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ieri, oggi e domani

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21 mag 2011

Standard & Poor’s declassa l’Italia. “Le attuali prospettive di crescita sono deboli e l’impegno politico per riforme che aumentino la produttivita’ sembra incerto”.






21 maggio 2011 - L’outlook da stabile a negativo: “L’impegno politico per le riforme è incerto”.

Tegola sulle aspirazioni economiche del ministro Tremonti e del governo Silvio Berlusconi: dopo giorni in cui il titolare del Bilancio ostentava la sostanziale “promozione” dei conti pubblici dell’Italia, una delle più grandi agenzie di rating globale ha stabilito che le prospettive per il nostro paese non sono incoraggianti: per ora il nostro indice rimane A+, ma l’outlook, ovvero la previsione a medio termine – diremmo: “L’aria che tira” – viene cambiato da stabile a “negativo”. Come a dire che se la situazione per ora non varia, non c’è da aspettarsi che un peggioramento a breve.
OUTLOOK NEGATIVO Le agenzie battono la notizia. L’agenzia Standard & Poor’s ha tagliato l’outlook dell’Italia da stabile a negativo, confermando il rating A+ al debito a lungo termine. E’ quanto si legge in una nota, in cui si sottolinea che ‘le attuali prospettive di crescita sono deboli e l’impegno politico per riforme che aumentino la produttivita’ sembra incerto’.
Tutto dipende, continuano le agenzie, sulla “scarsa fiducia” da parte del rating finanziario internazionale sul piano di “risanamento del debito” nelle mani del governo. Il motivo completo è contenuto nella nota di S&P.
Le deboli attuali prospettive di crescita dell’Italia e incerto l’impegno politico nelle riforme tese a migliorare la produttività. Il potenziale stallo politico potrebbe contribuire ad uno slittamento delle riforme fiscali. E di conseguenza, S&P ritiene che le prospettive di una riduzione del debito pubblico italiano siano diminuite
Così, se non una bocciatura, certo un campanello d’allarme della politica finanziaria del ministro Giulio Tremonti, che fino ad ora ha sempre potuto rivendicare che nonostante i patemi della politica, i conti pubblici erano sempre blindati e in sicurezza. Ma evidentemente una politica di rigore e di crescita lenta e controllata non convince più i raters, che iniziano a chiedersi: sì, ma come si ridurrà il peso del debito pubblico italiano, senza crescita economica e “produttività”?















































LE CONSEGUENZE La notizia, diffusa a borse chiuse – di sabato – arriva inaspettata per il governo, per gli attori economici e per la stampa internazionale, che in nessun modo infatti l’aveva anticipata o intuita. Quali le conseguenze? Nel breve periodo, il mercato dei titoli di stato inizierà a non fidarsi più del nostro paese, visto che una delle principali agenzie di rating ha stabilito che la nostra politica conomica non è affidabile. Così, per piazzare i nostri titoli di stato, dovremo sopportare un tasso di interesse maggiore, e dunque a breve la nostra spesa per interessi salirà, peggiorando ulteriormente la situazione: per pareggiare una maggiore spesa, saremo costretti a nuovi tagli?. Una bomba ad alto potenziale che arriva sul tavolo di un governo in preda a convulsioni di tutt’altro genere, impegnato a gestire il turno amministrativo fra Milano e Napoli: di certo il ministro Tremonti sarà chiamato a dire qualcosa in merito.

Il peggioramento delle prospettive sul rating della Repubblica Italiana da stabili a negative “implica una probabilità del 33% che i rating vengano abbassati entro i prossimi 24 mesi”.
Cosa deve fare il governo per evitare questo declassamento, che come abbiamo visto è ampiamente probabile – l’agenzia parla del 33%, ma gli outlook rappresentano gli orientamenti dell’agenzia, così che se le cose non cambieranno, qualche conseguenza ci sarà di sicuro – e rassicurare così i mercati? Lo dice la stessa S&P: riforme, riforme, riforme.
Se il governo riesce ad ottenere sostegno politico per l’attuazione di riforme strutturali a favore della competitività, ponendo le basi per una crescita economia più elevata ed una più veloce riduzione del debito, i rating potrebbero rimanere al livello attuale.













































Il sostegno al governo non è dunque sufficiente: piacerà alla Lega l’idea di rinsaldare ulteriormente la maggioranza? 
E piacerà a Berlusconi l’idea di dismettere la campagna elettorale permanente per iniziare un serio programma di riforme?