«Nelle polemiche sulla giustizia si sta toccando il limite». E sul paragone tra pm e Br: «Ignobile offesa alle vittime». Il presidente della Camera incontra l’Anm e attacca a sua volta: «Toghe pilastro della legalità». Il premier: «Vado avanti per la mia strada.
Il pericolo è nell’indifferenza. Soprattutto perché le parole usate ieri dal capo dello Stato sono dense di sgomento: «Nelle polemiche sulla giustizia si sta toccando il limite oltre il quale possono insorgere le più pericolose esasperazioni e degenerazioni».
Frasi soppesate, indicative di una preoccupazione crescente. Dopo una tre giorni di attacchi del premier alla magistratura. Dopo che il suo sinistro slogan sui “magistrati come le br” è stato stampato su manifesti a sfondo rosso.
Ecco che però Giorgio Napolitano sceglie di non confondere la sua voce nel coro di chi sta rendendo assordante il rumore della corrida istituzionale. Non può sfuggire che, nella forma, evita sia un messaggio alle Camere sia una convocazione delle alte cariche. Il capo dello Stato, in quanto istituzione, non si lascia trascinare nei comizi altrui. Di qui la scelta di affidare il messaggio a una lettera al vicepresidente del Csm Michele Vietti, il primo a denunciare la violenza del confronto sulla giustizia.
Perché quei manifesti non sono una trovata goliardica. Hanno un preciso mandante morale, di cui vengono riportate fedelmente la frasi. E la nefasta iniziativa è l’occasione per parlare al mandante: «Quel manifesto - scrive il capo dello Stato - rappresenta una intollerabile offesa alla memoria di tutte le vittime delle br, magistrati e non».
E non è un caso che Napolitano accompagni alle parole un’iniziativa simbolica. Nella lettera a Vietti annuncia che il 9 maggio, giorno della memoria delle vittime del terrorismo, sarà dedicato ai tanti magistrati caduti sotto i colpi dei brigatisti. Tra loro ci sono pure toghe della procura di Milano, e la cerimonia si svolgerà anche alla presenza di giudici della stessa procura, quella dove - secondo il premier - sono insediate le avanguardie rivoluzionarie: «È una risposta - scrive il capo dello Stato - all’ignobile provocazione del manifesto affisso nei giorni scorsi a Milano».
E c’è un motivo se Napolitano ricorda il suo «costante richiamo al senso della misura e della responsabilità da parte di tutti». Il pericolo, appunto, è l’indifferenza. Come quella con cui il Pdl ha accolto la preoccupazione del Colle. Del resto l’escalation fomentata negli ultimi giorni da Silvio Berlusconi arriva dopo una serie di iniziative quirinalizie ispirate dall’auspicio di una tregua: dalla convocazione dei capigruppo di maggioranza e di opposizione, alla denuncia dell’eccesso di «partigianeria» che avvelena lo scontro politico, fino all’incontro con l’Anm.
A mettere in fila le occasioni si capisce come il ricordo dei ripetuti richiami vale già da monito per il futuro. Perché il pessimismo è nelle cose. È nell’ostentata sordità del premier di fronte ai richiami. Semplicemente perché il Cavaliere, questa volta, ha puntato davvero tutto sullo scontro istituzionale. L’incomunicabilità col Colle è indicativa anche di una frattura nell’inner circle del premier, dove ormai Gianni Letta, l’infaticabile mediatore, ha smesso di cercare canali di comunicazione, facendo pure trapelare amarezze e timori.
Al suo posto c’è una curva che vuole sentire l’ebbrezza del potere senza limiti. Ai falchi il Cavaliere ieri ha spiegato che l’ostacolo del Quirinale lo ha messo in conto da tempo, da quando ha deciso di andare ai processi, di trasformare i tribunali in piazze da comizio: la persecuzione giudiziaria sarà il leitmotiv di una lunga campagna elettorale con l’obiettivo di trasformare i suoi accusatori in accusati, e l’opinione pubblica in un tribunale che li condanna.
In questo gioco non c’è spazio per una corretta dialettica tra le istituzioni. Anzi, la tregua è un impiccio. Se il premier ieri non ha pronunciato il più classico dei «me ne frego» di fronte all’appello del capo dello Stato ci è mancato davvero poco. Infastidito e quasi gasato dal clima da ordalia finale il Cavaliere ha consegnato ai suoi frasi sprezzanti: «Il Quirinale è diventato una fabbrica di no, di stop continui.
Napolitano è arrivato pure a minacciare lo scioglimento delle Camere. Può dire quello che vuole ma noi andiamo avanti su tutto. Sono io che non vengo difeso da accuse assurde, e che non sono messo nelle condizioni di lavorare». Nel duello a distanza col Colle, Berlusconi è convinto di avere comunque un arsenale più pericoloso. Soprattutto se il parlamento nei prossimi mesi lavorerà su riforma della giustizia e riforma costituzionale, rispettando una tabella di marcia programmata nei dettagli. «Avanti su tutto», è la parola d’ordine, anche se il Quirinale dovesse bocciare il processo breve, anche se seguiranno altri moniti. Anche perché - ragionano nell’inner circle del premier - Napolitano ha solo uno strumento «vero» per fermare l’offensiva antitoghe, ovvero sciogliere le Camere: «Se lo fa - dicono i falchi berlusconiani - lo accusiamo di alto tradimento, visto che una maggioranza c’è». Il pericolo, appunto, è nell’indifferenza. A tutto. Anche alla conoscenza delle regole, prima ancora che al loro rispetto.
