.

.

ieri, oggi e domani

ieri, oggi e domani
.

.

.


__________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

12 nov 2011

Non c’è alternativa.






Ultima resistenza di Berlusconi che agita l’ipotesi Letta. Al Quirinale telefonate di sostegno internazionale.


Silvio Berlusconi ha scelto. Ha passato una giornata a trovare il modo per spiegare ai suoi che «Monti è inevitabile». Dopo un vertice fiume di oltre quattro ore con tutti i big del governo trova una road map per «far passare» l’ultimo sì.
Dovrebbe essere ufficializzata oggi nel corso dell’ufficio di presidenza la cui convocazione è stata in bilico per tutto la giornata di ieri. L’idea è di proporre un mandato «esplorativo» a Gianni Letta, appena iniziano le consultazioni. Un incarico a termine, basta un giorno, anche meno. Il tempo di far apparire la resa come una grande trattativa col Colle e con Monti. E di dare l’impressione che l’operazione non è una sconfitta del Pdl. Letta avrebbe la mission di «sondare» la maggioranza e «consegnare» a Napolitano le volontà di un partito che ha i numeri al Senato e una quasi maggioranza alla Camera: «Non possiamo apprendere dai giornali - dice un ministro di peso - la composizione del nuovo governo come se fossimo spettatori.

Va ripristinato un percorso istituzionale in cui il Pdl resta l’azionista di maggioranza. E Monti lo deve capire».
 In verità, le volontà che dovrebbe consegnare Letta dopo il «sondaggio» sono già state recapitate al Colle, il che fa capire come la manovra sia tutta tattica. Riguardano programma e uomini del governo. Il programma deve contenere solo i famosi 39 punti dell’Europa: liberalizzazioni, riforma del mercato del lavoro, tagli e dismissioni, ma non la patrimoniale. Punto, questo, irrinunciabile per il Pd. E soprattutto il nuovo esecutivo non deve avere tra i suoi obiettivi né provvedimenti sulla giustizia né la riforma della legge elettorale: «È materia del Parlamento - dice un ministro a microfoni spenti - e quindi è quello il luogo per discuterla».
 Nella composizione, invece, deve essere solo tecnico. E questa è anche l’idea di Monti. Che avrebbe escluso qualunque presenza politica.

Epperò il Cavaliere vorrebbe «concordare» alcune figure tecniche. Tre in particolare: Giustizia, Comunicazioni e Interni. Se non di area, i nuovi ministri dovrebbero essere non ostili. Sono queste le «regole di ingaggio» che Letta dovrebbe consegnare a Napolitano e Monti. Raccontata in questo modo, si capisce perché all’uscita del vertice Ignazio La Russa scommette che Monti «esca cardinale» dopo essere entrato in conclave. Il punto, però, ormai non è il “che cosa fare”. È il “come”. L’ammuina serve a rendere digeribile un’operazione che sta facendo diventare isterica la classe dirigente del Pdl, visto che è già chiaro il profilo del nuovo esecutivo: nessuna presenza politica, nessun ministro uscente.

E nemmeno Gianni Letta a palazzo Chigi.
Una svolta profonda, già accettata dal Cavaliere. E su cui si sta consumando la fine di un’epoca. Perché ieri è andata in scena una profonda rottura con la Lega. Quando Umberto Bossi si è presentato a palazzo Grazioli ha pronunciato poche, lapidarie parole: «Così la nostra alleanza è finita. Per sempre. Noi andiamo all’opposizione».

E pure nel Pdl la fronda contraria al governo tecnico ha infuocato il clima. Non solo gli ex An, ma anche i ministri Brunetta, Sacconi, Romani hanno continuato a ripetere che «così si commissaria la politica e si sfascia il bipolarismo».

Per non parlare della rissa scoppiata tra il ministro degli Esteri Franco Frattini e gli ex An. Il casus belli è uno sfogo del titolare della Farnesina raccolto da un cronista della Dire: «È bastato che crollasse tutto che questi fascisti sono tornati fuori. Ci hanno già fatto rompere con Fini, e adesso provano a mandare tutto all’aria». Frasi che appena andate in rete hanno suscitato l’ira di La Russa: «Frate chi? Frate chi? Non lo conosco, chi è un militante del manifesto?».
 Segno che l’aria è diventata irrespirabile. E c’è un motivo se, durante tutto il pomeriggio, sono circolate voci di possibili incarichi a Dini, Alfano, per tenere in piedi l’alleanza. Tutti modi per prendere tempo, all’ombra della grande trattativa che porterà al sì a Monti. Esausto, preoccupato, il Cavaliere ha spiegato che alternative non ci sono.

Stretto tra la rivolta dei suoi e l’andamento dei mercati, ha chiesto ai più fedeli di fare l’ultimo sforzo per far passare un’operazione in fase avanzata. Perché la pressione è diventata insostenibile. Soprattutto dopo le parole di Napolitano il premier ha capito che oggi, quando salirà al Colle a rassegnare le dimissioni, dovrà dare il primo via libera al nuovo governo. Lo chiedono i mercati, i partner internazionali, la Bce.

Berlusconi è rimasto colpito da come tutti abbiano risposto con favore a quello che a palazzo Grazioli chiamano il governo «Monti-Napolitano». La telefonata di Obama, di Sarkò, l’andamento delle borse. Tutto indica che la scelta è inevitabile. Già, «inevitabile», aggettivo usato dal premier dopo l’incontro serale con il presidente della Ue, Van Rompuy.