In fiamme edifici pubblici. Massacro a Bengasi. Giallo su Gheddafi. Il figlio Saif promette riforme.
La sede di una tv a Tripoli è stata saccheggiata e nella capitale libica alcuni edifici pubblici sono stati dati alle fiamme. Secondo quanto riferiscono i testimoni, nella capitale e' stata saccheggiata anche la sede di una radio pubblica, mentre alcune stazioni di polizia e sedi dei comitati rivoluaizonari pilastro del regime sono stati dati alle fiamme ieri in tarda serata. Tra le sedi dei Comitati rivoluzionari di Tripoli dati alle fiamme c'e' anche l'ufficio del governo centrale, uno dei principali edifici istituzionali della capitale libica, dice la tv al Jazira. Sempre secondo la televisione satellitare, che cita fonti mediche, si contano 161 morti oggi solo a Tripoli. Intanto il leader libico Muammar Gheddafi è ancora nel paese e non si è rifugiato in Venezuela, hanno riferito fonti libiche alla tv al Arabiya, smentendo voci diffusesi in nottata.
TV, FORZE ORDINE SACCHEGGIANO UFFICI E BANCHE - La tv satellitare al Jazira riferisce che a Tripoli forze dell'ordine si sono date a saccheggi di uffici e banche e che tutte le città della zona a sud della capitale, Jebal Nafusa, sono i mano ai ribelli.
TESTIMONI, SOLDATI SI UNISCONO A MANIFESTANTI - Testimoni oculari hanno detto che a Tripoli soldati si sono uniti ai manifestanti anti-Gheddafi. Lo riferisce al Jazira. Sempre secondo l'emittente l'esercito avrebbe rifiutato di dispiegarsi nella città di Bani Walid. Inoltre, afferma ancora al Jazira, nella caserma di Ajdabia, si sarebbero verificate esplosioni causate da "velivoli ignoti".
Salgono a 18 i feriti degli scontri registrati in un cantiere gestito a Tripoli da alcune società sudcoreane: secondo il ministero degli Esteri di Seul, 15 operai bengalesi sono rimasti coinvolti, di cui due accoltellati e in gravi condizioni, mentre tre sudcoreani hanno riportato lievi escoriazioni. Nel sito ci sono oltre 1.000 lavoratori del Bangladesh e 40-50 sudcoreani, in base a quanto riferito dall'agenzia Yonhap. Il governo di Seul ha invitato le compagnie impegnate in lavori nel Nord Africa e in Medio Oriente ad alzare l'allerta e predisporre misure per garantire la sicurezza. L'Associazione dei costruttori (Icak), che riunisce un totale di 70 operatori con solide attività in Paesi come Libia, Yemen, Iran, Marocco e Bahrein, ha già accusato milioni di dollari di danni causati dalle proteste, nel mentre ha intensificato la collaborazione con il governo di Seul. Sotto osservazione, in particolare, la Libia, dove le aziende sudcoreane sono, ad esempio, impegnate nella realizzazione di centrali termiche a Tripoli e Al Khalij. "I lavoratori presenti a Bengasi sono stati spostati per sicurezza a seguito delle istruzioni fornite dalla nostra ambasciata in Libia", ha riferito un funzionario del ministero dei Trasporti e degli Affari marittimi.
FRATTINI, AVVIARE PROCESSO RICONCILIAZIONE - In Libia "il processo di riconciliazione nazionale deve partire in modo pacifico arrivando poi ad una Costituzione libica: sarebbe un obiettivo fondamentale". Lo ha detto il ministro degli esteri Franco Frattini, al suo arrivo al consiglio esteri a Bruxelles facendo riferimento al percorso proposto da Seif al-Islam. Il ministro degli esteri Franco Frattini ha espresso grande preoccupazione "per il fatto che si stanno affermando ipotesi come quelle di emirati islamici nell'est della Libia". "A poche decine di chilometri dall'Europa questo costituirebbe un fattore di grande pericolosità", ha detto il ministro. "Sono molto preoccupato per una Libia divisa a metà, tra Tripoli e la Cirenaica", ha ribadito Frattini.
MINISTRO SPAGNA, UE PENSA EVACUAZIONE EUROPEI - La Ue sta considerando di evacuare i suoi cittadini dalla Libia, in particolare dalla citta' di Bengasi. Lo ha riferito il ministro spagnolo degli esteri Trinidad Jimenez, al suo arrivo al consiglio esteri della Ue. "Siamo estremamente preoccupati, stiamo coordinando l'eventuale sgombero dei cittadini dell'Unione europea dalla Libia, in particolare da Bengasi", ha dichiarato ai giornalisti Trinidad Jimenez. Al contrario, il ministro francese degli affari europei, Laurent Wauquiez, ha detto di ritenere che "per il momento non ci sono minacce dirette" che necessitano il reimpatrio dei 750 francesi che abitano in Libia.
FINMECCANICA STA RIMPATRIANDO DIPENDENTI - Finmeccanica sta rimpatriando i propri dipendenti italiani dalla Libia. Lo confermano fonti vicine all'azienda, precisando che si tratta di poche persone, meno di dieci, e che stanno rientrando in queste ore in Italia. La britannica Bp e la norvegese Statoil hanno iniziato l'evacuazione del personale dalla Libia. Il gigante Bp completerà l'operazione entro le prossime 48, mentre la gran parte del personale della Stateoil ha già lasciato il Paese. Lo riferiscono le due compagnie petrolifere.
La Libia e' vittima di un complotto esterno, corre il rischio di una guerra civile, di essere divisa in diversi emirati islamici, di perdere il petrolio che assicura unita' e benessere al Paese, di tornare preda del colonialismo occidentale. Cosi' si e' espresso in nottata, mentre circolano voci incontrollate di una possibile fuga del rais, Muammar Gheddafi, il figlio di quest'ultimo, Seif al-Islam, che, mentre i disordini arrivavano a Tripoli e per le strade della capitale si spara, in un discorso alla tv alla nazione ha promesso al Paese riforme, una nuova costituzione, e posto due opzioni: ''Siamo a un bivio: o usiamo i nostri cervelli, stiamo uniti e facciamo le riforme insieme, altrimenti dimentichiamoci delle riforme e per decenni avremmo la guerra in casa''. E ha assicurato che il padre-rais ''dirige la battaglia a Tripoli'' e che ''vinceremo'' contro il nemico e ''non cederemo un pollice del territorio libico''. Del rais non si hanno piu' notizia, e mentre si parla di un bilancio di 300 morti, 50 solo nel pomeriggio a Bengasi, e testimoni affermano di udire folle in fermento e spari a Tripoli, alcuni capi tribali abbandonano il regime, invitano Gheddafi a ''lasciare il Paese'' e anche il rappresentante libico alla Lega Araba annuncia che lascia l'incarico per ''unirsi alla rivoluzione''.
In questo contesto Seif al-Islam, voce ''riformista'' e 'illuminata' del regime, ha detto, parlando apparentemente a braccio e in dialetto libico direttamente al suo popolo, che la Libia ''non e' la Tunisia e non e' l'Egitto''. Ha parlato di ''giusta rabbia della gente'' a Bengasi e in altre citta' per le persone che sono rimaste uccise, ha ammesso che ''sono stati commessi degli errori'', con l'esercito che ''non era preparato'' a una simile situazione e si e' fatto cogliere dalla tensione. Anche se, ha detto, i media hanno ''esagerato'' il numero di morti. Molti, ha detto Seif al-Islam, si sono lasciati ''entusiasmare'' dagli eventi egiziani e tunisini, ''altri erano drogati'', ha detto. Ma la direzione della rivolta, ha detto a chiare lettere, viene da fuori: ''C'e' un complotto contro la Libia'', diretto da gente, anche ''fratelli arabi'', che ''vi usano'', ''standosene comodamente seduti a Londra o a Manchester'', fra gli agi, a ''sorseggiare caffe''' e guardando ''il Paese che brucia''. ''Milioni di sterline sono state investite'' in questo complotto, che pero' e' mosso da poche centinaia di elementi, ''che non esprimono il popolo libico''. Il secondogenito di Gheddafi ha detto che sono state attaccate caserme, aperte prigioni, rubate armi pesanti, che dei ''civili'' guidano perfino ''carri armati''. Se tutti i libici si armano ne nascerebbe una ''guerra civile'' che durerebbe 40 anni. Non ci sarebbero 84 morti ma ''migliaia''; il Paese verrebbe diviso in ''staterelli'' ed ''emirati islamici'', sarebbe un ''bagno di sangue'', ci vorrebbero visti da uno staterello all'altro, ''come in Corea''. E i libici, ha evocato Seif al-Islam, perderebbero il petrolio, che e' ''cio' che li tiene insieme'', ne fa un Paese, e con esso le scuole, gli ospedali, il benessere.
''Se ci separiamo - ha dichiarato - chi fara' la riforma? Chi spendera' per i nostri figli, per la loro salute, la loro istruzione?''. Inoltre, ha domandato, ''pensate che il mondo occidentale, permetterebbero di perdere il nostro petrolio, permetterebbero un'emigrazione incontrollata'', la formazione di emirati terroristi? Europa e Stati Uniti ''tornerebbero a occuparci, a imporre il colonialismo''. Quindi la proposta di convocare, entro poche ore, una Assemblea generale del popolo per costruire una ''nuova costituzione'', fare le riforme per creare insieme ''la Libia che sognate''. E una minaccia: ''L'esercito - ha detto - ora ha il compito di riportare l'ordine con ogni mezzo'' e ''non e' l'esercito egiziano o tunisino'' ''Distruggeremo la sedizione e non cederemo un pollice del territorio libico''. I libici, ha concluso hanno combattuto e vinto contro gli italiani'' e ''sono capaci di farlo''. (ansa)
Ulteriori notizie:
MASSACRO A BENGASI; ELICOTTERI, RAZZI CONTRO FOLLA
QUASI 300 MORTI. UNITA' MILITARI CON RIBELLI, RIVOLTA VERSO TRIPOLI
In Libia e' in corso un massacro, ma la rivolta non si ferma. Nonostante la dura repressione delle forze di sicurezza che hanno sparato sulla folla anche da elicotteri e con razzi, la protesta si allarga e a Bengasi anche militari si sarebbero uniti ai manifestanti, mentre al Cairo il rappresentante libico presso la Lega Araba si dimette per ''unirsi alla rivoluzione. E in serata e' arrivata la notizia di un imminente discorso del figlio 'moderato' di Gheddafi, Seif al-Islam. Intanto il bilancio dei morti aumenta drammaticamente nel sesto giorno di proteste ininterrotte: oltre 285 vittime secondo un sito libico, 173 da per Human Right Watch. Almeno 50 a Bengasi nel solo pomeriggio di oggi secondo un medico locale. E la conferma che e' ormai un bagno di sangue giunge anche con l'allarme lanciato dagli ospedali a Bengasi: mancano medici, sangue, attrezzature. Nel continuo blackout dell'informazione sul terreno, con i giornalisti sempre al bando nel Paese mentre al Jazira segnala il segnale "disturbato" in tutto il Medio Oriente che fa temere un possibile tentativo di boicottaggio, secondo le informazioni che giungono frammentarie a Bengasi la situazione e' fuori controllo: il rincorrersi di allarmi sulle cifre delle vittime e' il segnale di una repressione cruenta le cui dinamiche sono pero' difficili da decifrare. Nei dintorni di Bengasi la morte è arrivata anche dal cielo gia' ieri pomeriggio, secondo quanto riferito all'ANSA da un testimone, quando elicotteri hanno sorvolato i centri di Aguria e Beda uccidendo a colpi di mitragliatrice molte persone, anche bambini. Mentre un altro testimone ha detto ad al Jazira che a Bengasi sui manifestanti si sparano anche razzi controcarro Rpg, oltre a proiettili urticanti per disperdere la manifestazioni. Difficile anche ricostruire la mappa delle azioni e chi vi prende parte oltre all'esercito, mentre gia' da ieri si parla del coinvolgimento di mercenari. Come nella città di Shahat dove, dice un manifestante ad al Jazira, i rivoltosi hanno catturato 30 mercenari africani, provenienti soprattutto dal Ciad e dalla Nigeria. Secondo la stessa testimonianza a Shahat si contano 50 morti e sarebbero un centinaio i mercenari dispiegati in periferia, che usano armi con proiettili veri. Dalle autorita', i centri del potere o Gheddafi stesso, al sesto giorno di rivolta ancora nessuna parola: solo messaggi, anche questi non verificabili, come la segnalazione oggi, da parte di un alto esponente libico di un gruppo di "estremisti islamici" che avrebbe preso in ostaggio poliziotti e civili nell'est del Paese. E se Bengasi e' in fiamme e il caos regna nella Cirenaica, il lembo orientale del Paese centro di dissenso e opposizione da sempre spina nel fianco del colonnello,la rivolta sembra viaggiare veloce anche verso Tripoli a mille chilometri di distanza. Nella capitale, sebbene a singhiozzo, si sono costantemente registrate manifestazioni pro Gheddafi, ma si sono uditi anche colpi d'arma da fuoco, hanno raccontato italiani rientrati oggi. "Già venerdì sera - ha raccontato Renzo Pellizzari, di Udine, che per due mesi ha lavorato a Tripoli per una ditta ferroviaria governativa - abbiamo udito dall'albergo in cui alloggiavamo, poco distante dalla Piazza Verde, colpi d'arma da fuoco esplosi in strada e ben distinti dai fuochi d'artificio. La cosa si è poi ripetuta anche ieri in piena notte''. A Zauia, a 50 chilometri da Tripoli, dove fino a ieri la situazione era tranquilla oggi "C'é stata una manifestazione, sono stati lanciati lacrimogeni e sono stati sparati anche colpi di arma da fuoco. C'é tensione, e questa è una novita ' assoluta per questa citta'", ha detto all'ANSA un responsabile della Pascucci e Vannucci, azienda di Macerata Feltria (Pesaro) che sta costruendo a Zauia uno ospedale, il cui cantiere "e" stato chiuso per motivi di sicurezza alle 15:00, con un paio d'ore d'anticipo rispetto all'orario solito. E domani, come ci ha consigliato il consolato italiano, abbiamo deciso di non lavorare".
UE: STOP A VIOLENZE, NO RICATTI SU IMMIGRAZIONE
TRIPOLI MINACCIA BLOCCO COOPERAZIONE CONTRO FLUSSI ILLEGALI
di Marisa Ostolani
La Libia ha minacciato i paesi europei di interrompere la cooperazione sulla gestione dei flussi di immigrazione illegali se la Ue non smettera' di incoraggiare la rivolta ma l'Unione europea ha respinto al mittente questo ricatto chiedendo stasera a Tripoli di cessare ''subito'' le violenze contro i manifestanti e di avviare il dialogo. La minaccia delle autorita' libiche e' stata resa nota giovedi' scorso all'ambasciatore ungherese a Tripoli. L'Ungheria detiene la presidenza del semestre europeo. ''Il nostro ambasciatore e' stato convocato giovedi' a Tripoli e gli e' stato detto che se l'Unione europea non smettera' di sostenere i manifestanti, la Libia interrompera' gli accordi di cooperazione sull'immigrazione'', ha riferito il portavoce della presidenza, Gergely Polner. Lo stesso messaggio ''e' stato poi trasmesso agli altri rappresentanti europei a Tripoli'', ha aggiunto il portavoce, precisando che le autorita' libiche hanno voluto in questo modo esprimere la loro insoddisfazione per le dichiarazioni di condanna della violenza e di richiesta a rispettare il diritto alla liberta' di espressione giunte dall'Europa. ''Noi abbiamo sentito delle minacce, ma alla fine dei conti la Ue fa cio' che e' giusto'', ha replicato l'alto rappresentante della politica estera Catherine Ashton, affermando di essere ''veramente preoccupata'' per il degrado della situazione in Libia. ''Noi facciamo appello alla moderazione, esortiamo a mettere fine subito alle violenze e a dialogare'', ha detto la Ashton, prima di un confronto tra i ministri degli esteri su tutta la situazione della regione. ''Noi vogliamo veramente che la violenza cessi e che si avvii un dialogo'', ha rimarcato la Ashton. L'Italia, che sta gia' fronteggiando un'ondata eccezionale di immigrati dalla Tunisia, e' particolarmente inquieta per la prospettiva di un'apertura indiscriminata delle porte libiche. ''Stiamo seguendo molto da vicino tutte le situazioni e siamo preoccupati per le ripercussioni sui flussi migratori nel Mediterraneo'', ha detto il ministro degli esteri Franco Frattini. ''Sono pronto a sostenere ogni tipo di dichiarazione per promuovere la stabilita', la sicurezza e la prosperita' nel Mediterraneo'', ha aggiunto il titolare della Farnesina. Sulla situazione in Libia, Frattini ha avuto oggi contatti telefonici con il segretario di Stato Usa Hillary Clinton. La Germania ha dato conto della propria ''indignazione'' per la dura repressione messa in atto dalle autorita' libiche contro i manifestanti. ''Siamo indignati per la violenza utilizzata dalle autorita' statali in Libia cosi' come in altri paesi'' della regione, ha detto il ministro tedesco degli affari europei Werner Hoyer. Sulla stessa linea anche il suo collega francese, Laurent Wauquiez, che ha definito ''assolutamente inaccettabile'' e ''totalmente sproporzionata'' la repressione. Unica voce esplicitamente fuori dal coro, e' stata quella del ministro degli esteri ceco Karel Schwarzenberg che ha invitato la Ue a non intervenire ''pesantemente'' su quanto sta succedendo in Libia perche' ''se Gheddafi cade - ha detto - sarebbe una piu' grande catastrofe per il mondo''.
USA CHIEDONO FINE VIOLENZE CONTRO MANIFESTANTI
L'amministrazione Obama segue ''molto preoccupata'' l'evolversi della situazione in Libia, e chiede ufficialmente che sia posta fine ''a ogni violenza contro i manifestanti pacifici''. Col passare delle ore la situazione si fa sempre piu' tesa e il portavoce del Dipartimento di Stato, Philip Crowley, ha riferito che gli Usa sono pronti a ridurre la presenza dei loro diplomatici nel paese dove, secondo gli elementi raccolti, vi sono state "centinaia di persone morte o ferite". Il bilancio completo dei morti non e' conosciuto a causa della difficolta' d'accesso sul posto per i rappresentanti dei media internazionali e delle associazioni per la difesa a tutela dei diritti umani'''. Comunque sia le informazioni che arrivano sono preoccupanti e gli Stati Uniti si sono messi in contatto con la Libia per chiedere l'immediata cessazione di ogni violenza. ''Abbiamo fatto presente a molti diplomatici libici, tra cui il ministro degli Esteri Musa Kusa, la nostra ferma opposizione all'utilizzo di armi da fuoco contro i manifestanti pacifici - ha sottolineato Crowley.- I responsabili libici si sono impegnati a proteggere il diritto a manifestare pacificamente. Chiediamo al governo libico di rispettare questo impegno e riteniamo responsabile ogni rappresentante delle forze dell'ordine che non dovesse agire di conseguenza''. Quanto avvenuto in Egitto, dove nel complesso la non-violenza ha prevalso non si sta ripetendo in Libia, e Washington segue con preoccupazione crescente le notizie in arrivo da Bengasi e Tripoli. Il segretario di Stato, Hillary Clinton, ha avuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, per capire nel dettaglio quanto sta avvenendo in Cirenaica. A Bengasi si parla di quasi 300 morti, e per questo l'ambasciatrice Usa all'Onu, Susan Rice, ha detto che l'amministrazione Obama e' ''molto preoccupata'' per quanto sta avvenendo in Libia. ''Siamo molto preoccupati dalle notizie che arrivano da Bengasi e dalle zone costiere, che riportano di spari da parte delle forze di sicurezza contro manifestanti pacifici'' ha detto la Rice partecipando ad una trasmissione televisiva della Nbc. Per gli Usa - ha aggiunto - ''non c'e' spazio alcuno per la violenza contro manifestanti pacifici''. Un messaggio che aveva ribadito lo stesso segretario di Stato Clinton in un'intervista alla giornalista della Abc Christiane Amanpour (trasmessa oggi): come gia' avvenuto nel caso dell'Egitto, ''gli Stati Uniti sono dalla parte della liberta' e della democrazia, e per il rispetto dei diritti umani, tra cui quello di riunirsi e di esprimersi liberamente''. Ma - aveva precisato Hillary Clinton - ogni situazione e' diversa e gli Usa non intendono ''dettare'' a un Paese come comportarsi di fronte alle istanze del suo proprio popolo. Di fronte ai morti di Bengasi, pero', anche Washington ha chiesto esplicitamente a Tripoli ''la fine di ogni violenza'.
