12 giugno 2011
Una statistica riservata gira negli ambienti militari: il nostro paese acquista un ruolo di primissimo piano.
Secondo gli alti pennacchi militari che commentano la vicenda, non c’è nulla di male, anzi: è tutto naturale. Si tratta del “naturale ruolo dell’Italia”, quello che le ultime statistiche dimostrano prender piede: in Libia, ormai, la maggior parte delle bombe viene sganciata dai nostri bombardieri. “E’ il nostro cortile di casa”, dicono i generali: “Cos’altro dovremmo fare?”
BOMBE ITALIANE – Sta di fatto che la nostra presenza sul continente africano avrebbe dovuto essere, secondo le pretese della Lega Nord, principale alleato di Silvio Berlusconi il governo del quale ha promosso l’impegno libico dopo anni di amicizia preferenziale con Gheddafi, più defilato, più marginale: mai truppe di terra, ad esempio, il che è confermato oggi anche dal segretario generale della Nato Rasmussen. Tuttavia, che il nostro impegno non sia corposo è una balla, a quanto pare. La Stampa lo scrive chiaro e tondo.
Nella campagna militare di Libia, adesso, nessun Paese attacca quanto l’Italia. E non si tratta di missioni di ricognizione, di rifornimento, di soccorso. E nemmeno di quelle elettroniche anti-radar con le quali l’Italia si era affacciata, seppur controvoglia a questo conflitto. Qui si parla di bombardamenti veri e propri. Condotti – «in ambito di coalizione» – con i Tornado dell’Aeronautica e gli AV-8B Plus della Marina, imbarcati sulla portaerei Garibaldi. Lo confermano tre fonti
qualificate dietro anonimato.
Parliamo dunque di bombe, bombe serie e grosse che cadono sui quartieri di Tripoli più vicini al fortino di Gheddafi, uccidendo a volte anche civili come nelle ultime settimane – con la Nato a scusarsi delle casualties non volute. Le bombe che i Tornado in partenza dalla Garibaldi sganciano sulla Libia sono le nostre.
LEADERSHIP – Ci sarà chi sarà d’accordo e chi penserà che il nostro inizia ad essere un impegno eccessivo. Fatto sta che sono dati precisi a restituire questa realtà.
«Sì, è vero, l’Italia, inquesta fase, è il Paese che conduce il più alto numero di attacchi ». «Circa il trenta per cento», aggiunge un’altra fonte. Che cosa vuol dire? «Vuol dire – spiega un analista – che l’Italia assume in questa crisi il suo ruolo naturale: d’altronde parliamo di una campagna militare che si svolge in un teatro che è il nostro cortile di casa». Una leadership, dunque, per il nostro Paese.
Le implicazioni politiche sono tutt’altro che leggere. Partendo dagli equilibri interni al governo, quando questi dati verranno integralmente resi pubblici: cosa dirà la Lega di Umberto Bossi? Tutto ok? E dovendo noi sostanzialmente guidare la missione libica, non è realistico un nostro disimpegno nel breve periodo: “Politici, diplomatici e uomini dei Servizi italiani siano diventati «un punto di riferimento imprescindibile» per tutti”, continua la Stampa. Ma le missioni internazionali vanno finanziate, e il governo ha già detto che per tale incombenza saranno da rintracciare almeno 3 miliardi di euro.
Basteranno? E soprattutto, dove trovarle? E con questa leadership sulle spalle, dove va a finire “l’impegno a termine” concordato con la Libia? Domande, per ora, senza risposta.

