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ieri, oggi e domani

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21 giu 2011

Il giorno della marmotta a Pontida.





La grande attesa, l’inquietudine e lo show surreale del Carroccio: la fine dell’inverno politico della Lega?

Pontida come Punxsutawney. Una in Lombardia, provincia di Bergamo, l’altra in Pennsylvania, nella Contea di Jefferson. Tra le due località, distanti migliaia di miglia tra loro, non vi è alcuna somiglianza, e tra di esse non sussiste neppure uno di quei surreali e il più delle volte apparentemente inspiegabili gemellaggi tra città italiane e straniere (tipo Napoli con Miami, o Grosseto con Kashivara, per fare due esempi). Però, quest’anno, i due comuni hanno condiviso un rito assai simile, per attesa, modalità e svolgimento: il Giorno della Marmotta da una parte, il Raduno della Lega Nord dall’altra.
IL GIORNO DELLA MARMOTTA – Il Giorno della Marmotta si chiama in originale Groundhog Day, festività sentitissima in Nord America e resa celebre dall’imperdibile cult movie dall’omonimo titolo (Ricomincio da Capo in Italia), diretto da Harold Ramis con un superlativo Bill Murray (ne esiste anche una versione italiana, con Antonio Albanese, divertente ma non quanto l’originale, ça va sans dire). Ogni anno, il secondo giorno del mese di Febbraio – festa nazionale – decine di milioni di americani si preoccupano di sapere se una marmotta appena uscita dalla propria tana, in quel di Punxsutawney, riesce o meno a vedere la sua ombra, dalla quale dipende la durata di una stagione. Come vuole il rito, infatti, se questa non riesce a vedere la propria ombra, a causa del cattivo tempo, l’inverno terminerà presto; se invece la marmotta vede la propria ombra, a causa del bel tempo, si spaventerà e tornerà nella sua tana, e l’inverno continuerà per altre sei settimane. Una tradizione che prosegue, immutata, da circa 125 anni.
LA GRANDE ATTESA – Lo stesso è accaduto, con le dovute proporzioni, in quel di Pontida. Fiumi e fiumi di inchiostro, nei giorni e nelle settimane scorse, avevano contribuito ad alimentare le attese, le aspettative e i timori in vista di questo appuntamento. Da una parte, “quegli stronzi di giornalisti”, come li avrebbe poi definiti il Senatùr, hanno fatto sì che attorno all’evento, che da oltre vent’anni si ripete sul prato del paesino lombardo, si creasse un’attesa senza precedenti, caricando di significato il raduno giorno dopo giorno, con un’accelerata improvvisa dopo i risultati dei referendum. Dall’altra parte, un significativo contributo, sebbene dare la colpa ai giornalisti non passi mai di moda e riscuota sempre un grande successo nelle folle (in questo caso, meglio se alla categoria si accompagna il rafforzativo “di sinistra”, per ottenere un risultato ancora più eclatante), è stato dato dagli stessi esponenti della Lega Nord che, tra un “vedremo a Pontida”, un “ne parleremo a Pontida”, un“Berlusconi ascolti Pontida” e via dicendo, hanno fatto sì che decine di milioni di italiani, di centrodestra e di centrosinistra, tenessero gli occhi puntati sul pratone, per capire, dalle movenze di Umberto Bossi, quanto sarebbe durata ancora la stagione politica attualmente in corso.

L’INQUIETUDINE – Nella coalizione di centrodestra alla guida del Paese, da giorni, anzi settimane a questa parte, si percepiva una certa inquietudine, e il presagio che il leader supremo del popolo padano utilizzasse il palco di Pontida per “staccare la spina” al Governo si faceva sempre più forte, ora dopo ora. Non serviva leggere i retroscena, o avvalersi delle voci di corridoio anonime di qualche parlamentare o addetto ai lavori, per captare i malumori, e intuire la forte sensazione di malessere imperante nel centrodestra, con un Popolo della Libertà stordito dalle Amministrative e mandato quasi al tappeto dopo il referendum, e con una Lega Nord irrequieta e alle prese con il sempre maggiore malcontento della base. Il clima di Pontida, questo fine settimana, ne ha comprensibilmente risentito. Non solo metaforicamente, come dimostrato dal forte e improvviso acquazzone che sabato sera si è scagliato sulla pre-festa – come peraltro avvenne lo scorso anno, casualità che inizialmente alcuni leghisti hanno attribuito alla presenza di chi scrive, per due edizioni consecutive, salvo scagionarlo dopo l’apparizione del sole.
TRA CAMERATISMO E CAMPANILISMO – La pioggia battente e il potente temporale, tuttavia, non hanno fermato i tantissimi già presenti dal sabato, per lo più appartenenti al Movimento dei Giovani Padani che, forse per il forte spirito, forse per i bicchieri di birra, non hanno mai smesso di cantare, ballare, brindare, esibirsi in cori da stadio con tanto di megafono, nonché scambiarsi reciproci sfottò tra gazebo e tra sezioni di paesini sconosciuti e dai nomi bizzarri, un fenomeno a metà strada tra il cameratismo e il campanilismo interno ad appartenenti allo stesso movimento. Mentre la pioggia contribuiva a trasformare in odiosa fanghiglia la terra del pratone (naturalmente rimasta tale anche il giorno successivo, per la felicità di giornalisti e di troupe televisive, con particolare riferimento alle bionde del tg indossanti tacchi, o corrispondenti fighetti con scarpe di Prada), e le tende dei gazebo imbarcavano acqua a non finire, i giovani padani si dilettavano, spesso imbeccati dall’onnipresente Matteo Salvini (piaccia o non piaccia, un uomo politico sempre tra la gente, affabile, simpatico, cordiale e a disposizione di chiunque), a intonare slogan politici, alcuni dei quali assai poco rassicuranti in vista del discorso di Bossi. Su tutti, il più gettonato, che ricalcava il “po-po-ro-po-po-po-po” dei Mondiali 2006 (che si chiamerebbe Seven Nation Army, e apparterrebbe agli White Stripes, ma tant’è), recitava “Silvio-hai-rotto-i-coglioni”, seguito a ruota da meno sobri canti dedicati al neo-sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Neanche un revival, neppure accennato, per quelle canzoncine nemmeno troppo velatamente discriminatorie contro i napoletani, che tanto clamore generarono in passato grazie (o a causa di) YouTube, segno che quest’anno, a farla da padrone nel popolo delle camicie verdi, era l’incazzatura politica.
LA WOODSTOCK BERGAMASCA – La domenica, il piatto forte. Quanto accade a Pontida in questo periodo dell’anno – il cui impatto sul piccolo paesino è paragonabile a quello del Festival a Sanremo - per la sua unicità ed esclusività, è qualcosa di difficilmente descrivibile secondo i canoni giornalistici utilizzati per altre manifestazioni politiche, e di assolutamente incomprensibile per chi ne è al di fuori e non ne vive, almeno una volta nella vita, l’esperienza. L’annuale raduno del popolo padano contiene in sé elementi riconducibili a decine di altre realtà: al tempo stesso, è una sorta di Oktoberfest a sfondo politico e identitario; una enorme sagra lombarda a connotazione partitica; una versione riveduta e corretta della Festa dell’Unità (nulla a che vedere con l’odierna, e un po’ poco attraente, Festa Democratica, un nome che, adattato a una sagra, sembra voler specificare che tutti godono degli stessi diritti, in coda alle casse, in attesa che vengano loro servite la porchetta o le lasagne), con il verde al posto del rosso; una piccola Woodstock bergamasca, con anziani e famiglie in sostituzione degli hippy; gli stati generali di un partito, aperti al pubblico; la celebrazione di un rito, pagano ma con elementi mistici (“un luogo dove il Dio della Libertà vive da sempre”, dichiarò Bossi nel 1992), dove i fedeli si ritrovano per ascoltare il creatore della Lega Nord; una sorta di Angelus laico, con il prato al posto di Piazza San Pietro, dove i fedeli vengono aggiornati sulle linee e sulle dottrine ecclesiastiche. Pontida è tutto questo, e molto altro ancora. E Pontida è stata, almeno per qualche ora, l’ombelico del mondo politico italiano: il prato di un comune di poco più di tremila anime, capace di condizionare la vita di un intero Paese.
GLI SCENARI – Non è facile, riuscire a trovare un momento, in cui non vi è nessuno, ma proprio nessuno, a calpestare quel prato. Figuriamoci la domenica, quando l’area inizia ad affollarsi fin dalle prime ore del mattino, tra volontari, organizzatori, croce rossa (pardon, verde), forze dell’ordine, standisti, venditori ambulanti e semplici curiosi. Poi è la volta dei sostenitori e dei simpatizzanti, che arrivano a frotte, a getto continuo, con un viavai infinito di autobus da ogni parte d’Italia, isole comprese. Quindi, dei giornalisti, “quegli stronzi dei giornalisti”, relegati in un tendone bianco chiamato sala stampa, circondato dal fango, e dai politici, naturalmente, da una parte quelli più importanti, accreditati e abilitati a salire sul palco, dall’altra l’esercito di sindaci, consiglieri regionali, provinciali, comunali, segretari di sezione, mescolati nel popolo verde. Verso la metà della mattinata, è già quasi impossibile riuscire a effettuare spostamenti con facilità, tanta è la gente. E già per quell’ora, iniziano a diffondersi le voci, incontrollate e variegate, su quello che annuncerà il Senatur: “Darà il benservito a Tremonti”, dicono alcuni; “Sarà la volta buona che manda a quel paese Berlusconi”, dicono altri; “Lascerà il posto a Maroni”; “No, Maroni non lo farà neppure parlare”, e avanti così, sotto un sole cocente, tra la vendita di gadget padani e di deliziosi panini con la salsiccia.
PADANIA E SCOZIA – Per ingannare l’attesa, i due grandi schermi posti al fianco del palco iniziano a trasmettere, due o tre volte, la scena prima del combattimento del film Braveheart, facendo leva sul senso di appartenenza del popolo padano, come William Wallace (nel caso, Mel Gibson) con gli scozzesi, popolo che si guadagnò sul campo la propria libertà nonostante il netto divario di forze con l’impero britannico. Il tutto, naturalmente, sorvolando sul fatto che Wallace fu catturato e quindi decapitato dagli Inglesi, ma anzi sottolineando la similitudine tra coscienza scozzese e padana. All’ombra della grande statua bronzea di Alberto da Giussano, i potenti bassi delle casse acustiche, facendo risuonare la colonna sonora incalzante del pluripremiato film, infervorano gli animi e fanno quasi tremare la terra.
LA FESTA – Messi da parte i riferimenti storico-identitari, lo speaker, verso l’avvicinarsi del mezzogiorno, dopo aver attirato l’attenzione delle folle con alcune frasi ad effetto, dà inizio alla cerimonia ufficiale. Il prato è gremito, con ormai pochi spazi liberi delle dimensioni di un francobollo. Un tripudio di bandiere, con musica evocativa di sottofondo, accoglie innanzitutto il consueto “giuramento dei sindaci” che, sulla falsariga del celebre giuramento del 7 Aprile 1167 che sancì l’alleanza dei Comuni Lombardi contro il Sacro Romano Impero di Federico Barbarossa (altra iniezione di senso di identità storica), vede tutti i neo-eletti primi cittadini della Lega Nord prestare fedeltà ai valori della Padania. Quindi, a giuramento avvenuto, l’estemporaneo saluto ai ciclisti padani – nei quali milita anche Renzo Bossi, alias il Trota, messo un po’ in secondo piano nella manifestazione – e, finalmente, il momento che tutti – presenti e non – aspettavano, la salita sul palco dei vertici del partito e della compagine leghista di governo, i governatori, sottosegretari, ministri che accompagnano il segretario nazionale, “il capo” come lo chiamano i militanti, Umberto Bossi.
LEGA COME IL TEA PARTY – Ci si aspetta di tutto, dopo le centinaia di voci e di finte anticipazioni circolate nei giorni precedenti, e c’è chi persino teme una possibile (e mai avvenuta prima d’ora) contestazione di una minoranza dei sostenitori al leader, e addirittura lanci di uova, pomodori et similia. Niente di tutto ciò: all’apparire dell’Umberto sul palco, un boato, con migliaia di persone che inneggiano al suo nome. Bossi, Bossi, Bossi. “Chi è la nostra unica guida?” incalza la voce – senza volto – del presentatore. Bossi, Bossi, Bossi. E così inizia il comizio, trasmesso e ritrasmesso dalle reti locali, nazionali e internazionali, analizzato passo per passo dagli opinionisti della carta stampata, rilanciato su Internet, e commentato, ricommentato e arcicommentato da pressoché ogni personaggio politico italiano, da Cicchitto alla Bindi, da Bocchino a Casini. I temi trattati, forse intercettando le esigenze di una base sempre più nervosa, sono alcuni cavalli di battaglia di sicuro successo, evergreen liberali da sempre richiesti ma mai messi in pratica dal mondo politico italiani, quali minore pressione fiscale, meno spesa pubblica, taglio dei costi della politica, stop alle auto blu, riduzione del numero dei parlamentari e degli stipendi dei parlamentari. Non fosse per la proposta estemporanea dei ministeri al nord (di cui uno a Milano e tre, chissà poi perché, a Monza, con buona pace di Torino, Venezia, Genova, per dirne alcune), sembrerebbe un discorso di un Ron Paul in salsa padana (con il quale condivide peraltro la proposta isolazionista e il ritiro da tutti i fronti, ma solo per motivi fiscali), quasi un leader di Tea Party, non fosse che la Lega, da anni, ormai obbligata ad essere anche partito di governo, titolare di centri di potere, sia ormai diventata una parte del sistema.
RITORNA LA SECESSIONE - La folla apprezza quella che è più una dichiarazione di intenti che una vera e propria linea politica, alla quale è allegata la minaccia di non puntare più su Berlusconi alle prossime elezioni. Qualcuno, delle migliaia presenti, forse perché si aspettava l’annuncio del benservito al PdL e la conseguente caduta del Governo, non sembra però entusiasta delle parole dei capi del movimento. E così ecco che, ripetutamente, e sempre più convintamente, parte dal prato il grido di “secessione”. Una parola ormai diventata proibita, da quando la Lega Nord è al governo e occupa uffici nella capitale, ma che sembra essere rimasta nel cuore di molti fedelissimi. Bossi prova prima a ignorarli, ma lo slogan viene ripetuto ad nauseam, accompagnato da “Via da Roma!” e altri poco eleganti commenti su Berlusconi. Il Senatur prova a serrare i ranghi, con il suo “Padania…” a cui rispondono tutti in coro “Libera!”, per ben tre volte, per far tornare l’attenzione sul suo discorso e fermare la deriva secessionista. Ma loro non ci stanno, e ogni volta che viene menzionata qualcosa che non va, tornano alla carica. Secessione, secessione, secessione. Il partito non è spaccato, questo è vero, ma un certo distacco tra vertici e base inizia a farsi sentire, dopo anni di difficile equilibrismo (riuscitissimo, peraltro) tra partito di lotta e di governo, di piazza e di potere, di maggioranza e opposizione. Il partito non è spaccato, questo è vero, ma l’accoglienza a Roberto Maroni, volto istituzionale della Lega, è un applauso fragoroso, a dimostrazione che il ministro dell’interno gode di una stima elevatissima tra i suoi, senza per questo dare necessariamente adito a voci sulla successione di Bossi. Il partito non è spaccato, questo è vero, ma l’impressione, alla fine della giornata, è che tanti si aspettassero molto di più, un messaggio più forte. Va pensiero.

LE CONCLUSIONI – Proprio mentre il fango inizia ad asciugarsi, a cerimonia terminata, il grande prato verde si svuota, e prende vita il consueto grande esodo, tra enormi folle di omini verdi diretti ai rispettivi autobus, parcheggiati pressoché ovunque, cavalieri templari con lunga barba e zampogna, e auto incolonnate in entrambi i sensi di marcia. Alcuni restano, vuoi per poter fare qualche acquisto in tranquillità presso le bancarelle presenti, fino a poco prima prese d’assalto, vuoi per nutrirsi con spettacolari panini con la porchetta, vuoi per tirare le somme politiche sulla giornata. C’è chi si interroga sul vero significato delle parole di Bossi (“Ha fatto così perché sa che Berlusconi non gli darà nulla di ciò che ha chiesto, quindi staccherà la spina”), chi tenta di decifrare le manovre interne alla maggioranza (“Berlusconi ora inserirà le proposte di oggi nel suo discorso al Parlamento, così che Bossi possa tornare da noi presentandosi come vincitore”), e c’è chi ci crede davvero, alla lettera, dalla prima all’ultima parola, perché Bossi è il capo, e le parole del capo non si discutono. Per capire l’effetto e le dirette e indirette conseguenze di questa domenica lombarda, sarà necessario attendere, e vedere se alle parole, come vuole il copione, seguiranno azioni concrete, quelle che gli elettori si aspettano, anzi pretendono.
L’impressione iniziale, tuttavia, è che si sia celebrata una versione tutta padana del Giorno della Marmotta. 
Con gli occhi dell’Italia puntati sul pratone, dove splendeva un caldissimo e luminosissimo sole, la marmotta è uscita allo scoperto, ha visto la propria ombra, ed è tornata nella sua tana. La fine dell’inverno politico, almeno per ora, è rimandata.