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ieri, oggi e domani

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24 feb 2011

Il “Trattato della vergogna”, esibito con orgoglio dagli esponenti di governo e ministro Maroni in testa.



Qual è la massima distanza tollerabile tra le parole e i fatti? Quanta parte gioca la congenita ignavia umana nella costruzione dell’insostenibile pesantezza dell’indifferenza, e quanta invece un’informazione distorta o assente?
Fonti arabe forniscono dati spaventosi sulla rivolta in Libia: parlano di 10 mila morti, di 50 mila feriti. Lui, Gheddafi, che ora tutti sono d’accordo a definire dittatore, è comparso in video pronunciando un discorso folle, nel quale proclama la sua intenzione di schiacciare i «ratti ribelli», pagati dai servizi segreti stranieri, e afferma il suo diritto a comandare la nazione «per l’eternità», perché lui non è un presidente che si può dimettere, ma un capo beduino rivoluzionario.
Eppure non sono affatto lontani i tempi in cui gli italiani assistettero – in gran parte sbigottiti – alla sfavillante accoglienza che il governo italiano – quello attualmente ancora in carica – riservò al colonnello libico, incurante di ogni misura e opportunità. Cavalli berberi in rodeo, tende beduine nel cuore di Roma, procaci fanciulle a gettone con Corano-ricordo, e una sola parola d’ordine: non disturbare l’amico Gheddafi.
Era l’agosto dello scorso anno, e il Governo Berlusconi così celebrava il secondo anniversario del glorioso Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia. La lordura che oggi ne deriva non ricade certo esclusivamente su Berlusconi e sul suo entourage; certamente, un sana dose di sobrietà avrebbe giovato, ma non sarebbe servita ad abbreviare la distanza fra le parole che oggi i rappresentanti politici (italiani ed europei) pronunciano, e i fatti che essi hanno predisposto o lasciato che accadessero.
Sarà interessante, ad esempio, sapere che l’ordinamento legislativo italiano prevede una norma – la legge n. 185/1990 – in base alla quale è fatto espresso divieto di vendere armi a «Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’UE o del Consiglio d’Europa». Organizzazioni come Amnesty International denunciano da anni la precaria condizione dei diritti umani in Libia, ma ciò non è certo servito a iscrivere la Libia tra paesi obiettivo della legge. Gli interessi economici hanno questo, fra le altre cose, di miracoloso: rendere virtuosi partner altrimenti impresentabili. Come si legge nel sito, Amnesty International ha inviato una lettera al presidente del Consiglio Berlusconi, al ministro dell’Interno Maroni e a quello degli Esteri Frattini nella quale si chiede «la sospensione della fornitura di armi, munizioni e veicoli blindati alla Libia» e l’interruzione delle «operazioni congiunte con la polizia libica sul controllo dei flussi migratori».
Tra i migliori frutti del Trattato della vergogna, esibito con orgoglio ancora in tempi recentissimi dagli esponenti di governo, ministro Maroni in testa, c’è infatti la crescita esponenziale dell’esportazione di armi di fabbricazione italiana verso il regime di Muammar Gheddafi, che è passata dai 15 milioni di euro registrati nel 2006 ai 112 milioni del 2009, cifre che fanno dell’Italia il primo esportatore europeo di armi nel paese nord africano. L’articolo 20 del Trattato, infatti, non prevede solo la «collaborazione nel settore della Difesa tra le rispettive Forze Armate», ma anche lo sviluppo di «un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari». Nero su bianco.
Se però nel vecchio adagio che fa del mal comune un “mezzo gaudio” c’è del vero, allora sarà consolatorio sapere che anche altri paesi europei, pur non avendo mai accolto il “beduino rivoluzionario” con squilli di trombe e fanfare all’Eliseo, al Bundenstag o a Westminster, hanno generosamente contribuito alla sua causa: la Francia vendendogli armi per 143 milioni di euro, la Germania per 57 milioni e l’Inghilterra per 53 milioni nel solo biennio 2008-2009. Però allora ancora non si sapeva che era un dittatore.
Alessandra Maiorino