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ieri, oggi e domani

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11 nov 2011

Ecco il "programma" del governo Monti.





Entro oggi, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, dovrà rispondere a 39 quesiti formulati a nome della Commissione europea dal Commissario agli Affari economici, Olli Rehn, in una lunghissima lettera dello scorso 4 novembre. Scopo della medesima è quello di svelare le carte del governo italiano in relazione alle promesse di provvedimenti di politica economica formulate nella famosa lettera del Presidente del Consiglio di due settimane fa e riconfermate al vertice europeo dello scorso 26 ottobre.


I 39 quesiti chiedono infatti i dettagli e il calendario di attuazione di ogni misura di politica economica indicata dal governo italiano con particolare riferimento ai tempi di adozione, agli strumenti legislativi previsti, all’impatto sul bilancio pubblico. Per ciascun provvedimento la lettera chiede al punto uno di indicare se è già stato varato, e quindi risulta in corso di attuazione, e quali risultati sono stati ottenuti tramite la sua attuazione. Se non è stato ancora varato, in quanto approvato dal governo ma non ancora dal Parlamento, è chiesto di indicare i tempi necessari all’approvazione da parte del Parlamento e alla sua entrata in vigore. Se, infine, si tratta di un provvedimento nuovo che non ha ancora iniziato il suo iter di approvazione la lettera domanda di fornire un piano preciso per la sua adozione e applicazione che indichi le scadenze e la tipologia di strumento legislativo che si intende utilizzare.

La lettura della lettera dà l’idea di una marcatura stretta della politica economica italiana, mai vista prima in relazione ad altri paesi dell’euroarea, probabilmente neppure in relazione alla ben più problematica, per condizioni della finanza pubblica e decrescita economica, Grecia. Essa non fa piacere ed è evidente che rappresenta un commissariamento della nostra politica economica la quale dovrebbe essere invece prerogativa del legislativo e dell’esecutivo nazionale, ovviamente nei limiti degli impegni comunitari sottoscritti. Nello stesso tempo non si può non ricordare che la libertà e autonomia di qualsivoglia soggetto, cittadino, impresa o Stato, che abbia contratto un forte debito e non sia in grado di rimborsarlo alla scadenza a meno di sostituirlo con un debito ulteriore è necessariamente limitata dai vincoli del medesimo.

Nessuno ci ha imposto e nessuno ci ha chiesto di indebitarci sino a oltre 1900 miliardi di euro e sino a circa il 120% del Pil: siamo noi che lo abbiamo scelto in totale autonomia per finanziare in deficit la nostra spesa pubblica e conservare nello stesso tempo un ingente patrimonio pubblico formato da imprese e immobili che almeno in parte i secondi e in parte consistente le prime sarebbe invece risultato preferibile privatizzare. Altri paesi europei a elevata presenza dello Stato nell’economia e conseguente elevata spesa pubblica sul Pil, quali Svezia, Finlandia e Danimarca, hanno invece preferito negli stessi anni coprirla in via quasi esclusiva attraverso la tassazione, tanto che il loro debito sul Pil è compreso tra il 40% e il 45%, appena un terzo del dato italiano, ed essi vengono considerati i paesi a minor rischio default tra tutti quelli dell’area Ocse. Se ci fossimo comportati come loro, oggi non ci sarebbe nessuna lettera di Rehn a cui rispondere e nessuno spread problematico rispetto ai Bund tedeschi.

Il secondo dei 39 punti della lettera di Rehn richiama l’impegno nella lettera del governo italiano ad attuare una manovra correttiva aggiuntiva “qualora il deteriorarsi del ciclo economico portasse a un peggioramento del deficit” e dovesse in conseguenza “palesarsi una minima deviazione rispetto all’iter fiscale tracciato”. Poiché la Commissione europea ritiene che “nell’attuale contesto economico la strategia fiscale programmata non garantisca il raggiungimento di un pareggio di bilancio entro il 2013, si renderanno necessari ulteriori provvedimenti per raggiungere gli obiettivi fissati per il 2012 e il 2013”. La lettera chiede in conseguenza: “Si stanno predisponendo sin d’ora a tal fine delle misure aggiuntive? Se è così, di che tipo di misure si tratta? Potrebbero assumere la forma di ulteriori tagli alla spesa pubblica sulla base dei risultati ottenuti da un’accurata revisione della spesa?” Si tratta evidentemente di domande retoriche.

Questa parte della lettera può essere interpretata in un solo modo:
1) il peggioramento del ciclo economico renderà impossibile rispettare le previsioni di entrata, spesa e saldi di bilancio dell’Italia;
2) è quindi necessaria un’ulteriore manovra correttiva;
3) essa dovrà prioritariamente ridurre la spesa pubblica (anziché aumentare ancora la pressione fiscale) dopo una sua accurata revisione. È l’esatto contrario di quello che ha fatto Tremonti con la molteplice manovra estiva, tutta basata su incrementi di imposte e senza alcuna riduzione strutturale della spesa, la quale non può evidentemente essere attuata tramite tagli lineari, come avvenuto nei provvedimenti degli anni precedenti.
I successivi due punti si occupano delle privatizzazioni e dello stock del debito. Vale la pena di riportarli integralmente per la chiarezza e la totale impossibilità di dubbi interpretativi: “(3) Il governo è in grado di illustrare nei dettagli i piani che intende attuare per procedere a una dismissione dei beni di proprietà statale? Il governo sta prendendo il considerazione l’idea di vendere quote azionarie di grandi aziende di proprietà statale? Gli stimati introiti di 5 miliardi di euro l’anno per i prossimi tre anni prenderanno in considerazione dividendi più bassi e spese più alte sugli affitti che ci si può aspettare in conseguenza di tali transazioni? (4) Il governo è in grado di delineare un piano di riduzione del debito lordo che le autorità intendono lanciare a partire dal 31 dicembre 2011, con l’assistenza della commissione ad hoc e di alto livello di cui si parla nella lettera? Quali misure si stanno contemplando, oltre e in più rispetto all’entrata di 5 miliardi di euro l’anno derivanti dalla vendita di asset, di cui sopra?”.

Queste domande, formulate in maniera più esplicita, avrebbero suonato così:
- “Come intendete realizzare le dismissioni promesse di asset pubblici?
- Perché non avete incluso nel programma le grandi aziende pubbliche nazionali?
- Siete certi di aver calcolato i proventi attesi dalle dismissioni al netto e non al lordo di maggiori oneri (locazioni passive) e minori entrate (dividendi di imprese dismesse)? Cosa pensate di aggiungere al programma di dismissioni dato che 5 miliardi all’anno di proventi sono (ampiamente) insufficienti?”.

Sulla necessità delle privatizzazioni per ridurre lo stock del debito e della necessità di includervi le grandi imprese pubbliche nazionali la lettera di Rehn va nell’esatta direzione dei numerosi interventi su queste pagine che abbiamo dedicato al tema a partire dal luglio scorso. In un’intervista di pochi giorni fa abbiamo indicato le privatizzazioni delle grandi imprese pubbliche nazionali come una delle tre riforme chiave necessarie per riacquisire credibilità internazionale. Se Tremonti vincesse la sua tradizionale idiosincrasia rispetto alla riduzione dell’intervento pubblico in economia potrebbe forse ispirarsi a questi contributi per scrivere la risposta.