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ieri, oggi e domani

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20 feb 2011

“Restiamo uniti”. Brindiamo a champagne: Benigni ha fatto incazzare di brutto i leghisti. Calderoli e Borghezio fuori dalla grazia di Dio.




Le soddisfazioni sono poche, il bottino è magro, e non c’è proprio da compiacersi guardandosi in giro, ma l’incazzatura dei leghisti per la festa di compleanno dell’Unità d’Italia ci spinge all’insano pensiero di esprimere la nostra gratitudine a Ignazio La Russa che ha retto il confronto con l’ammiraglia di Bossi in consiglio dei Ministri. Il fatto che abbia giocato nell’esecutivo una partita tutta sua, come rappresentante degli ex An nel Pdl, non sminuisce il suo merito di avere resistito al tentativo di guastare la festa agli italiani messo in atto, stavolta con strumenti sofisticati dai bossisti.

Ci hanno appena spiegato che il ministro Calderoli, giudicando una follia decretare una giornata di festa  per il 17 marzo, avrebbe fatto nient’altro che una carezza ai duri e puri del leghismo padano – per usare le parole dell’impareggiabile presidente del Consiglio. Faremmo volentieri a meno di queste carezze, ci piacerebbe un governo che rispetti se stesso, e rappresenti un grande Paese, che ha bisogno come il pane di riguadagnare il credito internazionale.

I 150 anni dell’Unità d’Italia non sono solo una festa, ma un’occasione per ricordarci ciò che siamo e da dove veniamo, e fare sapere, fuori dalla Penisola, che la nazione c’è ancora ed è contenta di esserci. Questo, forse, sfugge ai ministri della Repubblica leghisti che, accettando l’incarico, hanno giurato di rappresentare il Paese con lealtà.  
È comprensibile la sfuriata del Ministro Calderoli – preoccupatissimo per i costi della festa – molto meno nel pretendere che sia lo Stato a pagare le multe sacrosante ai produttori di latte padani – perché mastica amaro, e non solo per avere dovuto ammainare la bandiera del carroccio e lasciare che il Tricolore trionfi una volta tanto, ma perché milioni di italiani, grazie a Sanremo (da santificare) hanno visto ed ascoltato Roberto Benigni: il comico fiorentino – ci voleva un uomo di spettacolo, geniale e sensibile – ha restituito al suo Paese l’inno di Mameli e la straordinaria storia d’Italia. Il suo canto “muto” dell’Inno ha commosso tanta gente e ci ha ridato un poco di orgoglio e qualche soddisfazione.

Nel vedere il faccione arrossato di Calderoli che smadonnava per la festa, l’immagine di Roberto Benigni che canta l’inno nazionale con un trasporto e una passione incredibili riempie il nostro cuore di gioia e lo aiuta a guarire dalle ferite inferte dal bunga bunga.

Il successo di Benigni, più di quello ottenuto da Ignazio La Russa in Consiglio dei ministri, ha inviperito il leghismo più becero. Che siano molto incazzati non c’è dubbio (la cosa ci fa un enorme piacere), basta leggere quel che afferma l’altro campione del secessionismo strisciante, Borghezio, che una volta gareggiava con Calderoli nello sparare stupidaggini. “Fa semplicemente schifo, ha affermato il rubicondo Borghezio, “il prostituirsi di un artista alle esigenze della retorica di una parte del Paese contro l’altra”.

Borghezio è riuscito a sommare tutte le insolenze del mondo in poche parole. Mentre il “suo” presidente del Consiglio tenta disperatamente di evitare il processo per prostituzione minorile, accusa Roberto Benigni di “prostituirsi” per avere “cantato” il suo paese e magnificato la sua storia. Lo avrebbe fatto al servizio di una parte del Paese “contro” l’altra parte che non l’avrebbe voluto.

Si capisce lontano un miglio che cosa vogliono questi signori - sfasciare il Paese – ce l’hanno nel sangue la secessione. Ormai è la loro missione. E siccome i berlusconiani pendono dalle loro labbra per ragioni che sappiamo, c’è il pericolo serio che ci riescano. Non certo con le baionette, come Bossi immaginava qualche tempo fa, né con le ampolle e Alberto di Giussano, le sceneggiate d’estate del carroccio, ma con il federalismo che viene gestito sapientemente dai padroni del vapore.
Temiamo che non basti Roberto Benigni per ricacciare indietro questi signori e che occorra, come ci ha ricordato Gianni Morandi (“restiamo uniti”), tornare ad essere quello che siamo. Con tutti i difetti del mondo, ma anche con il genio, la sensibilità, l’orgoglio, la volontà di rappresentare quella parte del mondo che ha contribuito, e continua a farlo, alla crescita civile dell’umanità.

Non stracciamoci le vesti. Non c’è famiglia “nazionale” che non abbia i Borghezio. Dobbiamo solo fare in modo che non contino niente.