Marco Almagisti è docente di Scienza Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Padova. Conosce bene il Veneto e i suoi movimenti politici, con lui proviamo a commentare i dati delle elezioni amministrative. Le prime che, a livello nazionale, dopo anni segnano un rifiuto della cappa berlusconian-leghista e, in Veneto, la fine dell'ascesa, che sembrava inarrestabile fino all'anno scorso, del partito di Bossi e Zaia.
Il Veneto non è Milano, non sembrano profilarsi risultati clamorosi, però qualcosa negli equilibri consolidati scricchiola, non trovi?
Prima di tutto al voto veneto non è stata attribuito quel significato di test nazionale che è stato attribuito a Milano, si è trattato di elezioni meno politicizzate da questo punto di vista, ed è così un voto relativamente statico. Ma alcuni segnali di cambiamento ci sono: a Treviso la Lega flette e il Pdl pure, mentre il Pd cresce. Che il Pd cresca nell'epicentro del leghismo, la terra fiore all'occhiello dei politici padani è un fatto da non sottovalutare.
Come spieghi questi sommovimenti?
La Lega sta vivendo un forte conflitto al suo interno. Luca Zaia, appoggiato da Flavio Tosi, molto vicino a Roberto Maroni, ha scelto uno stile istituzionale, impeccabile, sulla vicenda dei profughi, mentre una parte importante del partito – sindaci e quadri intermedi – dissente da questa linea e si richiama alla «Lega delle origini», manifestando una nostalgia per le origini «dure e pure» del movimento.
Non si tratta di un gioco delle parti?
No, è un conflitto vero e proprio sui modi di interpretare le istituzioni. Non è una cosa da poco. Non sempre è possibile conciliare sensibilità diverse. La Lega sta scoprendo che il «territorio», la categoria che ha fatto la sua fortuna, vale anche per lei e governarlo con le sue contraddizioni è molto difficile.
Questo è dovuto anche al fatto che la Lega, occupando spesso tutti i livelli governativi, non sa con chi prendersela se le cose vanno male, sbaglio?
In effetti un elettore di Treviso, ad esempio, ha di fronte a sé tutti i livelli di governo, dal comune al governo centrale, monocromi, tutti occupati dalla Lega. Cercano d'individuare chi è dissonante, come Berlusconi che in effetti viene accusato dai leghisti di averli danneggiati, ad esempio con i bombardamenti in Libia. Ma se tu hai in mano tutte le leve di governo è difficile scaricare all'esterno le tensioni.
Hai citato la questione profughi come terreno di scontro tra una Lega più istituzionale e una più «dura e pura», ci sono altri terreni a tuo parere, come l'ambiente o la crisi economica, che stanno procurando problemi al Carroccio?
Sulla questione ambientale all'interno della Lega ci sono sensibilità diverse, è un tema che esige una forte capacità regolatoria della politica, servono abilità e determinazione nel porre dei limiti e questo non rappresenta un problema solo per la Lega. Il problema è che fare il partito «di lotta e di governo» è possibile quando hai una situazione economica favorevole, ma con la crisi che ancora morde, come testimoniano molti imprenditori, è molto più complicato. Il dito ammonitore che punti si riflette sullo specchio e ti ritorna indietro. La Lega gode di una quota elevata di voti di appartenenza, ma beneficia anche di un elettorato di opinione che può decidere di votare altrove, la lista «razza Piave», ad esempio.
Ma la lista «Razza Piave» è sempre la Lega, no?
Se fosse solamente un'intelligente operazione di marketing non si spiegherebbe il risultato a due cifre. In realtà chi ha votato quella lista ha voluto segnalare il suo disagio. Un po' come chi, in Emilia Romagna, ha votato le liste Grillo, un elettore di sinistra che non voterebbe mai a destra, ma che ha voluto mandare un messaggio ai partiti di sinistra: «siete troppo moderati, tornate alle questioni fondanti». Così l'elettore della lista «Razza Piave» che chiede alla Lega di tornare alle origini, allo stile «duro e puro». No, non è solo marketing.
La Lega non è andata bene nemmeno quando è andata da sola, in concorrenza con il Pdl.
Chi si assume la responsabilità di rompere un assetto politico deve scontare anche il disorientamento.
La Lega perde quando va da sola e perde con il Pdl: un bel rompicapo per loro...
Paradossalmente per la Lega ora le decisioni dipendono da quello che avverrà a livello nazionale tra Roma e Milano. Quello che è accaduto a Milano non se l'aspettava nessuno, nemmeno loro e ora devono calibrare il messaggio per spiegare quello che è successo.
E per la Lega non è per nulla semplice farlo.
