1 giugno 2011 - La “legnata della Madonnina”.
Lega in crisi di credibilità. La batosta elettorale ricevuta dal Carroccio apre una profonda riflessione all’interno del partito più vecchio della seconda Repubblica. Dove le continue chiacchiere sulle parentopoli padane e l’amministrazione allegra quando non clientelare hanno spezzato il mito del partito delle Mani pulite.
Ne parla Fabio Martini sulla Stampa:
Quanto ne sa, Bossi, della salute della sua Lega? Quanto e cosa gli hanno raccontato in questi anni di malattia, di pause, di assenze? E la controlla ancora, la sua Lega, o come dimostrano i risultatidi queste amministrative potrebbero arrivare altre spiacevoli sorprese? Anche per questo, magari, conviene scaricare colpe su altri, dal Pdl al Cavaliere. Perché nella Lega, a rileggere l’ultimo anno, si possono scoprire storie in apparenza minime, che nemmeno le cronache di questi giorni ormai citano più. Ad esempio, e per rimanere in Piemonte, chi si ricorda del perché si è andati a votare a Novara e Domodossola, dove la Lega aveva due sindaci eletti con percentuali da record? Perché Massimo Giordano ha preferito lasciare Novara per diventare assessore con il governatore Roberto Cota, e Michele Marinello ha abbandonato l’Ossola per diventare consigliere regionale. Saranno bravissimi, ma a quanto pare tra Novara e Domodossola la loro scelta non ha pagato. O non avevano successori presentabili, o il voto ha punito anche il trasloco.
I problemi ci sono, e c’è chi li nota, anche se i dirigenti fanno finta di nulla:
Architetto, indipendentista, leghista eretico, Gilberto Oneto è uno che li conosce bene: «La struttura – scrive su “Libero” – è completamente ingessata e senza idee.C’è un giornale che nessuno guarda, una tv che nessuno guarda, una casa editrice che da anni non pubblica un libro, una radio che ha ascolto perché è un anarchico sfogatoio di parole in libertà ». Insomma, detto che di questa struttura il nuovo responsabile è Renzo Bossi, resterebbe da capire se in questa campagna elettorale abbia inciso. E pare proprio di no. Lontano da via Bellerio, e da Bossi che prima della malattia riusciva a provvedere di persona, i dirigenti della Lega ormai faticano a nascondere le piccole storie che hanno portato alla “sberla”, come la definisce Roberto Maroni. La Lega di lotta, che organizza battaglie contro l’ingresso della Turchia in Europa o per i dazi sui prodotti cinesi, è la stessa che mette in vendita nelle proprie feste cappellini made in China e magliette made in Turchia?
O che ha leghisti («Noi che non siamo attaccati alle poltrone!») con doppio, triplo e anche quadruplo incarico:
Venerdì sera in piazza Duomo, quando Pisapia ha concluso la sua campagna elettorale, il primo presidente della Regione Lombardia Piero Bassetti aveva anticipato a Bersani il crollo del voto leghista. «Ormai siamo abituati a tutto, ma credo che la candidatura del figlio di Bossi alle regionali di un anno fa possa incidere molto sul voto, e non solo dei milanesi. La Lega è diventata quel che non voleva essere, e finirà che gli elettori se ne accorgeranno e non li votano». Perché la Lega è un partito come gli altri. Con i suoi notabili, le sue correnti, anche i parenti. Con Bossi che non può o non riesce o non vuole rimediarea questa «sberla». Che fa male,ma non deve sorprendere. Basta scorrere l’elenco delle preferenze dei primi sei leghisti candidati al Consiglio comunale diMilano, dall’eurodeputato Matteo Salvini al giornalista de “La Padania” Paolo Guido Bassi. Tutti bravi ragazzi, ci mancherebbe altro: ma tutti stipendiati dalla politica, dalla Lega.
Insomma, una Lega che, al momento del voto, più che l’adorata Padania rappresenta se stessa. E’ vero, come dice Umberto Bossi da Roma, «che ci è già capitato di andar sotto e poi tornare su».
