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ieri, oggi e domani

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6 lug 2011

Le leggi salva Silvio, 17 anni di sconfitte.




6 luglio 2011 
Il ritiro del Lodo Mondadori è l’ennesimo fallito tentativo di Berlusconi 
di scappare dalla giustizia.


Il comma della Finanziaria che avrebbe dovuto fermare il risarcimento sul lodo Mondadori non è che l’ultima di una lunga serie di leggi pro Berlusconi finite in modo fallimentare. Il Cavaliere ha utilizzato in continuazione il suo enorme capitale politico per introdurre norme ad hoc che lo risollevassero dai suoi problemi personali con la giustizia. Se il conto finale è probabilmente a suo favore, Berlusconi non è mai riuscito però a ottenere quel salvacondotto legislativo per archiviare la sua infinita vertenza con la magistratura italiana.
DECRETO BIONDI, IL PRIMO FALLIMENTOIl luglio del 1994 è contrassegnato da due grandi eventi che emozionano l’Italia, avvenuti non casualmente in contemporanea. Il governo Berlusconi, insediatosi da poco più di due mesi, approva un decreto legge che vieta la custodia cautelare in carcere per i reati di corruzione e concussione, che all’epoca erano i maggiormente perseguiti nell’inchiesta di Mani Pulite. La norma è salva Berlusconi nel senso di Paolo e del gruppo Fininvest, dato che stavano per scattare in quei giorni gli ordini di arresto per alcune figure dell’impero legato al premier. La protesta è furibonda, trainata dal cosiddetto popolo dei fax, che invia migliaia di proteste per fax alle redazioni di televisioni, radio e quotidiani. Un tumulto che provoca una profonda spaccatura nel primo governo Berlusconi. Roberto Maroni, all’epoca già ministro dell’Interno, sostiene di aver firmato il decreto senza sapere di cosa si trattasse, dichiarazione che apre la ritirata della Lega da un articolato impopolarissimo.
L’opinione pubblica è ancora più scossa dalle dimissioni in blocco dell’allora pool di Mani Pulite, guidato da Antonio Di Pietro, sostituto procuratore della Procura di Milano. Secondo i magistrati meneghini il decreto avrebbe impedito il proseguimento delle indagini, un elemento riconosciuto perfino dagli allora alleati di governo leghisti.
Roberto Maroni dichiarò: Faccio autocritica perché il governo ha dato l’ impressione di voler proteggere alcuni amici”. Umberto Bossi , leader della Lega, fu ancora più esplicito: “Forse qualcuno teme che il carcere faccia parlare altra gente. Che qualcuno venga ‘ massaggiato’ dai magistrati”.
In poco più di dieci giorni il decreto Biondi fu ritirato dal governo, e i timori iniziali furono confermati dai successivi arresti. A fine luglio Paolo Berlusconi e due alti manager della Fininvest, Salvatore Sciascia e Massimo Maria Berruti, finirono in carcere in un’indagine legata alle tangenti del gruppo del presidente del consiglio alla Guardia di Finanza. Il governo durò ancora pochi mesi, e non si riprese mai dalla frattura verticale apertasi tra Lega e Forza Italia sul decreto salva ladri. Alcuni anni dopo, quando un lungo lavoro di diplomazia e un accordo tra i due leader mai chiarito in tutti gli aspetti, il partito di Berlusconi ed il movimento padano di Bossi fondarono la Casa della Libertà insieme a Fini e Casini, coalizione che poi vinse le elezioni nel 2001.
LE PRIME LEGGI PER SILVIO Appena insediatosi al governo, Berlusconi non perde tempo, ed inizia a spingere la sua maggioranza all’approvazione di norme che lo aiutino nella sua sfida con la magistratura. La prima è la nuova legge sulle rogatorie internazionali, che permetterebbe al premier di non far valere come prove i bonifici bancari su conti svizzeri utilizzati da Cesare Previti per corrompere il giudice Squillante.
Il 3 ottobre 2001 la nuova maggioranza di centrodestra approva alla Camera il disegno di legge che ratifica la convenzione di cooperazione giudiziaria tra Italia e Svizzera. Ma soprattutto, disciplina la materia delle rogatorie, ovvero dello strumento attraverso il quale un giudice chiede ad un altro giudice straniero di compiere atti processuali che esulano dalla sua giurisdizione (ad es, richiedere documenti sui movimenti di dati conti bancari). Il provvedimento ratifica l’accordo Italia-Svizzera sottoscritto nel 1998 per favorire e semplificare le rogatorie, ma nel passaggio al Senato assorbe due modifiche rilevanti: si può applicare ai processi in corso e annulla le rogatorie macchiate da vizi di forma (mancanza di timbri o di numeri di registro, consegna diretta a mano anziché passaggi ministeriali). Per l’opposizione, è la prova della volontà del governo Berlusconi di liquidare i processi già in atto, a cominciare da quello Sme-Ariosto. Secondo il testo voluto dall’esecutivo, inoltre, sono inutilizzabili anche tutte le dichiarazioni, da chiunque rese, che riguardano il contenuto degli atti così ottenuti. In questo modo anche tutte le imbarazzate e imbarazzanti dichiarazioni rese da Previti e da Squillante per giustificare movimenti sui conti bancari esteri, così come quelle del responsabile dei servizi finanziari Fininvest, che confermava di aver dato disposizioni per i pagamenti documentati dalle carte svizzere, divengono inutili.
La legge sulle rogatorie però fallisce il colpo, perché viene sostanzialmente annullata dalla giurisprudenza dei tribunali. Sfruttando la supremazia del diritto internazionale su quello italiano nelle materie disciplinate da entrambi, i magistrati non applicano la nuova normativa. Una prima sconfitta per Berlusconi, che si consola comunque con la depenalizzazione del falso in bilancio approvata poche settimane prima, una legge che gli permette di restare impunito in cinque processi. L’ossessione anti magistrati però prosegue senza sosta. A dicembre del 2001 viene spostato il giudice Guido Brambilla in modo immediato, così da far ripartire il processo Sme da zero. Solo con l’intervento del tribunale d’appello la questione sarà risolta, e il processo Sme potrà proseguire fino a fine 2002, quando Brambilla assume una nuova funzione all’interno della procura di Milano.
LE SALVA BERLUSCONI A partire dal 2002 iniziano le battaglie più feroci in Parlamento per l’approvazione di norme pensate appositamente per favorire l’imputato Berlusconi. La prima è la legge Cirami sulla legittima suspicione. Il fine della norma è permettere lo spostamento dei processi di Berlusconi e Previti da Milano a Brescia, dove ci sarebbero magistrati più sereni. Gli avvocati del premier contestano il fumus persecutionis ai giudici milanesi contestando perfino un ambiente troppo malfidente nei confronti del premier a causa di un cantastorie milanese anti Berlusconi che si esibisce in Piazza Duomo. L’approvazione della normativa nell’autunno del 2002 viene vanificata quasi subito dalla Corte di Cassazione. Il processo non può essere spostato perché a Milano c’è un clima sereno e imparziale. La sconfitta non scoraggia però in fronte berlusconiano, che riparte alla carica con il cosiddetto Lodo Schifani. La legge prevede la sospensione dei processi per le cinque cariche più importanti dello Stato, ovvero presidente della Repubblica, del Senato, della Camera, del Consiglio dei Ministri e della Corte costituzionale durante il suo mandato. Il testo è suggerito inizialmente dal senatore della Margherita Antonio Maccanico, che aveva proposto una sospensione dei processi che riguardavano il premier durante il semestre europeo, nel quale l’Italia avrebbe guidato la Ue. La normativa viene approvata a fine giugno del 2003, poco prima che scatti il semestre europeo, in un turbinio di polemiche e proteste, culmine del movimento dei girotondi. Anche questa legge però non darà i frutti sperati. Il blocco dei processi viene bocciato dalla Corte Costituzionale, che lo annulla per manifesta contraddizione con la nostra Carta nel gennaio del 2004.
Durata non determinata della sospensione dei processi e pericolo dell’introduzione di un regime differenziato nell’esercizio della giurisdizione. Sono questi i motivi principali alla base della bocciatura del “Lodo Schifani” da parte della Corte Costituzionale. La Consulta ha depositato ieri la sentenza che boccia il provvedimento che introduceva la sospensione dei procedimentoi penali a carico delle cinque più alte cariche dello Stato. La principale obiezione della Consulta è che “la sospensione dei processi penali in corso è generale, automatica e di durata non determinata”. La Corte contesta all’art.1 della legge di violare i principi costituzionali che sanciscono l’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e il diritto di tutti alla difesa. I giudici della Consulta hanno dunque contestato alla norma non solo la generalità e l’automatismo della sospensione dei processi, ma anche il fatto di non fissare in modo esplicito la durata massima dell’interruzione del procedimento penale. La sospensione riguarda “i processi per imputazioni relative a tutti gli ipotizzabili reati, in qualunque epoca commessi, che siano extrafunzionali, cioè estranei alle attività inerenti alla carica, come risulta chiaro dagli articoli 90 e 96 della Costituzione”. La sospensione “è automatica nel senso che la norma la dispone in tutti i casi in cui la suindicata coincidenza si verifichi, senza alcun filtro, quale che sia l’imputazione e in qualsiasi momento dell’iter processuale, senza possibilità di valutazione delle peculiarità dei casi concreti”. Secondo la Corte, tra l’altro, il lodo Schifani crea un regime differenziato riguardo all’esercizio della giurisdizione, in particolare di quella penale.
Il cosiddetto Lodo Schifani è incostituzionale perché l’automatismo generalizzato della sospensione dei processi per le prime cinque cariche dello Stato ‘incide, menomandolo, sul diritto di difesa dell’imputato’ ma anche perché viene violato il principio di uguaglianza dato che la norma accomuna in un’unica disciplina cariche diverse non soltanto per fonti di investitura, ma anche per la natura delle funzioni. La bocciatura del Lodo Schifani è la più grande sconfitta politica di Silvio Berlusconi da quando è tornato a Palazzo Chigi, ma il fronte degli avvocati del premier non si arrende, visto che la legislatura dura senza grossi problemi, a parte il tonfo elettorale delle regionali 2005. L’ultima legge pro Silvio è la cosiddetta Pecorella, che abolisce l’appello nel caso di assoluzione dell’imputato in primo grado. Il presidente Ciampi si rifiuta di firmarla, mentre la Corte costituzionale la svuota di significato, annullando i cambiamenti più significativi. In precedenza era stata approvata la ex Cirielli, una norma che dimezza i tempi della prescrizione dei reati e trasforma la detenzione in arresti domiciliari per chi ha più di 70 anni. Il premier è vicino a quella soglia d’età, che serve subito al suo amico Cesare Previti per uscire anticipatamente dal carcere.
RITORNO AL POTERE, NUOVE SCONFITTE Dopo la fine della legislatura 2006 la maggioranza cambia colore, anche se per poco tempo. Al governo arriva l’Unione di Romano Prodi, coalizione che però regge per meno di due anni, così che nel 2008, alla elezioni anticipate, Silvio Berlusconi può festeggiare il ritorno a Palazzo Chigi. La nuova maggioranza Popolo della Libertà – Lega Nord non perde tempo, e ripropone una versione aggiornata sospensione dei processi per le più alte cariche dello Stato. E’ il Lodo Alfano, dal nome del ministro della Giustizia. Approvato nell’agosto del 2008, il Lodo Alfano blocca subito i processi Mills e Mediaset a Milano, così che viene subito sollevato il dubbio di costituzionalità. La pronuncia della Consulta dell’autunno 2009 è praticamente identica a quella sul Lodo Schifani, con il sostanziale annullamento della normativa Alfano.
La sospensione processuale prevista dal Lodo Alfano «è diretta essenzialmente alla protezione delle funzioni proprie dei componenti e dei titolari di alcuni organi costituzionali e, contemporaneamente, crea un’ evidente disparità di trattamento di fronte alla giurisdizione. Sussistono, pertanto, i requisiti propri delle prerogative costituzionali, con conseguente inidoneità della legge ordinaria a disciplinare la materia».«Il legislatore ordinario, in tema di prerogative (e cioé di immunità intese in senso ampio), può intervenire solo per attuare, sul piano procedimentale, il dettato costituzionale, essendogli preclusa ogni eventuale integrazione o estensione di tale dettato»: per la Corte costituzionale, tra le ragioni per cui bocciare il Lodo Alfano, c’è la violazione, tra l’altro, dell’art. 138 della Costituzione (revisione costituzionale).La sospensione dei processi nei confronti delle quattro alte cariche dello Stato, prevista dal Lodo Alfano, «determina la violazione del principio di uguaglianza per una violazione di trattamento di fronte alla giurisdizione».
Senza la copertura assicurata dal Lodo, viene introdotta nella primavera 2010 una nuova legge sul legittimo impedimento per bloccare i processi milanesi. Questa volta la bocciatura è duplice. A gennaio la Corte costituzionale annulla molte parti della normativa, mentre a giugno gli italiani la abrogano per via referendaria. 
L’ultima sconfitta di una serie iniziata ormai 17 anni fa.