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ieri, oggi e domani

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14 lug 2011

Casta e privilegi.




Manovra, nel Pdl la grana della casta-avvocati

. I legali eletti in Parlamento: 
«Voteremo no alla fiducia se si abolisce l’ordine degli avvocati e dei notai. No anche all’incompatibilità tra sindaci e parlamentari»
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Incuranti di quanto sta accadendo nel Paese,
 con l’opposizione che deve fare un gesto responsabilità per evitare che il Paese sprofondi
 nel baratro di una crisi finanziaria che ha investito la Borsa e i titoli di Stato, avvocati e nobtai eletti tra le fila del Pdl, minacciano di non
 votare la manovra se gli si abolisce l’ordine di
appartenenza e non solo.
Nel Pdl, infatti, è stata addirittura effettuata una raccolta delle firme per protestare (al momento sarebbero circa un’ottantina). «Fino a quando non verrà tolta la norma che abolisce gli ordini professionali, noi il testo - assicura un avvocato del Pdl - non lo voteremo mai dovesse anche cadere Tremonti». 
Ma c’è di più. Nel mirino della casta finisce la norma che renderebbe incompatibile l’incarico di parlamentare con quello di sindaco o di presidente di provincia. Solo alla Camera gli interessati sarebbero 15 (9 presidenti di provincia e 6 sindaci).
«Esprimiamo una forte preoccupazione per il contenuto della manovra finanziaria che tratta della liberalizzazione delle professioni, in quanto l’eventuale attuazione comporterebbe automaticamente la distruzione del sistema di cassa degli ordini - affermano in una nota congiunta gli onorevoli Mancuso, Marsiglio, Rampelli, Ghiglia e Barani del Pdl -. Al di là del disagio che questo comporterebbe, si avrebbero effetti negativi immediati perché verrebbe a saltare il meccanismo fondamentale di alimentazione delle casse degli ordini e ci troveremmo ad avere 1,6 milioni di professionisti costretti a bussare alle casse dello Stato».
Nella maggioranza si butta subito acqua sul fuoco. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa annuncia: «Da avvocato ritengo che sia una norma che merita un approfondimento ulteriore. Non mi sembra materia da inserire in un decreto. Ritengo che la protesta degli avvocati non sia affatto irragionevole». Il capogruppo del Pdl, Maurizio Gasparri aggiunge poi che il tema dell’abolizione degli ordini professionali che sta agitando la maggioranza in Senato «non sussiste». «La formulazione del tema è già superata. Molti reagiscono a un testo che non c’è. Comunque ne stiamo parlando», conclude.


Sibilino Antonio Di Pietro (Idv): «È la difesa della corporazione che antepone i propri interessi a quelli dei cittadini. Noi dell’Idv, invece abbiamo presentato un emendamento al riguardo che interessa sempre l’avvocatura. Pensiamo infatti che sia necessario dare la possibilità anche ai giovani avvocati di far carriera e di potersi misurare senza dover necessariamente passare attraverso l’imbuto di studi legali blasonati, che diventano importanti solo per le parcelle esose che fanno, piuttosto che per la loro abilità e bravura nel seguire i propri clienti».

13 lug 2011

Europa e Usa tagliano i soldi ai politici. Noi NO anche se intascano il doppio.




Come al solito facciamo sempre la figura degli ultimi della classe. In tempi di crisi e di susseguenti sacrifici tutti i paesi europei, prima di chiedere soldi ai cittadini, tagliano i  costi della loro politica. Riducendo stipendi, dimezzando benefit o ridimensionando il numero dei parlamentari. Stessa storia anche oltreoceano dove il presidente Obama ha detto una cosa ovvia e sacrosanta, ma impronunciabile e soprattutto apparentemente inapplicabile in Italia, “dobbiamo chiedere alle persone più fortunate come me, alle società che possiedono i jet, ai petrolieri, ai miliardari, di condividere i sacrifici…”. I politici italiani, che sono quelli che guadagnano di più in assoluto e che sono un esercito, abbiamo più parlamentari noi che gli Stati Uniti, da questo orecchio non ci sentono. Anzi, fanno proprio orecchie da mercante e continuano con mille artifici, legali, ad incrementare la loro busta paga.

Qualche esempio. I nostri deputati incassano alla voce “trattamento mensile lordo” 11.704 euro mensili: tremila più dei secondi in classifica (gli austriaci: 8.882), quattromila abbondanti più dei terzi (gli olandesi: 7.177), cinquemila più dei francesi (6.892), per non dire degli spagnoli, pagati un quarto: 2.921 euro. E a quel trattamento lordo per gli onorevoli italiani vanno aggiunti rimborsi vari. Rimborsi di tale peso che quando il comunista Gennaro Migliore, quattro anni fa, fece un gesto di trasparenza mostrando la sua prima busta paga da parlamentare, il netto reale era di 14.500 euro.

Il confronto più impietoso è però quello con gli Stati Uniti d’America. Negli Usa, dove il presidente Obama guadagna la relativamente modesta cifra di 400mila dollari all’anno, il compenso del presidente degli Stati Uniti è fermo a quella cifra dal 2001, i parlamentari Usa, 100 senatori e 435 deputati, dal canto loro hanno dato il buon esempio alla nazione sia quest’anno che l’anno scorso rinunciando all’aumento automatico di stipendio legato al costo della vita, e hanno addirittura votato una riduzione del 5% dei rimborsi spese. E non si può certo dire, almeno confrontandoli con i nostri, che gli stipendi della pubblica amministrazione americana siano da capogiro.

Ancora qualche esempio. Stando al sito ufficiale dei Consigli regionali (www.parlamentiregionali.it), lo stipendio netto, non lordo, netto, di un consigliere molisano, tra indennità e rimborsi, arriva a 10.255 euro. Quello di un consigliere segretario pugliese a 11.461. Quello di un semplice deputato sardo a 11.417. Quello del presidente della giunta del Veneto a 12.615. Del suo collega calabrese a 13.353. Vale a dire che ognuno di questi, come spiega una tabella sulle indennità nel 2011 ricostruita da Antonio Merlo della University of Pennsylvania, prende più di quanto guadagna al lordo il più pagato dei governatori americani che è quello dello Stato di New York, che prende 10.612 euro al mese. Dai quali, ovvio, vanno tolte le tasse e tutto il resto. Di più: ogni governatore statunitense ha in busta paga, mediamente, 93.450 euro, 7.787 al mese. Lorde. La metà di quanto prende al netto il presidente della Regione Sicilia. E non parliamo degli ultimi: il governatore del Maine, il più sottopagato, porta a casa al mese 4.150 euro lordi: molto meno del più «sottopagato» dei nostri governatori, cioè quello dell`Umbria: 7.101 netti.

Quanto alle più alte cariche degli Usa, il presidente della Camera prende ogni mese 13.327 euro lordi: una indennità inferiore, tolte le tasse e il resto, a quanto prende (10.972 netti) un consigliere regionale della Campania.

Un parlamentare Usa, Camera o Senato, riceve 10.315 euro lordi: 1.389 meno del «trattamento mensile lordo» dei nostri deputati.

E se gli americani rinunciano all’aumento e tagliano i rimborsi, in Europa cosa ccade?

L’Olanda, paese a tripla A, sente il dovere morale di ridurre i costi della politica. Così il Governo dell’Aja ha preparato un disegno di legge che riduce di un terzo le dimensioni di entrambe le Camere, in quello che viene spiegato come «parte di uno sforzo per creare un Governo più snello ed efficiente».

L’emendamento costituzionale proposto ridurrebbe il numero dei deputati nella Camera bassa da 150 a 100, e nella Camera alta da 75 a 50, ha spiegato il ministero degli Interni olandese. Non un caso isolato.

Anche al di là della Manica, nel Regno Unito, il premier britannico David Cameron, che ha avviato una politica di bilancio più rigida di quella di Margaret Thatcher con una correzione da 125-140 miliardi di euro entro il 2015 per tre quarti sul fronte delle spese, ha proposto di ridurre il numero dei parlamentari e ha tagliato i benefit complessivi dei deputati. Alta nazione stessa musica.

Anche Madrid, assediata dagli indignados, ha recepito il messaggio sul taglio dei costi della politica. Con le due ultime manovre il Governo Zapatero si è dato l’obiettivo di recuperare più di 50 miliardi di euro. Nel maggio 2010 il Governo ha dato il buon esempio tagliando le buste paga dei suoi componenti di un 15%, iniziativa a cui hanno poi aderito anche i parlamentari.

Persino il governo tedesco, nonostante la forza dell’economia del suo paese, ha fatto della stabilità un’idea guida del suo programma ed ha presentato un programma quadriennale di riduzione del deficit a 31,5 miliardi nel 2012 per arrivare a 13,3 miliardi nel 2015. La politica non ha dovuto tagliare molto visto che i parlamentari tedeschi sono già ora 661 contro il nostro migliaio, ognuno guadagna 7.009 euro al mese contro la paga base dei nostri deputati pari a 11.704.

E i tagli non sono mancati ovviamente ad Atene che a novembre scorso ha ridotto il numero dei rappresentanti delle province. La riforma (chiamata Kallikrates) dell’organizzazione statale ha eliminato le 57 province sostituendole con 13 macroregioni e ha ridotto accorpandoli il numero dei municipi da 1.034 a 325. A Corfù ad esempio da 13 sindaci ne è rimasto uno solo. Il 20 giugno scorso il premier socialista George Papandreou ha rilanciato la proposta di un referendum per decidere una riforma della Costituzione tesa a rivedere il sistema elettorale e abolire privilegi e immunità per ministri e deputati. Nella riforma sarebbe compresa una riduzione dei deputati dagli attuali 300 a 200.

Tutti uniti nel tagliare quindi, tranne noi. E il bello, anzi il brutto, è che i nostri parlamentari, oltre ad essere molti di più che negli altri paesi, guadagnano più di tutti. Il paragone migliore che si può fare è quello con la realtà francese, molto simile alla nostra. Sia noi che i cugini transalpini abbiamo un corpo parlamentare di circa 1000 persone, con un rapporto di un parlamentare per ogni 65mila cittadini. Lo stipendio base italiano è di circa 11mila 700 euro, quello francese non arriva a 7 mila.

Purtroppo c’è anche di peggio. Evidentemente insoddisfatti del trattamento economico i nostri governanti cercano anche di arrotondare. Qualcuno seguendo vie poco pulite, leggi Marco Milanese, ma altri nel pieno della legalità. Come racconta il Corriere della Sera, il consigliere radicale Giuseppe Rossodivita, ha denunciato che alla Regione Lazio, stando alla dichiarazione dei redditi, solo una trentina dei suoi colleghi dichiara di possedere una macchina. Strano, ma non è questo il punto. Praticamente tutti, infatti, incassano ogni mese sontuosi rimborsi dichiarando di raggiungere il Consiglio con l’auto propria.

Per avere i rimborsi infatti «non servono pezze d`appoggio che certifichino gli spostamenti». Risultato: basta dichiarare di aver compiuto, per arrivare in via della Pisana, tot chilometri. E la Regione paga: 35 cent al chilometro.

Come diceva Totò: “e io pago…”.

Meglio, noi operai, impiegati e pensionati paghiamo. E se pagassimo tutti, magari in proporzione al reddito o alle rendite?

“Montezemolo sarà candidato Premier”.





Massimo Cacciari conferma l’ingresso in politica del presidente Ferrari: 
“sta già lavorando al nuovo partito”.


Ormai non ci sono più dubbi e si tratta solo di capire quando e come arriverà il grande annuncio. Luca Cordero di Montezemolo entrerà in politica.
La conferma che Montezemolo sta aspettando il momento giusto per scendere in campo arriva dall’ex sindaco di Venezia, Massimo Cacciari. L’operazione ha il placet di Futuro e Libertà per l’Italia e del Partito Democratico. Analogo placet si potrebbe praticamente dire dell’Udc, dove però restano i dubbi di Casini, che vorrebbe essere lui il leader del Terzo Polo: ovvero il candidato Premier nel 2013. 

“Ho trovato positivo l’appello di Luca Cordero di Montezemolo alle classi dirigenti e agli imprenditori che conoscono benissimo il crollo di credibilità dell’Italia nel Mondo”, ha spiegato Bersani. “Lo dico da tempo: ci tace oggi come potrà parlare domani?” ha affermato il segretario del Pd.

“Tutto quello che mette nuove energia nella cosa pubblica è benvenuto. Purché sia chiaro un punto. Il tramonto di Berlusconi deve coincidere con la fine di un’illusione: una sola persona non ha la bacchetta magica. Il Pd vuole innovare”, prosegue Bersani, “riformare le istituzioni e i partiti. E’ il tempo di leadership che siano dentro un collettivo. Solo in Italia si pensa che i problemi si risolvono con la scelta di una singola persona”.


Ma la “caccia” a Montezemolo non vede come protagonista soltanto il partito democratico. Anche la squadra futurista messa in piedi da Gianfranco Fini mostra subito il suo interesse. “La destra di Bossi e Berlusconi è un progetto vecchio che dimostra di non avere la forza di rinnovarsi”, ha spiegato il capogruppo di Futuro e Libertà, Benedetto Della Vedova.

Il nuovo Polo di Fini, Casini e Rutelli deve mostrare la capacità di unire le forze di qunati fuori dai due vecchi blocchi vogliano lavorare per l’innovazione sociale, economica ed istituzionale dell’Italia, e su questo terreno sfidare alle urne ciò che è diventata la destra di Bossi e Berlusconi. Per quel che mi riguarda”, ha concluso Della Vedova, “penso che Luca Cordero di Montezemolo sarebbe decisamente un benvenuto protagonista di questa avventura”.

Anche Bocchino sorride per la scesa in campo del presidente Ferrari, anche se usa toni meno entusiastici di quelli scelti da Della Vedova. Per Italo l’ingresso in politica di Luca Cordero di Montezemolo sarebbe “un arricchimento nel panorama politico italiano. E’ tipico nei periodi di crisi e di campiamento”, ha sottolineato il pasdaran futurista, “che soggetti forti della società civile possano scendere in campo per dare un contributo al rinnovamento della politica. Montezemolo, che è oggettivamente impegnato attraverso l’associazionismo sui problemi del Paese, credo abbia le competenze per farlo e, se lo farà, potrà dare un contributo positivo”.

Ma un pensierino alla politica lo fa da tempo anche l’attuale numero uno di Confindustria. Non a caso è pungente il commento di Emma Marcegaglia, che di Montezemolo ha raccolto l’eredità ai vertici di Confindustria. “Ognuno fa quello che vuole, non ci sono problemi”, sottolinea il numero uno di viale dell’Astronomia, che però puntualizza: “Quello che noi facciamo è un altro mestiere. Noi facciamo rappresentanza d’impresa con un’ottica generale e quindi usiamo linguaggi diversi”, ha proseguito, “usiamo il linguaggio di chi guarda al Paese, di chi guarda ad una logica di paese dopodiché ognuno faccia le proprie scelte personali”.

Secondo Cacciari, l’obiettivo del presidente della Ferrari è “quello di intercettare i voti di quell’area, del 40-50% di opinione pubblica che non va più alle urne e che non si riconosce in questo bipolarismo italiano, perché è fallito. Se Montezemolo riesce a intercettare quest’area di opinione pubblica – ha proseguito Cacciari - si colloca bene in questo vuoto politico, ha buone possibilità di candidarsi seriamente a Presidente del Consiglio. Montezemolo vuole pescare nell’elettorato di Pdl, Pd e anche della Lega, che al suo interno ha anche una componente moderata”.

Quando a Cacciari è stato chiesto se il progetto di Montezemolo non si scontra con quelle che sono le intenzioni del Terzo Polo, l’ex sindaco di Venezia ha replicato sottolineando come “il Terzo Polo non ce la può fare da solo, perché nonostante la buona volontà che ci mettono Fini, Casini e Rutelli, essi appartengono a una stagione politica che abbiamo alle spalle”.

Secondo quanto dichiarato dal filosofo, Montezemolo non si candiderebbe subito come leader di un nuovo centro moderato. Se lo facesse, sottolinea Cacciari, “si giocherebbe solo la sua immagine e di pochi altri, quindi prende tempo. Lui pensa che avendo più tempo può rafforzare la sua rete organizzativa, e io so che lo sta facendo in molte regioni”.

Cacciari ha poi svelato che Montezemolo starebbe già lavorando al simbolo e al nome del suo partito, dove ci saranno richiami nazionali e internazionali, nonché “ai veri valori dell’Italia”.
Bandite, conclude Cacciari, le parole “futuro e democratici”.

L’Italia campione mondiale di enti locali.




Il nostro Paese ha il record di organismi elettivi, ovviamente retribuiti.

La riorganizzazione del quadro istituzionale che contenga i costi della politica è un’esigenza molto sentita nella popolazione, ma in Parlamento finora l’eco pare non essere arrivata. Le Province sono diventate un simbolo degli eccessi della  cosiddetta Casta, tanto per il loro numero, quanto per la disomogeneità complessiva, quanto per le migliaia di amministratori retribuiti per la gestione di pochissime competenze pubbliche.  
Senza Province si può vivere? Nella maggior parte dei Paesi esteri occidentali i livelli intermedi del governo locale sono solamente due, quindi una simile riforma non è solo possibile, ma pure abbastanza semplice. Basta guardare ai nostri vicini europei.
PROVINCE ITALIANE Le province nel nostro Paese sono un lascito del Regno sabaudo. Ispirata dal modello francese, l’amministrazione dei territori in mano ai Savoia era suddivisa in Province e Comuni, per quanto riguarda gli organi che diventarono elettivi. Nel Regno d’Italia nato nel 1861 questa impostazione fu confermata, con la presenza di circondari e mandamenti che erano aggregazioni intermedie di Comuni senza però organismi elettivi. Soppressi i circondari dal fascismo con il contemporaneo ampliamento delle province, che passarono da 76 a 93. La Repubblica nata sulle ceneri della monarchia e del regime fascista confermò questa impostazione, aggiungendo però un ulteriore organismo elettivo,la Regione, in vista di una graduale decentralizzazione dei compiti statali. La Costituzione suddivise l’Italia in 20 Regioni, lasciando invece il numero di province e comuni mutabile con semplice legge ordinaria. Le Regioni sono divenute realtà nel 1970, mentre il numero Province è rimasto costante fino a inizio degli anni novanta. Poi, sempre in modo bipartisan, sono state create in poco più di dieci anni 17 nuove province. Il carattere elettivo di quest’organismo prevede di conseguenza un numero molto cospicuo di amministratori, stimabile in più di mille tra presidenti ed assessori, mentre i consiglieri provinciali sono più di quattro mila. Il loro costo è stimato in circa 13 miliardi di euro l’anno non contando le spese per il personale. 
Questa cifra serve per lo svolgimento delle funzioni assegnate alle Province, che sono principalmente la manutenzione delle strade e degli edifici scolastici. Gli emolumenti degli amministratori provinciali variano a seconda della popolazione rappresentata, e anche dalla Regione in cui si trovano. Se un assessore può ambire a stipendi di qualche migliaia di euro i consiglieri si devono accontentare di cifre inferiori, anche se comunque di norma superiori a quelle dei consiglieri comunali, città di grandi dimensioni escluse.
MODELLO FRANCESE, ANCHE PER NOI Il governo locale in Italia si struttura dunque su tre livelli. Oltre allo Stato centrale sono presenti Comuni, Province e Regioni, come stabilito dall’articolo 114 della Carta Costituzionale. In Europa sono pochissimi i Paesi che hanno tre livelli di governo locale, specie poi se l’organizzazione statale non è federale, struttura istituzionale nella quale gli organismi intermedi hanno maggiori competenze. La Francia, paese che ha sempre ispirato la nostra architettura istituzionale, conserva una suddivisione amministrativa molto simile a quella italiana. Nella repubblica transalpina oltre al livello centrale esistono tre livelli Comuni, i Dipartimenti e le Regioni eletti direttamente dalla popolazione, ovvero Comuni, i Dipartimenti e le Regioni. Oltre agli emolumenti inferiori, in Francia si nota la presenza di un livello intermedio mediamente più omogeneo del nostro Paese, dove esistono province da qualche milione di persone e alcune da neanche 50 mila abitanti. Il numero totale è abbastanza simile, 100 in Francia contro le nostro 110, così come da tempo si dibatte anche in Francia di una loro possibile soppressione. La famosa Commissione Attali per la crescita aveva proposto la loro abolizione.

GERMANIA MENO PESANTE Il più grande Paese dell’Unione Europea, oltre al livello federale, il cosiddetto Bund, ha al suo interno gli Stati e i comuni, più i cosiddetti circondari. Vigendo il federalismo in Germania, ogni Bundesland, la nostra Regione anche se con più poteri, disciplina la propria organizzazione interna. Una suddivisione del territorio sul modello francese o italiano non è presente, anche se esistono diversi livelli di governo locale, per quanto suddivisi in modo particolare. Le grandi città sono sottoposte direttamente al Bundesland, mentre i comuni più piccoli sono organizzati nei cosiddetti circondari rurali, i Landkreis. Di conseguenza, l’architettura istituzionale tedesca è mediamente più snella rispetto a quanto accade in Italia, pur avendo gli enti locali maggiori competenze dei nostri.  
Esiste inoltre un altro livello non elettivo, il distretto governativo, presente in soli 5 Bundesländer tedeschi.  Il vertice di questo organismo intermedio, il Regierungspräsident, è un alto funzionario, di norma scelto tra i politici. Pur non essendo livelli di governo elettivi, i distretti governativi, probabilmente l’istituzione più vicina alla nostra Provincia, sono stati gradualmente soppressi dai vari Bundesländer. L’architettura istituzionale della Germania è simile a quella della vicina Austria, suddivisa in Comuni, Distretti, Stati e Bund. I Distretti sono di norma organismi non elettivi, in questo simili alle nostre prefetture. Di conseguenza, i cittadini scelgono solo i loro amministratori comunali oppure il livello statale, che è equivalente al nostro grado regionale, anche se con più funzioni. Un altro paese germanico, o prevalentemente germanofono come la Svizzera, ha una simile suddivisione. Gli organi elettivi esistono solo a livello comunale e cantonale, che sono organismi con competenze e poteri simili a quelli degli Stati americani.
GRAN BRETAGNA, ENTI LOCALI SONO POCHI – La Gran Bretagna ha diversi modelli di suddivisione amministrativa, che varia tra Inghilterra, Scozia, Galles e Nord Irlanda. Questi tre paesi hanno ricevuto dal livello centrale molte competenze attraverso la cosiddetta devolution, una scelta dettata prevalentemente da questioni  di carattere politico, visto che in Scozia ora è ancora tornato a spirare forte il vento del secessionismo. In Inghilterra esistono le regioni, ma sono semplici organismi amministrativi, con l’unica eccezione della città di Londra, che elegge il suo vertice istituzionale, il sindaco, da pochi anni. In Inghilterra tra il potere centrale e cittadini esiste in alcuni casi anche un solo livello amministrativo di carattere elettivo, le cosiddette autorità unitarie. Altri territori vengono suddivisi tra due diverse contee che dispongono di diverse competenze tra loro, le cosiddette shire counties. Di livello inferiore sono invece i parish councils, simili ai nostri comuni, che però amministrano solo una porzione relativamente piccola dell’Inghilterra, circa il 35% della popolazione. Come ricordato in precedenza, i livelli intermedi elettivi salgono a due in Scozia, Galles e Nord Irlanda vista la presenza di un organismo comparabile per competenze ad una nostra Regione.
DUE LIVELLI NEL RESTO D’EUROPA, E DEL MONDO Negli altri Paesi che compongono l’Unione europea si trovano di norma solo due livelli amministrativi che vengono eletti direttamente dai cittadini, oltre al potere centrale. Così accade in Scandinavia o nei Paesi Bassi, dove esistono comuni e province, ma non regioni. Anche all’estero la norma vuole che oltre allo Stato centrale esistano due livelli di governo intermedio, il più prossimo ai cittadini, simile ai nostri Comuni, ed un solo altro di raccordo, come sono le Regioni  e le Province. Negli Stati Uniti questa è la norma, anche se in realtà l’architettura istituzionale è molto frammentata, e varia da Stato a Stato. Le competenze per i livelli intermedi sono molto maggiori che negli Stati nati su una ispirazione centralista come la Francia e l’Italia, tanto che ogni Stato americano ha un proprio codice penale e civile, con un’amministrazione della giustizia parallela a quella federale. Nonostante questo capita che sia presente, specie nel Nordest, un solo livello elettivo tra lo Stato e i cittadini, oltre ovviamente a Washigton, Dc. Le contee, l’organismo intermedio tipico degli Usa, variano tantissimo per funzioni, competenze e modalità di scelta dei propri vertici. In generale il loro potere più importante riguarda l’ordine pubblico, tanto che la figura più famosa, anche da noi, è lo sceriffo. In molte contee, specie le più grosse dell’Ovest dove i poteri sono numerosissimi, invece viene eletta una sorta di giunta che raggruppa in sé tutte le funzioni  legislative ed esecutive. Nel vicino Canada esistono le Province, che sono le nostre Regioni con poteri simili a quelli degli Stati americani, e solo un livello municipale oltre al tipico governo centrale. Anche in Giappone o India, realtà enormi, la suddivisione amministrativa dello Stato avviene di norma su due soli livelli elettivi.
CASO ITALIA Una breve comparazione con gli altri Paesi evidenzia la farraginosità del disegno istituzionale italiano. Negli Stati Uniti le contee governano polizia e sanità pubblica, mentre da noi si occupano di manutenzione delle strade. Non proprio la stessa cosa, soprattutto perché per competenze molto meno importanti le persone responsabili, gli eletti, crescono a dismisura nel nostro Paese. Nella vicina Europa l’unico Stato pesante come quello italiano è la Francia, ma quantomeno i transalpini spendono molto meno per i loro amministratori locali, in particolar modo i consiglieri regionali. In un momento di così grande difficoltà finanziaria del Paese una drastica compressione della spesa per la politica avrebbe molti benefici e costi sociali molto bassi. Gli esempi di suddivisione statale più efficiente di quella italiana sono molto numerosi, e potrebbero essere adottati nel nostro Paese in modo tutto sommato semplice. Al momento manca la volontà in Parlamento, ma davvero non si può comprendere perché se nella maggior parte dei Paesi esistono solo due livelli di governo intermedio in Italia ce ne siano tre, oltretutto con minori competenze. La stima sui risparmi possibili è piuttosto difficile da fare, soprattutto perché il grosso del costo, ovvero il personale, è comprimibile solo nel lungo periodo, a meno di immaginare licenziamenti di massa dei dipendenti pubblici, come stanno facendo in questo momento negli Stati Uniti, con effetti non esattamente producesti. 

E’ però certo che l’Italia ha un sistema di governo tra i più costosi ed inefficienti al mondo. Riformarlo è un’esigenza ormai ineludibile. 

L’ignoranza di Renzo Bossi (il trota), 12.000 euro al mese, è totale quando parla di web 2.0.




Credete di sapere abbastanza di Renzo Bossi? Del Trota e delle sue bocciature? Del suo nuovo ruolo di responsabile dei media padani? No, non sapete tutto. Interviene inviando un video al convegno su "Vecchia TV vs Nuova TV" organizzato dal Co.re.com presso la Casa del Cinema di Villa Borghese, Roma.
Avvertenze: la visione - anche non integrale - potrebbe causare effetti collaterali come fastidio e rabbia. Nel migliore dei casi: estrema compassione. Basta leggere i commenti su youtube, dove gli utenti sono giustamente indignati/schifati dalla manifesta incompetenza del soggetto. 
Il buon Renzo legge - legge tutto il discorso, è incredibile - per oltre 5 minuti un discorso nonsense sul significato dei social media. Vorrebbe dire che per la Lega è importante l'uso dei social media (a parole, ovviamente. Il Carroccio è quanto di più anti-web ci possa essere. Basti pensare che dopo la sconfitta al primo turno della Moratti e gli insulti a pioggia contro Berlusconi ha deciso di chiudere il forum di Radio Padania) e invece si inerpica in paragoni azzardati e a lui incomprensibili - si nota da come li descrive- con la CNN (?) o la relazione tra web 2.0 e digitale terrestre. L'obiettivo strumentale è inquadrarli in chiave local, ovviamente. 
Ma non ce la fa a esprimere il concetto in modo chiaro, anche se gli hanno scritto il discorso. Anche se è il responsabile dei media padani, insomma, non si può dire che questo sia il suo pane.
Qualche perla sparsa del Renzo's Speakers' corner
Internet è stao l'acceleratore della globalizzazione [?]
Parla anche di "una rete di reporter, una cosa nuova, una rete di giornalismo locale che vanno a presentarsi in un punto d'incontro dove si possono trovare tantissime notizie. Questo - dice - l'ha fatto la Cnn, che ha un taglio internazionale ma ha creato un punto d'incontro dove si discute e si parla di tutto". [incomprensibile]
Renzo, cosa volevi dire? Ce la fai a ripeterlo con parole tue o chiediamo troppo? [domanda retorica]
E la Lega, soprattutto, cosa c'entra in tutto questo? "La Lega vuole sostenere le emittenti televisive e radio locali anche se, si sa, è un momento difficile".
"La tecnologia del digitale terrestre obbliga tutti a fare grandi investimenti. Bisogna sostenerle". Bah.
"Devono rappresentare la quotidianità di tutti i giorni".
Web e digitale terrestre: "è un'ccasione di valorizzazine dei territori che bisogna incentivare"
Da notare: "pluralismo" al minuto 3.58. Una parola evidentemente sconosciuta al nostro consigliere da 12.000 euro al mese [non pensiamo al suo stipendio].

Qualche secondo dopo fa capolino anche il bellissimo orologio di Renzo verde padano con quadrante quadratissimo.

Una bella tamarrata padana, non c'è che dire. 

12 lug 2011

I cattolici e il dopo
berlusconismo.






Su Repubblica l’attento resoconto di Goffredo De Marchis, della riunione svoltasi nella parrocchia salesiana del Sacro Cuore di Gesù, presieduta dal Cardinale Bertone e con la partecipazione di Beppe Pisanu, Beppe Fioroni, Savino Pezzotta, Lorenzo Cesa, Rocco Buttiglione, Paola Binetti, Raffaele Bonanni, e molti rappresentanti dell’associazionismo cattolico: dalla Compagnia delle Opere, alle Acli e alla Comunità di Sant’Egidio col suo presidente Andrea Riccardi.
Se abbiamo capito bene l’ordine del giorno era questo: cosa possono o devono fare i cattolici impegnati in politica nel dopo berlusconismo?


Nei giorni scorsi sullo stesso tema, un altro convegno “I cattolici e la politica”, dell’associazione Libertà Eguale in Valtellina, aperto da un’ampia e interessante relazione dell’ex direttore di Civiltà Cattolica, padre Bartolomeo Sorge.
La coincidenza è significativa perché segnala il fatto che in questa fascia di credenti impegnati in politica, c’è un’inquietudine e si registrano posizioni molto diverse su cosa fare, dopo il sostegno aperto edecisivo dato dalla Chiesa Cattolica, negli anni del Cardinale Ruini, ma anche dopo, a Berlusconi e ai suoi governi.

Nel Convegno romano, Buttiglione ritiene necessario e possibile il ritorno all’unità politica dei cattolici, in un partito che non sarà la Dc (mancano persone che possano richiamare la statura di De Gasperi. Fanfani, Moro ecc.) e il mondo e l’Italia di oggi sono altra cosa.


Tuttavia, il Cardinale Bertone auspica la formazione di un partito che sappia coniugare la “laicità dello Stato con il sistema valoriale dei cattolici”. Ma qual’è questo sistema, dato che padre Sorge, che considera superata e irripetibile l’unità politica dei cattolici, ha chiesto al Pd un ripensamento critico sul suo modo d’essere e di fondare la sua sbiadita identità su una “nuova laicità”: un sistema di valori in cui l’etica della politica abbia gran rilievo e dia un senso al riformismo sociale e civile.

Insomma, la carta dei valori di cui si parla non è la stessa per i cattolici impegnati in politica.
 Sorge ha anche sottolineato con forza come le recenti prove elettorali, soprattutto quella referendaria, indichino la necessità di rifondare la politica su basi che si intravedono in quel voto e non sono quelle che oggi si ritrovano nei partiti, anche nel Pd.
Su questo tema penso che si debba dibattere.

Ma al centro dei due convegni, c’è una domanda: la storia dei cattolici democratici, organizzati in partito autonomo, iniziata con don Sturzo e ripresa, dopo la liberazione, da De Gasperi, è conclusa? L’infelice esperienza fatta in questo ventennio con la crisi esistenziale della Dc, la presenza subalterna dei cattolici democratici nel partito aziendale e padronale di Berlusconi, e, nel campo opposto, nel Pd, la presenza in un amalgama non riuscito, tra Ds e Margherita, certo sollecita un ripensamento.

Al convegno di Libertà Uguale, Luigi Castagnetti in un interessante intervento ha detto che il problema c’è, ma nemmeno lui ha una risposta. Eppure il tema interessa tutti e non solo chi al mondo cattolico appartiene.

Dovrebbe interessare anche il Pd. In ogni caso se ne dovrà discutere.

Ma il Pd è così sicuro che il dopo Berlusconi sia suo?




Il governo è ancora in carica, eppure da Bersani a D’Alema la strategia per la successione c’è già: staremo con tutti quelli che ci stanno. Ma che vuol dire? Perché, stare con Vendola e con Casini è la stessa cosa? I dirigenti continuano a ragionare come se i referendum e de Magistris non ci siano mai stati. 
E sbagliano.

Qui si ha la modesta ambizione di rivolgersi a tutti quelli che hanno anche la più pallida intenzione di votare centro-sinistra nel 2013 (o prima, se del caso). Che cos’hanno attualmente in mano, questi (potenziali) elettori? Per il momento quasi nulla, solo una dichiarazione di intenti del loro segretario che non identifica la seppur minima alleanza, ma che traccia indistintamente una linea di confine tra il berlusconismo e qualcosa che ancora non c’è ma che potrebbe comprendere “tutti quelli che ci stanno”. Così dice Bersani, così ieri ha ribadito D’Alema. Il sospetto è che i due la pensino alla stessa maniera, e non è una bella cosa soprattutto per Bersani.
Questo non-progetto del Partito Democratico vive dunque, ancora e sempre, sull’anti-berlusconismo, questa volta un anti-berlusconismo meno di sinistra e più di maniera, ancorché allargato al centro di Casini e affini. Al di là di storiche emergenze nazionali, è forse la prima volta che in tempo di “pace” la sinistra non sceglie con chi stare, non preferisce, non traccia una sua personalissima via, insomma si lascia trascinare dagli eventi, sperando che accadano. Questo atteggiamento è una dimostrazione di forza e di personalità o, al contrario, identifica una debolezza strutturale?
L’idea di lanciare un appello a tutte le forze responsabili, che comunque si riconoscano nella non più eludibile cacciata del premier, farebbe presumere che mai come in questo momento il Cavaliere è sulla cresta dell’onda, che nei sondaggi stravince (ieri Scajola facendolo molto innervosire ha rivelato che è al 28%), che passano tutte le leggi che si confeziona per sé, insomma che è un pericolo di una tale portata che serve davvero una spallata al limite dell’emergenza. Invece, i rilevatori politici ci indicano che proprio in questo momento l’uomo è più solo che mai, staccato dal mondo e dai problemi. Pensate solo al suo silenzio di ieri, e valutate se uno così ha in mano il governo di sé e del Paese.
Se va in porto, ma ne dubitiamo, il non-progetto del Pd - cioè un gigantesco agglomerato senz’arte né parte contro Berlusconi - potrebbe crearsi la paradossale situazione per cui un esercito pronto alla battaglia estrema e definitiva, si ritrova – alla fine – senza il nemico che avrebbe dovuto abbattere. Nel senso che magari il Cavaliere si è sfarinato prima, ha perso l’appeal del Paese, si è logorato (lo hanno logorato) a tal punto che la sua incidenza nei processi produttivi è vicina allo zero. E magari, chissà, è stato anche sostituito in corsa. Partita in tragedia, la storia si trasformerebbe in farsa.
Questo scenario sarebbe una vera tragedia per il Partito Democratico, che avrebbe speso molto del suo tempo e delle sue energie in favore di una causa che è andata invece a consunzione naturale. Con il risultato che in quel momento si ritroverebbe senza progetto politico e senza “veri” alleati, dal momento che – finito il Cavaliere – tutti tornerebbero ai loro luoghi (politici) naturali: Casini a fare il democristo, Di Pietro il giustizialista, Vendola il narratore della rivoluzione. La morale di sempre, i piccoli godono e il partito più importante e rappresentativo ci rimette.
C’è un elemento antropologico in più che si staglia all’orizzonte con una certa nitidezza e che è legato a doppio filo alla caduta finale di Berlusconi (prima o poi accadrà), ed è l’idea che a raccoglierne le spoglie e a godere della sua liberazione saranno ancora quelle figurine di un tempo, ormai ingiallite, che rispondono ai nomi di D’Alema, Melandri, Veltroni (che prova a smarcarsi), Bersani, Bindi, Franceschini, Letta (questi ultimi due, i giovani vecchi), Marini, Castagnetti e aiutateci voi a completare la lista infinita. Questi signori si illudono ancora di contare, di determinare i processi, di governarne le conseguenze, mentre invece non si rendono conto d’essere marginali nelle nuove dinamiche che hanno portato alla rivoluzione del consenso. Che ormai passa da internet, si raduna nella Rete e poi esplode al referendum, o si affida a persone che incarnano un sogno, e mettere vicino De Magistris a Obama sarà anche un peccato mortale ma la radice è proprio quella.
Il centro-sinistra non può fare la fine del tordo. Mal di pancia neppure tanto sotterranei cominciano a farsi largo, e l’attivismo di Veltroni sulla nuova legge elettorale è un segnale chiaro. Ma è soprattutto sulle alleanze, sul progetto politico futuro e a largo raggio, che Bersani (se sarà Bersani) deve fare scelte precise. Prima, molto prima che Berlusconi cada. Scelte che escludono e per questo dolorose, ma la politica è fatta di scelte. Chi aspetta e non decide è destinato a essere marginale. Stare con Vendola o stare con Casini non è proprio la stessa cosa, e i cittadini vogliono sapere prima da chi saranno governati. Sempre che non sia già troppo tardi.  

11 lug 2011

L’Europa è preoccupata che l’Italia possa sganciarsi.



11 luglio 2011 - 13:46

Non si attenua la pressione ribassista dei mercati sull’Italia. 
Il presidente Napolitano invoca la «coesione nazionale» e il cancelliere tedesco Merkel telefona a Berlusconi e lo sprona: «Approvate l’austerity». È record per i rendimenti dei titoli di Stato, quasi 290 punti di differenza coi Bund. Crescono i timori di un possibile stallo politico. 
Affonda Piazza affari.

«Serve in questo momento nel nostro paese, nella società e nelle istituzioni un impegno di coesione nazionale, di cui c’è indispensabile bisogno, per affrontare e superare le difficili prove che già sono all'ordine del giorno». 
Con queste parole il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha commentato l’attuale fase che sta vivendo l’Italia. Stretta dalla morsa ribassista dei mercati finanziari, Roma sta cercando di trovare la via per uscire dal tunnel della crisi europea dei debiti sovrani. E lo fa anche attraverso la partecipazione al meeting europeo straordinario convocato d’urgenza per oggi a Bruxelles. Duro il commento del cancelliere tedesco Angela Merkel: «L’Italia deve dare un segnale forte per il piano d’austerity». Nel frattempo, tuttavia, continua ad aumentare la tensione sui titoli di Stato, il cui differenziale coi Bund tedeschi è al massimo storico.
Doveva essere una giornata difficile per Piazza affari e le promesse sono state mantenute. L’apertura dell’indice Ftse/Mib è stata subito in rosso. A trainare le perdite sono stati i titoli bancari, poi parzialmente ripresi per infine subire ulteriori ribassi che stanno spingendo Milano sotto del 3,40 per cento. La tensione maggiore si sta però verificando su due altri mercati, quello obbligazionario e quello dei Credit default swap, i derivati che fungono da assicurazione contro l’insolvenza di un emittente. Lo spread fra i Btp decennali italiani e i corrispettivi tedeschi, benchmark di stabilità, si è innalzato di 40 punti base, toccando quota 288. Vale a dire che il rendimento dei titoli di Stato emessi dal Tesoro ora si attesta al 5,56%, il massimo punto mai toccato dall’introduzione della moneta unica. Sul versante dei derivati di credito, la mattinata non è andata meglio per l’Italia. Secondo i dati forniti da Markit, il Cds sul debito italiano ha raggiunto i 300 punti base, con un incremento giornaliero di 51 punti. Ciò significa che per assicurarsi contro l’insolvenza di un Btp quinquennale del valore di 10 milioni di dollari un investitore deve spendere 300mila dollari l’anno. Il pericolo per l’Italia deriva dal volume di Cds attualmente attivi, 286 miliardi di dollari di valore nazionale lordo e 24 miliardi di nozionale netto, per 7.985 contratti.
Sul fronte europeo, nonostante le iniziali smentite, a Bruxelles ha tenuto banco la situazione italiana. Il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy ha riunito d’urgenza i vertici delle istituzioni comunitarie per fare il punto sulla condizione del bailout greco e l’effetto domino che sta colpendo Italia e Spagna. Il ministro delle Finanze austriaco, Maria Fekter, ha infatti spiegato che «in Europa c’è molta preoccupazione per gli sviluppi delle crisi in Italia». Dello stesso avviso è Steffen Seibert, portavoce della Merkel. La Germania si è detta sicura che Roma approverà il piano di austerity senza particolari problemi e che non ha bisogno del sostegno finanziario dell’Unione europea. A suggello di ciò, la Merkel ha spiegato di aver sentito ieri sera al telefono il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Entrando nelle specifico delle ultime vicende di Borsa riguardanti l’Italia e le sue società quotate, Seibert ha spiegato che «è del tutto fuori luogo questa ondata di speculazione». Inoltre fonti interne alla Banca centrale europea spiegano che «informalmente si è discusso anche di misure per contenere il contagio che già è in corso in direzione di Roma e si sono chiesti ragguagli in merito alle ultime vicende dei vertici politici». In altre parole, si è parlato del rapporto fra Marco Milanese e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, ma non solo.
L’aumento dei timori sull’Italia deriva dal possibile stallo dell’approvazione del piano di consolidamento fiscale atteso per i prossimi quattro anni. Il pacchetto da 47 miliardi di euro, ritenuto convincente dal presidente della Bce Jean-Claude Trichet, dovrà essere probabilmente essere aumentato per calmare la furia dei mercati. Sono sempre di più gli aggiustamenti di portafoglio che i grandi fondi hedge stanno mettendo in atto nelle ultime settimane. C’è chi la chiama speculazione, ma probabilmente è solo oculatezza.