22 maggio - Il Cavaliere dà il via libera al Carroccio sulla prima “sorpresa”. Alemanno guida la rivolta in un Pdl ormai balcanizzato.
Dal decentramento dei ministeri, benedetto anche dal Cavaliere, all’ipotesi di spedire Ignazio La Russa a fare l’assessore comunale, fino alle voci sulla sanatoria delle multe. Ma le «sorprese» che il blocco Pdl-Lega stanno preparando per Milano hanno già fatto esplodere il centrodestra.
C'è un punto, però, su cui Silvio Berlusconi ha ragione da vendere. L’altroieri - quando ha confidato a uno dei suoi ministri che «se il ballottaggio fosse stato a giugno, avremmo perso ancor prima di votare» - il premier ha colto un punto decisivo.
La disfida di Milano ha frantumato la maggioranza ancora prima che si aprano le urne del secondo turno. Perché assecondare le richieste di Bossi significa decretare la rottura col blocco degli ex An, per non parlare dell’«asse sudista» trainato dai Responsabili. E soprattutto perché, un secondo dopo la chiusura dei seggi, dentro il Pdl si assisterà a un’implosione tutt’altro che imprevedibile.
L’ennesima prova di una balcanizzazione che tra i berluscones è ormai inarrestabile s’è avuta ieri. Quando il premier, di fronte alle telecamere di Telelombardia, ha “coperto” la richiesta del gotha del Carroccio su quel decentramento dei ministeri che dovrebbe interessare Milano e, in subordine, anche Napoli. «Con Bossi abbiamo pensato di continuare la nostra attività di governo. Abbiamo pensato anche a qualche decentramento per alcune funzioni di governo», ha scandito il Cavaliere. Segno che il fuoco amico partito in precendenza all’indirizzo della Lega interesserà, dal 30 maggio, anche il comandante in capo.
Trascinato da un’astuta operazione politico-mediatica avviata di buon mattino dal presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, Gianni Alemanno ha guidato la controffensiva anti-Bossi. «Ribadisco alla Lega», ha scandito il primo cittadino della Capitale, «che i ministeri non si muovono da qui». E le dichiarazioni del Senatur e di Calderoli? «Tutte balle», chiude il sindaco, che nel caso di showdown nazionale potrebbe lasciare il Campidoglio per ritrovare un posto al sole del Parlamento (un sondaggio Ipsos sostiene che la sua popolarità è scesa dal 50% del febbraio 2010 al 38 dell’aprile 2011).
A conti fatti, insomma, il dibattito sul fantomatico spostamento dei ministeri s’è rivelato un boomerang. «Proposta insensata», mette a verbale il governatore del Lazio Renata Polverini. «Irrealistica», aggiunge Mario Baccini. «Nessun milanese li vuole», scandisce il sottosegretario Andrea Augello. «Impensabile», spiega Barbara Saltamartini, vice presidente del gruppo Pdl alla Camera. Soprattutto perché, sintetizza Mario Landolfi, una scelta del genere «finirebbe per fare arrabbiare i romani senza far felici i milanesi».
La guerra interna al centrodestra tra l’asse del Nord e il blocco del Centro-Sud è soltanto l’ultimo degli effetti collaterali che colpiscono la maggioranza a una settimana dai ballottaggi. «Ed è tutto inutile», sussurra il ministro Gianfranco Rotondi. Che aggiunge: «Milano è l’unica città d’Italia in cui le amministrative sono voto d’opinione. Per cui, se da un lato Berlusconi fa bene a insistere nella polemica contro comunisti ed estremisti, gli altri fanno male a promettere mari e monti.
Ai milanesi non frega niente dei parcheggi, degli ecopass gratuiti, dei ministeri. Gli puoi anche “pittare il sole”, non cambia nulla. E se continuiamo con questo “effetto sorpresa”, rischiamo davvero che finisca male».
È probabile che appelli come quello di Rotondi cadranno nel vuoto. Non foss’altro perché lunedì, a Milano, è in programma un summit tra il Cavaliere e il sancta sanctorum del Pdl. L’obiettivo? Cercare di ribaltare la sfida Moratti-Pisapia a suon di promesse. Come quella della sanatoria sulle multe pendenti, ventilata dal blog ilpolitico.it, che cita il dibattito su una tv locale in cui il presidente del consiglio regionale della Lombardia, il leghista Davide Boni, avrebbe parlato dell’iniziativa. O come l’idea di annunciare che alcuni big del Pdl nazionale - come Ignazio La Russa e il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi - potrebbero far parte della giunta Moratti bis.
Una cosa è certa: il centrodestra arriverà alle 14,59 del 30 maggio, un minuto prima della chiusura delle urne, spaccato come non mai. E con un pezzo del partito (a cominciare dall’ala ciellina, che premeva per la candidatura a sindaco di Lupi) pronto a rivendicare, sondaggi alla mano, che la candidatura della Moratti «è stata sbagliata». Se poi il ballottaggio desse ragione a Giuliano Pisapia, come tutto lo stato maggiore del Pdl teme, a quel punto il bilancino della crisi (pilotata) di governo sarebbe nelle mani dei tre big del centrodestra che si stanno tenendo lontani dal ring: Angelino Alfano, Giulio Tremonti e Roberto Maroni.
