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ieri, oggi e domani

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26 ott 2011

Allarme nel Carroccio:
 «Siamo sotto il 9%».






Maroni confessa agli amici: «Se all’Ue approva quest’intesa, bene. Di più noi non faremo». Il ministro dell’Interno spinge per la corsa solitaria alle elezioni.
Bobo Maroni lo confida prima a Pier Luigi Bersani e poi a Enrico Letta. «Siamo costretti a tenere in vita il governo. Ma tranquilli, oltre l’accordicchio di stasera non andremo. Di fatto, nessuno toccherà le pensioni».
Perché «accordicchio» (come lo chiama Maroni) o «intesina» (come l’ha ribattezzata Casini) che sia, la semplice dichiarazione d’intenti contenuta nella lettera spedita da Berlusconi a Bruxelles è l’unico assist che il Carroccio può offrire alla maggioranza. «L’unico e soprattutto l’ultimo», è la sintesi delle confidenze che il titolare del Viminale ha fatto agli amici.


Quello che Maroni anticipa è lo stesso scenario delineato da Bossi all’ora di cena. «Una strada l’abbiamo individuata, vediamo che cosa dice l’Europa», è la premessa del Senatur. Ma, aggiunge il leader delle camicie verdi, «le pensioni di anzianità non si toccano». «Accordicchio» o «intesina» sì, riforma delle pensioni no.
 

Per spiegare lo schema barricadero della Lega sulla previdenza basta citare un foglietto rimbalzato negli ultimi giorni anche nelle stanze del quartier generale di via Bellerio. Sono i sondaggi che fotografano lo score del Carroccio nel caso in cui si votasse a stretto giro. Innanzitutto c’è la prima rilevazione, elaborata da Ipr-marketing, secondo cui il partito di Bossi è ormai sceso sotto la soglia del 9 per cento.

E poi c’è la flessione, di ben due punti percentuali, che l’Ispo (che pure considera la Lega al 9.8 per cento) associa alla voce «Lega nord» dopo l’estate. Secondo i sondaggi riservati dell’istituto di Pagnoncelli, insomma, le camicie verdi sarebbero passate in poco più di un mese dall’11,8 al 9.8 per cento. Come spiega un esponente della corrente di Maroni, «stiamo iniziando a pagare la scelta di salvare Marco Milanese dalla galera e Saverio Romano dalla sfiducia». Sottotesto, «che cosa succederebbe se adesso ci mettessimo a colpire la nostra stessa base sociale, innalzando l’età della pensione come vogliono l’Europa e Mario Draghi?».


Bossi, come lui stesso ha spiegato nel vertice di lunedì a via Bellerio, vuole andare a votare prima possibile. Accetterebbe di buon grado «una crisi pilotata», che conduca lui e Berlusconi alle urne. Ma non potrebbe mai apporre il suo sigillo alla «scure» sulle pensioni chiesta dall’Europa. Di conseguenza, l’obiettivo di breve periodo è evitare di far cadere il governo ma, allo stesso tempo, sparare contro qualsiasi riforma che consenta un rientro significativo del debito. 

«Abbiamo un sistema pensionistico che è più forte di quelli di Francia e Germania», spiega all’ora di pranzo il ministro delle Riforme. Che, poco prima di insultare una giornalista dell’Agi («Fuori dai c...»), prende di mira anche Draghi. «La lettera della Bce è una fucilata a Berlusconi. Chi ha fatto quella roba lì è un italiano». E, come a rimarcare il concetto, «chi ha scritto quella roba lì è un italiano».
Il leader della Lega non si muove da solo. Tutt’altro. Dietro di lui, a sentire il tam tam interno al Carroccio, ci sarebbe nientemeno che Giulio Tremonti. Che, non a caso, è il grande escluso dalla trattativa nella maggioranza da cui è venuta fuori la lettera spedita a Bruxelles.
 Per tutta la giornata la tensione Pdl-Lega rimane altissima. È un gioco delle parti, certo.

Ma anche la spia che, in questa partita, le strade dei berlusconiani e quelle dei leghisti sono divergenti. «O staccate la spina o pagherete il conto alle prossime elezioni. Che siano nel 2012 o nel 2013», ha spiegato Bersani a Maroni. Risposta: «Se all’Unione europea va bene quest’accordo bene. Altrimenti...».
Oltre i puntini di sospensione del titolare del Viminale c’è una certezza. Se sull’asse Bruxelles-Francoforte maturassero risposte simili alle risate domenicali del duo Sarko-Merkel, il governo avrebbe le ore contate. In quel caso, come spiega il deputato del cerchio magico Marco Desiderati, «se si va al voto perché noi abbiamo rotto sulle pensioni, per noi sarebbe la congiuntura migliore. Se vogliono farci un regalo...».
 

Ma per incassare «il regalo», il Carroccio dovrebbe comunque aspettare la primavera prossima. Perché una crisi non pilotata, e su questo Berlusconi e Bossi ragionano all’unisono, sarebbe una prospettiva spettrale. Il Senatur l’ha chiarito più volte: «Non ci piacciono i governi tecnici. Si deve andare a votare in primavera». Il come è tutto da vedere. Perché è vero, la stragrande maggioranza dei big leghisti - a cominciare dall’«Umberto» - sa che il destino di correre alleati al Pdl è già scritto. 

Ma è altrettanto vero che una parte dei dirigenti vicini a Maroni sta provando a mettere in circolo un’idea che solo all’apparenza sembra folle: correre da soli, anche col Porcellum...