Il Segretario generale del Consiglio d’Europa, Thorbjørn Jagland, ha affidato a un gruppo di nove saggi una relazione sulle condizioni degli emigranti in Europa e sull’emarginazione e il degrado in cui vivono certe popolazioni nomadi, convinto che il futuro del continente si basi sulla sfida dell’integrazione e del dialogo interculturale. L’obiettivo è la redazione di un rapporto che possa diventare un manuale di buon comportamento per la serenità e il benessere di chi arriva da fuori e, al tempo stesso, per l’Europa. Dopo diverse riunioni collegiali, in varie città d’Europa, le «Eminent Persons», come oggi sono conosciute, presenteranno il loro elaborato il 10 maggio a Istanbul, nel corso dell’ultima sessione del Comitato dei Ministri a presidenza turca. I nove saggi, intanto, hanno scritto questo editoriale, che volentieri pubblichiamo integralmente.
La diversità culturale è una caratteristica costante della storia europea. E’ stata fonte di molte conquiste importanti del nostro continente. Ma quando mal gestita, è stata causa di grandi catastrofi. Questa diversità è aumentata negli ultimi tempi, con nuove ondate di immigrati, e continuerà ad aumentare.
Molti emigranti arrivati nel secolo scorso e i loro discendenti, pur avendo messo radici in Europa, sono rimasti legati – è vero – al patrimonio culturale del Paese d’origine. Che cosa c’è di male? Finché rispettano le nostre leggi, perché dovremmo pretendere che rinuncino alla loro fede, cultura e identità? Anzi, la loro diversità può contribuire alla crescita di cui oggi l’Europa ha più che mai bisogno.
Per di più l’Europa sta invecchiando, quindi l’immigrazione serve a ringiovanirla, quindi dovremmo agevolarla. Infatti, secondo una stima dell’Unione Europea, nei prossimi 50 anni – nonostante la crescita della popolazione – la forza-lavoro è destinata a diminuire di 100 milioni di unità. Sarebbe una disgrazia che bisogna assolutamente evitare. Ecco perché il destino dell’Europa è legato alla diversità. Bisogna, quindi, adeguare il nostro futuro al mondo che cambia in maniera sempre più rapida. E’ fondamentale affrontare i nuovi problemi nel modo più vantaggioso e certamente meglio di come stiamo facendo per ora. Purtroppo, sembra che l’intenzione sia di continuare ad agire così.
Questi segnali – e i conseguenti inevitabili pericoli – sono sotto gli occhi di tutti. Sono, infatti, in notevole aumento l’intolleranza e la discriminazione, il consenso ai partiti populisti e xenofobi, la presenza di immigrati irregolari e praticamente senza diritti, molte comunità non integrate nella società civile, l’estremismo islamico, la perdita di libertà democratiche, tentativi di ridurre la libertà di espressione nel presunto interesse della libertà di culto.
Tutto ciò rivela una radicata insicurezza, che deriva proprio dal declino dell’Europa oltre che dalle difficoltà economiche; il fenomeno dell’immigrazione su vasta scala; l’immagine distorta e gli stereotipi dannosi delle minoranze riportati dai media e recepiti dalla pubblica opinione; e soprattutto un’assenza di leader in grado di ispirare fiducia e di spiegare chiaramente quali sono le condizioni dell’Europa e il suo destino.
Il nostro rapporto – che sarà reso pubblico il 10 maggio prossimo a Istanbul ed è intitolato "Conciliare libertà e diversità per vivere assieme nel XXI secolo" – dà una risposta basata sui valori europei fondamentali: un progetto per un’Europa più sicura di sé, che accolga la diversità anziché respingerla, che si renda conto che la convivenza tra identità diverse non è impossibile né sbagliata. Anzi, noi siamo convinti che l’identità multipla sarà una conquista del futuro. Ma solo se coloro che risiedono in Europa da diverso tempo saranno considerati nostri concittadini a tutti gli effetti, uguali di fronte alla legge, con gli stessi nostri diritti, indipendentemente dalla loro fede, cultura ed etnia, accettati sia dalle autorità che dalla gente come qualsiasi cittadino europeo. Quindi dovrebbero avere voce in capitolo nella compilazione delle leggi: cultura e religione non dovrebbero impedirlo.
Perciò proponiamo 17 principi guida – qui di seguito sintetizzati – che ci auguriamo i politologi, gli opinionisti e gli stessi cittadini utilizzino come manuale della diversità. Ci vorrà almeno l’accordo sul rispetto della legge e soprattutto sul modo in cui le leggi possano essere adeguate alle nuove esigenze. Condizione indispensabile è di non aspettarsi che gli immigrati debbano rinunciare alla propria fede, cultura e identità, soprattutto se rispettano le nostre leggi. Sono necessarie misure speciali perché siano concesse effettive pari opportunità a chi è particolarmente disagiato o emarginato. Bisogna pure fare in modo che i gruppi di persone appartenenti a culture e religioni diverse possano conoscersi tra loro, frequentarsi e aderire ad associazioni di volontariato. Infine, si deve sostenere fermamente la loro libertà di espressione, che non deve essere limitata – né per legge né per prassi – pur di placare la violenza delle intimidazioni. Nello stesso tempo deve essere biasimata e fermata qualsiasi dichiarazione o intervento pubblico tendente a creare pregiudizi nei confronti di chiunque, in particolare di membri delle minoranze o immigrati. Messaggio centrale del nostro rapporto è, infatti: minimizzare le pressioni e aumentare la persuasione.
Per attuare questi principi sollecitiamo i vari Stati a estendere diritti e doveri – compreso il diritto di voto – al maggior numero possibile di cittadini stranieri, come primo passo. E a concedere il diritto di voto alle elezioni amministrative a tutti i cittadini stranieri residenti. Invitiamo pure a correggere le informazioni fuorvianti e gli stereotipi sul fenomeno migratorio e fornire ai cittadini europei un quadro più reale della situazione degli emigranti e sulle esigenze dell’Europa e del suo futuro.
Siamo coscienti del diritto-dovere di controllare l’immigrazione, ma suggeriamo che tutti – emigranti, profughi e richiedenti asilo – siano trattati con solidarietà, nella tutela dei Diritti dell’Uomo, e anche che gli oneri siano ripartiti tra tutti gli Stati europei. Chiediamo al Consiglio d’Europa e all’Unione Europea di lavorare assieme su una politica dell’emigrazione globale, coerente e trasparente. Suggeriamo, inoltre, di trovare un accordo con i nostri vicini del Medio Oriente e del Nord Africa perché possano intervenire – con uno status adeguato – nelle convenzioni delle istituzioni europee. Se seguiremo questo percorso, l’Europa diventerà migliore di oggi, non solo per i nuovi arrivati ma per i suoi stessi cittadini.
