«Oggi si vota il Rendiconto, quindi porrò la fiducia sulla lettera presentata a Ue e Bce. Voglio vedere in faccia chi prova a tradirmi».
L’estremo appello alla resistenza, viene recapitato dal bunker nel primo pomeriggio
Silvio Berlusconi è chiuso a Villa San Martino con il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri e i figli Marina e Pier Silvio. Le uniche voci cui dà ascolto nel momento più difficile. Con loro il premier ritrova il filo che a Roma sembra interrotto dalle voci di un passo indietro. E affida a una telefonata a Libero il suo «non mollo».
Troppo insistenti le fantasie sulle dimissioni. Circolano pure tra i fedelissimi del Pdl. Lo pensano Alfano, Frattini, l’ala più vicina a Gianni Letta. Ma in fondo, a microfoni spenti, un po’ tutti: «I numeri non ci sono - dicono - così è finita».
Segnali che qualcosa stavolta è cambiato. Si è rotta la compattezza nella cerchia ristretta. Un ministro di peso chiede l’anonimato per consegnare lo sfogo: «Così non andiamo da nessuna parte. Si va alle urne, ma perdiamo le elezioni e dimezziamo i gruppi parlamentari. I numeri non ci sono più. Berlusconi dovrebbe intestarsi una fase nuova facendo davvero un tentativo su Letta. Se è fatto seriamente, che fa Casini?». Parole che lasciano intravedere se non un 25 luglio, comunque un’aria pesante. Perché mai come stavolta l’auspicio di tutto il gruppo dirigente è che il Capo prima del voto di oggi salga al Colle.
Soprattutto quando, a metà giornata, si materializza un dato: le voci sulle possibili dimissioni del Cavaliere rassicurano borse e mercati. Basta, per inserire nelle dichiarazioni ufficiali l’idea di un passo indietro: «Serve una maggioranza larga - afferma Frattini - che nell’interesse del paese faccia le riforme, metta l’Italia a riparo dalla crisi, cambi legge elettorale e poi pensi a un’eventuale fine legislatura».
Un’aria irrespirabile.
Ecco perché Berlusconi lascia Roma proprio alla vigilia del voto sul rendiconto: «Non mi fido più di nessuno - confessa alla sua famiglia - non mi convincono». Al primo giro attorno al tavolo di Arcore capisce che gli affetti di una vita sono con lui: «Lasciare adesso - è il ragionamento di Marina e Fidèl - è un suicidio. Se dobbiamo cadere, cadiamo in piedi, porti il paese alle urne e poi guidi l’opposizione».
È più di una mozione dell’orgoglio. In ballo c’è la difesa delle aziende dall’assalto giudiziario, ma anche la battaglia di un ventennio: «Hai incarnato il bipolarismo. Se molli su un governo tecnico finisci rinnegando le ragioni per cui sei sceso in campo».
Dopo un po’, l’annuncio della resistenza a oltranza con la telefonata a Libero. Linea ribadita con toni da comizio in un collegamento telefonico con un’iniziativa del ministro Paolo Romani: «Non sono attaccato alla cadrega e sono convinto che avremo la maggioranza. Non faremo mai larghe intese e un ribaltone non sarebbe democrazia». La road map prevede il voto sul rendiconto, poi la mozione di fiducia sulla lettera mandata alla Bce. A quel punto, è il ragionamento del premier, se si cade, la trattativa parte da una posizione di forza. E le urne sono a portata di mano, pilotate da palazzo Chigi: «Pure se l’emorragia del Pdl arriva a trenta parlamentari - spiegano nell’inner circle - Napolitano non fa il ribaltone e si vota».
Il voto di fiducia è l’ultimo tentativo di drammatizzare lo scontro in vista dello showdown: «Voglio vedere - dice il Cavaliere - chi vota contro l’Europa».
Epperò arrivarci non è facile, anche se si svolgerà in settimana. Perché oggi sul Rendiconto i numeri non ci sono. Il pallottoliere pare impazzito. Tanto che il premier si è messo a telefonare ai deputati in bilico. Ha spiegato che Casini non può garantirli, che è una follia far saltare tutto. Stamattina incontrerà i frondisti. Il loro appoggio non è in discussione visto che l’hanno già votato. Ma non bastano. Di certo «quota 316» è impossibile.
E potrebbe anche essere possibile il peggio. Nessuno esclude un blitz delle opposizioni: «Se sentono l’odore del sangue - spiegano nell’inner circle - potrebbero votare contro e far saltare tutto». L’Incidente. Quello di fronte al quale il capo dello Stato convocherebbe il premier. La grande paura è che il telefono potrebbe squillare anche se gli astenuti – e non i contrari – superano la maggioranza. Una eventualità non remota.
Il problema è che il fronte è compatto, da Casini a Di Pietro. Che giorno dopo giorno diminuiscono i margini di trattativa. Che, nell’ora più difficile, nel Pdl avanza il partito del passo indietro. E in molti tra i fedelissimi si chiedono se le parole ripetute dal premier nei giorni scorsi contro i «fan della prima repubblica» e dei «palazzi romani» non fossero un bombardamento del quartier generale. Così come tutte le frasi pronunciate ieri dal bunker milanese. Comprese quelle contro Tremonti: «Serve una riforma che dia più potere al premier a cominciare dalla possibilità di imporre una linea al ministro dell’Economia, altrimenti non è un premier».
Una raffica impressionante, da campagna elettorale iniziata.
Alessandro De Angelis
