Assenza di una reale liberalizzazione del mercato energetico, mancanza di nuovi rigassificatori, forte dipendenza dai Paesi esteri e dalla loro instabilità politica. Ecco perché l’Italia è in testa ai Paesi europei dove il gas risulta essere più caro. A rilevarlo è l’Eurostat (Ufficio statistico dell’Unione europea) secondo cui, tra la seconda metà del 2009 e la seconda metà del 2010, i picchi principali nei prezzi bolletta in valuta nazionale sono stati osservati in Italia (+47%), seguita da Slovenia e Bulgaria. Ma il problema ha un origina anche soprattutto dal fatto che il mercato del gas nel nostro Paese soffre di scarsa concorrenza e di infrastrutture inadeguate.
Scarsa concorrenza e infrastrutture insufficienti.
Secondo l’Aeeg (Autorità per l’energia elettrica ed il gas), infatti, l’operatore dominante Eni controlla ancora l’84,5% della produzione nazionale e direttamente o indirettamente, oltre il 60% delle importazioni.
IL RIGASSIFICATORE DI ROVIGO.
Infatti, nonostante il rapido avvio del processo di liberalizzazione, la situazione reale dei mercati resta insoddisfacente. Negli ultimi anni, la disponibilità di nuova capacità per importazione e diversificazione è stata rappresentata solo dal nuovo rigassificatore di Rovigo e dai potenziamenti di gasdotti esistenti, imposti da autorità nazionali ed europee. La realizzazione di nuovi terminali di rigassificazione, invece, consentirebbe di potenziare la capacità di ricezione del sistema incrementandone la flessibilità, con il risultato non solo di diversificare le fonti di approvvigionamento, ma anche di favorire la concorrenza, agevolando l’ingresso nel mercato di nuovi operatori.
La pericolosa dipendenza dalle oscillazioni internazionali.
L’Italia è il quarto importatore al mondo di gas naturale e questo aspetto contribuisce alla crescita della bolletta. L’ammontare maggiore arriva proprio dall’Algeria con il 33%, mentre dalla Russia viene importato il 30% del gas necessario e dall’Olanda il 19%. Altri Paesi da cui importiamo, ma in misura minore, sono la Slovenia e la Norvegia.
FORNITURA DA PAESI A RISCHIO.
Un altro aspetto da considerare è l’incertezza degli approvvigionamenti forniti dai Paesi a rischio, come la Libia da cui proveniva circa il 12% della nostra fornitura totale di gas. Ora interrotta a causa della rivolta anti-Gheddafi che ha incendiato il paese negli scorsi mesi, portando alla chiusura del gasdotto che collega l’Italia alla Sicilia. Oppure la Russia, con la quale già nel 2009 si era sperimentata una situazione simile a quella libica poi fortunatamente risolta.
LE CONDIZIONI DI GAZPROM.
Il 2009 si era infatti aperto all’insegna del conflitto diplomatico tra Russia e Ucraina a causa del blocco del gas operato dalla prima alla seconda. L’Ucraina aveva accusato Gazprom (la società del gas russo) di aver imposto condizioni impossibili. Il presidente russo Medvedev aveva quindi ordinato al colosso energetico Gazprom di bloccare il flusso. All’epoca l’Europa fu colpita di riflesso da quella crisi e dovette ricorrere alle scorte e ridurre le forniture a aziende e abitazioni per tamponare la situazione.
Nuove opzioni: lo shale gas.
La recente scoperta di imponenti riserve di gas non convenzionale negli Usa ha creato nuove prospettive energetiche. La novità si chiama shale gas, un tipo di metano che si ricava da antiche e stratificate formazioni rocciose. Le proprietà energetiche dello shale sono note da decenni, ma il processo di estrazione era considerato troppo costoso in quanto fondato su una complessa tecnologia che utilizza grandi quantità di nitrogeno, acqua e additivi chimici iniettati fino a 4 mila metri di profondità per creare la pressione necessaria a frantumare le rocce.
L'ESTRAZIONE IN TEXAS.
Un gruppo di compagnie petrolifere indipendenti ha cercato però di rendere economicamente sostenibile l’estrazione dello shale gas del Texas e grazie all’introduzione di un nuovo processo di fratturazione idraulica, ha reso accessibili economicamente le enormi riserve degli Usa, equivalenti a circa 100 miliardi di barili di petrolio.
Grazie a questo inaspettato sviluppo tecnologico, gli Stati Uniti hanno potuto ridurre le importazioni di gas dalla Russia e puntare sullo shale gas che dovrebbe raggiungere il 50% della produzione totale interna già nel 2020.
I PROGETTI DELL'ENI.
Una novità che potrebbe venire in aiuto anche dell’Europa, alle prese con i giacimenti del Mare del Nord in fase di esaurimento e fin troppo dipendente dal Cremlino. Ma anche l’Italia non sta a guardare: l’Eni ha infatti fatto partire recentemente due nuovi progetti per sfruttare il gas shale. Il primo in Polonia e il secondo in Algeria.
