Due uscite a effetto in due giorni. Prima l’intervento del 27 novembre a Verona, nella domenica che ha ufficialmente segnato il suo ritorno sulla scena. Poi, il 28, le dichiarazioni rilasciate ai cronisti davanti al Tribunale di Milano, dopo l'udienza sul caso Mills. «Un po’ troppo per uno che vuol fare il “padre nobile”, no?».
Queste considerazioni non vengono dal quartier generale del Pd o dalla sede nazionale della Lega.
Né, tanto meno, sono attribuibili alla più taciturna squadra di governo della storia della Repubblica, quella guidata da Mario Monti. Tutt’altro. Le riflessioni, che hanno ben poco di “berlusconiano”, sono state messe a verbale da alcuni dei dirigenti del Pdl che fanno parte della novelle vague di Angelino Alfano.
GLI EX DI FI SPACCATI IN TRE BLOCCHI.
Perché, al contrario di quello che va dicendo il Cavaliere, il Pdl è tutt’altro che un «partito solidissimo».
Al contrario, come spiega a microfoni spenti un ministro del governo che s’è dimesso due settimane fa, «ormai, anche sulla futura composizione delle liste, l’ala ex forzista del Pdl si divide in tre tronconi: una guidata da Alfano, l’altra da Denis Verdini e la terza, di cui faranno parte quelli che finiranno in “Forza Silvio”, da Berlusconi in persona». Con buona pace dell’«unità» tanto sbandierata all’interno della «creatura del predellino», in cui tra un mese è in agenda la stagione del congressi.
Il fatto che tra gli alfaniani doc e i veterani berlusconiani non corra più buon sangue è confermato da due episodi molto simili tra loro. Il primo ha avuto luogo nel giorno del dibattito alla Camera sulla fiducia al governo Monti, in cui - ricorda uno dei presenti alla riunione notturna - «Angelino fece di tutto pur di impedire a Berlusconi di dar seguito alla sua idea di intervenire in Aula». Il secondo il 27 novembre, quando lo stesso segretario del Pdl ha fatto sapere alla sua cerchia ristretta di non aver apprezzato la decisione del Cavaliere di prendere la parola alla kermesse del partito di Carlo Giovanardi.
IL PDL SENZA IL CAV. VALE IL 12%.
Perché, se Berlusconi continua ripetere che non si ricandiderà a premier, gli Angelino boys guardano con sempre maggiore sospetto alle sue uscite pubbliche? Semplice. Perché l’ex premier, che ha tramato fino all’ultimo secondo per evitare l’ingresso dei politici doc nella squadra (viceministri e sottosegretari) di Monti, continua a ripetere ai fedelissimi che «senza di me, il centrodestra non va da nessuna parte». La prova, a sentire il Cavaliere, sta in alcuni sondaggi riservati, in cui avrebbe «testato» un fantomatico «Pdl senza Berlusconi». Col risultato, dicono i suoi, «che quel partito, senza il suo Fondatore, starebbe al 12%». Non un voto di più, non uno di meno.
