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ieri, oggi e domani

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10 nov 2011

La sfida del dopo Silvio.





Super-Mario in pole position. Bersani lascia a Letta la relazione al caminetto Pd: «Un nuovo esecutivo non si può fare senza il Cav». L’incognita Amato.
È una delle sue ultime firme da premier. Ed è quella che Silvio Berlusconi mette ieri sera in calce al decreto con cui Giorgio Napolitano ha nominato Mario Monti senatore a vita. 

All’alba del governissimo.
 La nomina dell’ex commissario europeo, da sempre in pole position per la guida di un eventuale esecutivo tecnico, arriva al termine di una giornata che ridisegna lo scacchiere politico italiano. Il governissimo, che l’altro ieri notte Silvio Berlusconi era riuscito a togliere da qualsiasi radar blindandosi a Palazzo Chigi fino a dicembre, torna a scalzare dal borsino l’opzione «elezioni anticipate». E succede tutto in pochissime ore. Il crollo delle Borse, l’impennata dello spread, l’accelerazione forsennata verso l’approvazione della legge di stabiltà e quell’ombrello del Quirinale che si apre a protezione del Paese. 

Prima col comunicato in cui «in tempi brevi» viene fissata l’uscita di scena del Cavaliere da Palazzo Chigi. 

Poi con la nomina a senatore a vita del principale “papabile” alla guida del prossimo governo.
 Il 9 novembre 2011, e cioè la giornata che pare destinata a iniziare il traghettamento dell’Italia verso la Terza Repubblica, inizia con un Pd diviso tra chi spinge per le elezioni anticipate (la segreteria di Bersani) e chi (Letta, D’Alema, Veltroni) continua a tessere con Casini la tela delle larghe intese. 

«Puntare alle urne sarebbe da irresponsabili», spiega Walter Verini, braccio destro di Veltroni, accomodato su un divano del Transatlantico. Poi aggiunge: «L’unica nostra “ditta” deve essere l’interesse generale».
Rispetto a chi spinge per le elezioni, la task force democratica che spinge il carro di Monti ha un’arma. Su cui convergono «Massimo» e «Walter», «Enrico» e anche Dario Franceschini. Minacciare la candidatura dell’ex commissario europeo come leader di un centrosinistra alleato del Terzo Polo. Con la scusa di togliere dal bouquet di ipotesi le primarie di coalizione e anche calcolando il rischio di perdere per strada l’alleanza con Di Pietro e Vendola. 

Lo dice anche il finiano Italo Bocchino: «Se Berlusconi blocca Monti, allora lo candidiamo a premier di una coalizione composta da noi e dal Pd».


Passano le ore e, nel lavorìo che anticipa la riunione del gabinetto di crisi del Pd, si comincia a percepire quel cambio di passo che sta maturando nel Pdl.

Claudio Scajola contatta Casini per garantire il sostegno della sua truppa all’operazione governissimo. Bersani, che teme il trappolone, avverte i compagni di partito: «Cinquanta deputati non bastano. Serve un sostegno del Pdl compatto. Altrimenti andiamo a votare subito». 

La notizia che Silvio Berlusconi in persona stia valutando la possibilità di non opporsi a un governo di larghe intese piomba nel Transatlantico a metà pomeriggio. E Beppe Fioroni, che il fiuto da democristiano non l’ha perso, prova a decrittare i movimenti del Cavaliere: «Vedete, domattina Berlusconi si alzerà, si guarderà allo specchio e si chiederà chi è stato quel testa di c... che ha portato la sua azienda a bruciare in Borsa il 12 e passa per cento. Un minuto dopo, sempre di fronte a quello stesso specchio, arriverà alla soluzione. E cioè che è stato lui stesso». 

Morale della favola? «Al punto in cui è arrivato, coi suoi che lo stanno lasciando da solo, visto che è un politico finissimo sarà lui a dare il via libera al governissimo. E lo farà nel momento in cui, sabato o domenica, salirà sul Colle a rassegnare le dimissioni».
Ma è davvero possibile che Berlusconi abbandoni definitivamente la strada delle elezioni anticipate e si tuffi a capofitto sulle larghe intese? 

C’è un altro segnale. Alle 8 di sera Enrico Letta, che negli ultimi giorni è diventato una delle “antenne” del Pd meglio sintonizzate col Quirinale, da Montecitorio sottobraccio a Bersani. Il segretario ha chiesto a lui di tenere la relazione introduttiva al caminetto del Pd. Una relazione in cui il vicesegretario, d’intesa con il leader del partito, dirà senza fronzoli che «il Pd accetta di sostenere il governo d’emergenza soltanto se Berlusconi entra nella maggioranza». Altrimenti, è il sottotesto, «spingeremo per le elezioni». Traduzione: se uno dei principali sostenitori del governissimo subordina la presenza del suo partito in maggioranza a quella del Cavaliere, allora è il segnale che il premier - alla fine - ci starà.
 

C’è solo una variabile, e non è di poco conto. Mario Monti è a un passo da Palazzo Chigi, ovviamente. Ma è altrettanto vero che, forse per prendere tempo, i berluscones continuano «a tenere alto» il nome di Giuliano Amato. A Palazzo si arriva addirittura a sostenere che, dopo la nomina a senatore a vita, Monti potrebbe accettare di fare il ministro dell’Economia di un governo guidato dal Dottor Sottile. Ma sono solo chiacchiere, per adesso. A meno di colpi di scena, la settimana prossima ci saranno un altro esecutivo e un altro presidente del Consiglio. 

E pure un programma di governo, che il deputato-economista lettiano Francesco Boccia disegna più o o meno così: «Patrimoniale, reintroduzione dell’Ici sulla prima casa, la vendita di Bancoposta, il concordato fiscale con la Svizzera. Ce ne sono di cose da fare per salvare l’Italia».