio, di perdere la supremazia economica, di perdere il superfluo contrabbandandolo per essenziale.
Siamo stati indotti a ricercare nel diverso il nostro nemico, mentre era un diverso come noi, privato anche lui di tutto quanto di buono aveva, anzi questo diverso era un miserabile e questo miserabile è diventato il nostro nemico in un titanico scontro di civiltà. In questo scontro vi sono, da una parte utili idioti che promuovono l’integrazione razziale, la dissoluzione delle nostre civiltà, favorendo al tempo stesso la dissoluzione delle socieà da cui provengono questi poveretti, dall’altra impediscono agli immigrati di avere la possibilità di ricongiungersi con i loro cari, i loro connazionali. Sappiamo che non è una scelta il loro migrare, ma una necessità di sopravvivenza. Sarà ugulmente una  necessità di sopravvivenza per loro, tornare per far rivivere le loro comunità, realizzando così  il sogno di ogni migrante.
È il diabolico gioco della globalizzazione quello di distruggere le civiltà attraverso un forte processo di integrazione razziale. La società americana ne è l’esempio più sconfortante. Una forzata integrazione razziale ha portato all’isolamento culturale e sociale dell’individuo non più rappresentato da una coesa e identitaria società antica di appartenenza, ma da una società apparentemente multirazziale in realtà governata da una razza “superiore” la razza detentrice del potere economico e di conseguenza politico.
Può sembrare un discorso generico e logico, in realtà e una considerazione dalla quale non si può prescindere. Oggi ogni popolo che si è fatto permeare dalla globalizzazione, è caduto preda di un potere  finanziario globalista che lo ha letteralmente soggiogato ed indotto a comportamenti controproducenti per la sua stessa vita. All’uopo sono stati creati per lui dei nemici inesistenti, come gli islamici e i cattolici. E’ bastato ad esempio ai dominanti organizzare  un bell’attentato, in seguito al quale, invocando pieni e più forti poteri, ridurre  la basilari libertà dell’idividuo.
“Mogli e buoi dei paesi tuoi” è un proverbio che dovrebbe essere riconsiderato nella grande saggezza che contiene. Infatti, dopo aver analizzato tanti casi, ho scoperto che se in una coppia non vi è un forte legame di appartenenza ad un modello sociale, culturale, comportamentale,  ben condiviso, i casi di separazione aumentano enormemente.
La dissoluzione della prima cellula sociale, la famiglia, è dunque l’obiettivo dei dominanti. In quest’ottica si comprende la ostentazione dell’omosessualità e della vita da singoli, promuovendo edonismo, libertarismo sessuale esasperato ed esigenza di appagamento di vizi mascherati da diritti.
Con l’isolamento dell’uomo il Potere può portare alla dissoluzione le fondamenta della società, le comunità e le famiglie.  L’uomo isolato al pari degli altri animali sociali diventa estremamente vulnerabile. Vulnerabile significa facilmente governabile al limite della schiavizzazione.
L’ipocrisia imperante dei politici servi  che lottano contro l’autodeterminazione dell’uomo e dei popoli, adducendo motivi di necessaria  integrazione, favoriscono la dissoluzione delle società brandendo l’arma o il bastone della globalizzazione, fatto percepire in questo caso come carota.
Non saranno servite a niente a questo punto le ricchezze di conoscenza, storia, civiltà millenaria tramandata da generazioni fra le le popolazioni e la loro mirabile, incredibile evoluzione. La loro storia ad un certo punto sarà cancellata da uomini senza scrupoli. Costoro hanno fatto del dogma del diritto autoconcessosi tautologicamente in un delirio di onnipotenza, l’argomento per giustificare una presunta superiorità razziale. La nazione dominante ha adottato questa logica di superiorità razziale.
Popoli invasori si sono accreditati di essere superiori ad altri, di essere più intelligenti, tecnologici, capaci, colti.  Non sapevano i poverini che questa guerra di aggressione ai danni dei diversi, dei poveri,  avrebbe comportato per  loro il  caro prezzo di una malattia terribile che si chiama egoismo e che è alla base di ogni fenomeno di dissesto sociale oggi in atto. E’ una malattia che non risparmia nessuno, nemmeno quanti l’hanno generata, i dominanti.
Alcune di queste famiglie di potenti invocano la loro presunta discendenza dalla razza eletta per giustificare, previa opportuna interpretazione di antichi testi sacri a sostegno ed alibi,  la loro aggressività nei confronti degli altri popoli del mondo.
Quanto sopra descritto, questa logica di vita globalizzata, vale non solo per l’uomo ma anche per la natura. La commistione di specie vegetali  provenienti da ogni parte del mondo ha prodotto un autentico sconvolgimento planetario producendo disasti ambientali con alterazioni delle biocenosi, la scomparsa di specie animali e vegetali, un autentico dissesto biologico. L’introduzione di specie esotiche anche se appartenenti allo stesso genere, ha portato ad una drammatica riduzione della ricchezza faunistica e floristica nell’intero pianeta. Potrebbe bastare questo esempio per indurci a pensare che siamo in una cattiva strada.
E’ evidente il parallelo con la specie umana.
Sono argomenti appassionanti quanto sconsolanti che meriterebbero molte pagine e che un giorno descriverò. Adesso mi preme dare una risposta al nostro Anonimo lettore ed amico.
Avendo individuata la primaria strategia dei dominanti sfruttatori ed opportunisti ecco che comprendiamo anche quali misure di sicurezza dobbiamo mettere in atto. Prima evidenzio però che da sempre la società si è difesa in gruppi etnici al fine di garantirsi coesione sociale, mutuo sostegno,  condivisione di una cultura locale che si evidenzia nella ripetitività di riti; gesti e tradizioni che garantiscono un sereno svolgimento di ogni attività della vita quotidiana.
Oggi lottare contro la globalizzazione imperante è, e deve, essere lo sforzo di ogni uomo che voglia fregiarsi di questo nome. La nostra società si difende solo così dall’estinzione. Rifiutare lo scontro è oggi imperativo. Proteggersi e non invadere lasciando ai cretini la teoria dell’esportazione della sicurezza preventiva e della democrazia.
In Veneto, regione metafora della globalizzazione selvaggia, distrutta dal globalismo terminale avanzato, stiamo assistendo alla distruzione definitiva del tessuto sociale, alla sopraffazione dell’uomo sull’uomo. Subiamo la colonizzazione anglosassone e cerchiamo di colonizzare integrandoli gli extracomunitari che resistono come possono fra mille umiliazioni per conservare la loro cultura millenaria.
Presi fra colonizzatori e colonizzati i veneti si dimenticano di esistere come comunità e si perdono dietro i miraggi del dio denaro. In una tale dissestata situazione sociale, carica di tensioni, la natalità dal ’95 ad oggi ha conosciuto un calo del 20%. Oggi su 1000 abitanti nascono solo 4 bambini. Se prendiamo un paese di 2500 abitanti avremo nella prima classe scolastica 10 bambini, di cui circa 5 saranno di nazionalità, lingua, abitudini, cultura, diverse dalla nostra. Immaginate un paesotto con una classe scolastica di 5-6  bimbi parlanti la stessa lingua, tre per sesso. Essi dovranno andare in un paese vicino per formare una classe scolastica e saranno già pronti per sentirsi isolati a casa loro.
Senza nemmeno la quantità minima di individui per trovare un amico, questi bambini soli saranno preda dei mostri globali che entreranno nelle loro case con l’ipod, il videogioco, la TV, internet. Mentre i loro genitori con occhiali fumè ingombranti, suv nere dai finestrini bruniti, con il cellulare all’orecchio, andranno ad affrontare la loro partita globale con competitori lontani di altre civiltà, famiglie e culture; anch’essi spronati a loro volta dalla fame e dal desiderio di rivalsa.
A battaglia vinta il condottiero del suv si accorgerà che avrà perso la possibilità di insegnare a vivere al figlio e da questo ne perderà il rispetto. Preso nella sua ossessiva guerra, avrà vinto la battaglia del lavoro nel libero mercato globale ma sarà rimasto senza truppa. Non vi sarà futuro.
Spiegherà poi al ragazzo che ogni padre lavora per il figlio. Questi non comprenderà il motivo per cui se lui ha bisogno d’affetto il padre gli vuole dare denaro, come spesso avviene. Debole il ragazzo si rivolgerà ad amici diversi, di altre civiltà che non condividono i suoi valori e che come lui soffrono. Non riuscirà a raggiungere una condivisione di valori su cui costruire la sua cellula famigliare, il primo mattone che sostiene una civiltà. Non nasceranno bambini in queste condizioni. Le feste, le tradizioni, il ritrovo, il divertimento collettivo nelle svariate comunità locali hanno sempre costituito il collante, l’aggregante delle società.
Il finto pietismo dei politici che invocano integrazioni per motivi presunti umanistici dovrebbero comprendere che l’unico modo per far del bene agli individui è quello di conservare la loro integrità culturale, sociale, di comunità. La distruzione delle comunità è e resta il delitto più grande di una società che invoca la priorità economica a danno della dignità umana.
Ecco quindi come la globalizzazione sia da ritenersi la prima causa di devastazione sociale. Devastazione che diviene in seguito economica, per poi arrivare all’annientamento culturale dell’individuo; annientamento che si concretizza  nella predazione non già dei beni, come potrebbe fare un esercito invasore, ma del tesoro suo più prezioso, quello che lo rende irresistibilmente interessante  per uno o una compagna di vita e cioè: la sua sovrana autenticità di persona, il suo orgoglio di appartenenza, la sua autonomia di pensiero, la sua divinità di essere vivente libero e indipendente.
“Belle parole” direte a questo punto “ma in pratica cosa possiamo fare?”
Facciamo tutto quanto può convenire in ordine prioritario: alla nostra persona, famiglia, comunità o paese, regione, nazione.
Dobbiamo ascoltarci bene e fuggire dalle lusinghe del mercato mondiale della globalizzazione.
Conosco un amico ingeniere che ha studiato quasi 20 anni per uno straccio di laurea ma è un disoccupato. La sua specializzazione è richiesta in altre nazioni e lui ha scoperto di non essere disposto a buttare gli affetti, l’amore per la sua ragazza, la bellezza del vivere in un paesino a misura d’uomo, per andare in una di quelle insulse università americane che fanno ricerca su cose che alla fine interessano solo a chi ne sfrutta economicamente i risultati e che ti danno tutto quello che non ti serve a partire da un basilare, buon piatto di cibo quotidiano.
Essere noi stessi, fra persone che si esprimono nello stesso idioma, ci fa percepire il sottile piacere della vita, fatta di cose piccole ma che scaldano il cuore ogni giorno. Ogni momento che senti qualcuno che recupera la sua lingua antica,  e si esprime nella bellezza di un dialetto, che ti fa sorridere e che fa riemergere con una parola, una frase, una sfumatura dell’accento, in un attimo, la cultura dei nostri padri e madri, dei nostri avi antichi, e con loro le loro fatiche e sofferenze e le loro gioie autentiche di una vita circondata a loro volta dagli affetti.
Sono questi affetti accumulati in noi, che portano con se il calore e l’amore ricevuto dai nostri porogenitori, a donarci quella serenità di un mesto, sereno e appagante vivere quotidiano, rifuggendo dalla devastante logica della soppraffazione globalizzata. Solo la conoscenza può ambire ad uscire dal locale ma le radici devono rimanere la dove la pianta è nata. Il salmone deve poter tornare la dove la madre lo ha generato.
Amore locale, cibo locale, cultura locale, bellezza locale, sentire locale, solidarietà locale, lavoro locale, ambiente locale, divertimento locale, amici locali, perchè l’anima vuole restare laddove si è alimentata. L’anima non vuole essere migrante.

Don Milani e la scuola "facile".




Cesare Segre e Paola Mastrocola attribuiscono al Priore di Barbiana e alla sua pedagogia una responsabilità nei guasti dell'istruzione attuale. 

Noi la vediamo in un altro modo.

La scuola italiana manda all’università persone con una preparazione inadeguata, zoppicanti nella loro lingua madre, incapaci di apprendere in profondità. Così, in sintesi, Cesare Segre ha raccolto e rilanciato sul Corriere della Sera di ieri il dibattito sulla  “scuola facile” innescato dal volume Togliamo il disturbo, saggio sulla libertà di non studiare, pubblicato per Guanda da Paola Mastrocola. 


    
Segre e Mastrocola denunciano sacche di ignoranza diplomata. Leggiamo, però, tra le righe, che una parte della responsabilità, per questi guai della scuola attuale, sarebbe da attribuire alle teorie pedagogiche di don Lorenzo Milani. Ecco, vorremmo spezzare una lancia a favore di don Milani convinti che, se oggi fosse qui, avrebbe parole durissime contro una scuola che livella tutto in basso e che, invece di dare agli svantaggiati la possibilità di elevarsi verso i migliori, appiattisce i migliori verso lo studio al minimo sindacale. 


    


Le lettere vere
 

    
È una scuola – quella ritratta dalla Mastrocola - che chiede sempre meno, terrorizzata dai ricorsi ed è più classista di quella contro cui polemizzava don Milani. Allora chiudeva in faccia la porta agli svantaggiati che poi salivano a Barbiana in età da scuola dell’obbligo. Oggi invece non chiude la  porta a quasi nessuno neppure all’università ma, stando a molte testimonianze, lascia troppi nell’ignoranza da cui sono partiti. Sicuri che don Milani avesse teorizzato questo sfascio? 

     

Noi non lo crediamo, anche se abbiamo letto la Lettera a una professoressa. E non lo crediamo anche  perché abbiamo letto le sue lettere vere, quelle agli amici, ai ragazzi, alla madre. E soprattutto abbiamo ben presente Esperienze pastorali il suo libro più duro e ancora attuale, a differenza di Lettera a una Professoressa che attuale non è, perché criticava una scuola che non esiste più da tanto. Sostituita da una peggiore diranno Segre e Mastrocola. Forse, o forse no, ma non è questo il punto. 


La scuola dell'obbligo

È che dal giugno 1967 don Milani sta sotto terra nel minuscolo cimitero di Barbiana. Se qualcuno, dopo, ha trasformato quelle sue pagine provocatorie in un manifesto, spesso ridotto a slogan, per peggiorare la scuola nel nome di Milani, tirandolo per la tonaca nel caso, non possiamo farne una colpa a don Lorenzo. Anche perché uno degli slogan in voga diceva: “la scuola non può bocciare”, ma quelli che lo gridavano avevano rimosso, forse in malafede, dalla citazione due parolette fondamentali. Milani scriveva: “la scuola DELL’OBBLIGO non può bocciare”. (Sottinteso: perché se boccia lì, perde per sempre e manda i dispersi a badar le pecore per sempre). 



Paola Mastrocola ha ragione quando dice che sarebbe stata meno classista una scuola capace di dare anche ai più poveri la possibilità di accostarsi all’Iliade del Monti per consentire loro di scegliere se restare montanari o diventare professori di Oxford. Ma a Barbiana non finivano quelli rimandati in quarta ginnasio perché svogliati, finivano quelli che, semianalfabeti, avevano chiuso la loro avventura scolastica a elementari interrotte senza aver imparato a leggere nemmeno il contratto di lavoro prima di firmarlo, senza avere la minima idea di dove fosse Oxford. Erano ragazzi come Nevio,  mandato a 11 anni a bottega dal fabbro e ritirato solo per insufficienza di forza fisica. 



Un giorno del 2007 a Vicchio di Mugello abbiamo conosciuto Nevio: ha fatto per tutta la vita l’autista di autobus, ma parla meglio della media degli autisti di autobus e quando gli chiedemmo che cosa gli avesse lasciato don Lorenzo ci disse così: “A me ha lasciato la lingua e le lingue.  Parlo inglese e francese e conosco un discreto italiano. Se non avessi camminato due ore al giorno con la tuta di gomma nel fango per andare a Barbiana a piedi  - era la più vicina a casa e i pullman non c’erano - non saprei leggere, capendone i contenuti, la prima pagina di un giornale”. 



Ecco. Nevio, per esempio, che adesso è un signore bianco di capelli, ha afferrato da quella scuola sulla collina non gli strumenti per diventare un professore, ma quel tanto che gli basta per capire che cosa di drammatico sta accadendo in questi giorni nel paese che abitiamo, il suo conflitto istituzionale, la crisi alle sue frontiere, cosa che probabilmente molti liceali di oggi stentano a cogliere. 


I poveri e l'Iliade

A proposito di quel che scrive Segre, attribuendo a don Milani avversione per il sapere linguistico, va detto che don Lorenzo faceva scuola insegnando prevalentemente lingua e lingue, perché era convinto che avere parole fosse l’unico mezzo per darsi uno scopo più alto che guadagnarsi a sera un piatto di minestra, l’unico strumento per dare voce a un pensiero. 



Se la prendeva con l’Iliade del Monti, non perché disprezzasse il fatto che i poveri potessero arrivare a capire anche quella: contestava, provocatoriamente, il fatto che all’epoca si pretendesse di adoperare l’Iliade del Monti come punto di partenza. Si può anche dissentire da questo assunto, ma se la scuola una colpa ha avuto, dopo Milani, è stata quella di non cogliere il sunto cruciale del suo pensiero: formare meglio possibile più ragazzi possibili non per farli diventare più ricchi, ma per farli diventare più uomini. Milani voleva persone consapevoli di sé e dei propri diritti e doveri. Voleva studenti capaci di senso critico, l’espressione giusta sarebbe cittadini responsabili. 



Se chi ha riformato la scuola italiana nel nome di Milani, se chi ha rivendicato una scuola diversa nel suo nome, l’avesse fatto con il suo spirito questo paese oggi probabilmente verserebbe in condizioni migliori. Forse. Anche perché è giusto ricordare, come Mastrocola fa, anche a chi l’ha dimenticato, che Barbiana non era una scuola facile. Vi si studiava per dieci ore al giorno, sabato, domenica, Natale e Pasqua compresi, e non volava una mosca. Perché don Milani non permetteva. Casomai qualche pedata, sua, ai più indisciplinati. Era il prezzo da pagare perché nessuno restasse indietro. 



Quando a un convegno chiesero a don Milani come esportare Barbiana rispose, al solito, provocatorio: “Potete suicidarvi”. Perché, per fare quello che faceva lui, ci si sarebbe dovuti votare alla causa senza pause come aveva fatto lui. E per avere ragazzi motivati come i suoi, ci sarebbe voluto il Mugello del 1954 come alternativa, anziché il sogno del Grande Fratello. Oppure un esercito di maestri, magari sostenuti nella loro severità dalle famiglie e dall’intera società, capaci di insegnare a non farsi irretire da chi negli anni ha avuto interesse a che il Grande Fratello prosperasse. Con o senza Iliade del Monti.

Elisa Chiari, Famiglia Cristiana