Mentre Letizia Moratti, confusa come chi non è convinto di ciò che sta facendo, biascicava e ripeteva pateticamente le sue risibili accuse a Giuliano Pisapia, un mondo intero cadeva, una stagione si chiudeva.
Da oggi la parola garantismo è diventata difficile da pronunciare dalle parti del Pdl.
Imprevedibile deus ex machina, la sciura sindaca ha riportato la destra là da dove è venuta, alle sue origini forcaiole, al suo antico vizio (così tipico di Milano, poi) di criminalizzare gli avversari descrivendoli come estremisti, fuorilegge, banditi.
C’è tutta una storia dietro l’incidente che ha svelato ieri la debolezza della candidatura Moratti.
Anzi, ce ne sono diverse, e ognuna ha una sua interessante morale.
La prima storia è specifica, è legata a quest’ultima settimana di campagna elettorale. Lo spin sventatamente suggerito alla Moratti svela il punto di vista del suo campo, i suoi timori: i sondaggi sono negativi, il confronto sui temi amministrativi è in perdita, Pisapia ha tenuto un profilo rassicurante e moderato.
Dobbiamo azzopparlo su questo, dobbiamo minarne la credibilità personale, dobbiamo infangarlo.
L’opposto di quanto fatto dal candidato del centrosinistra, che nel confronto aveva innervosito la Moratti ma senza mai tirare in ballo la opaca vicenda della casa di suo figlio.
Spin doctors da licenziamento.
Perché non avevano controllato la fondatezza dell’accusa. E perché l’attacco frontale senza possibilità di replica smentiva la contemporanea pretesa della Moratti di presentarsi come «la moderata» della contesa: la calunnia infatti non è fra le virtù tipiche dei moderati. E il contributo che la Moratti dà allo scontro politico non è certo di moderazione ma di ulteriore incanaglimento: Napolitano non gliene sarà grato, giusto ieri mattina aveva chiesto l’opposto.
C’è poi un’altra storia, dentro questa storia. E riguarda appunto il garantismo, la sinistra, la destra, e un po’ anche il buon umore.
Per gente esattamente come Giuliano Pisapia – ma ce ne sono tanti come lui nel centrosinistra, cattolici, liberali, radicali, socialisti, comunisti togliattiani o eretici – questi sono stati anni tristi. Anni nei quali, risucchiata prima dall’orgasmo di Mani pulite e poi dalla frustrazione per la scostumatezza berlusconiana, la sinistra ha perduto una delle sue stimmate: l’idea che le garanzie per le persone coinvolte in casi di giustizia dovessero valere sempre, dovunque e per chiunque. E con essa, l’idea che lo scontro politico, pur non potendo ignorare la dimensione di legalità, non potesse esaurirsi all’esibizione di fedine penali.
La liberazione, per tutti noi garantisti progressisti, non è arrivata ieri per la sventatezza della Moratti.
Dovendo fissare una data, la collocheremmo al bel discorso parlamentare col quale Chiara Moroni annunciava l’abbandono del Pdl per seguire Fini nel dibattito sul caso Cosentino: una semplice, netta, incontrovertibile distinzione fra garantismo e pretesa di impunità.
Nel loro zelo sempre più controproducente, anche Giornale e Libero hanno dato una mano a far crollare il falso mito del garantismo berlusconiano.
Contro la Boccassini (come la chiama la Santanchè, metastasi?) e prima ancora contro D’Alema, Prodi, Fassino: tutta gente alla quale si è dovuto chiedere scusa, come prima o poi sarà costretta a fare Letizia Moratti con Pisapia.
È stato un garantista doc (sia pure da età matura) come Giuliano Ferrara, a rilanciare in Italia il concetto di character assassination, ovviamente quando si trattava di difendere Berlusconi da questa brutta pratica. Ora è evidente quale parte politica ricorra davvero, e sistematicamente, alla character assassination: Ferrara lo sa, ora tocca a lui soffrire per il ritrovarsi nella compagnia sbagliata.
Immaginiamo il suo stupore ieri per aver scoperto che in questa compagnia ci sta anche la Moratti: solo tre giorni fa la descriveva come «donna tranquilla, dotata di savoir faire, capace di temperare le polemiche». Alla faccia.
Cerchiamo però di fare tesoro di questa riconquistata serenità, della soddisfazione di ritrovarci a sostenere un galantuomo garantista integrale come Pisapia, contro uno schieramento che si riscopre cupo, forcaiolo, ansioso e ansiogeno.
Voglio dire: non torniamo indietro.
Berlusconi l’altro giorno a Crotone citava un evergreen, la battuta sui leader della sinistra incapaci di sorridere. Se è stato vero, non deve più esserlo. La serenità sta in questo campo e deve restarci, tenendo alla larga rinfocolatori e odiatori di professione, che non ci sono mancati. La cosa più bella sarebbe vincere nel motto di Bill Clinton, una frase con la quale Europa titolò un suo discorso, e che teniamo appesa in redazione: «Battiamo la destra divertendoci, oppure cambiamo mestiere».
