Perché il sottosegretario contatta Casini e molti del Pdl lo cercano?
Tutti quelli che lo conoscono da una vita, a cominciare da Fedele Confalonieri e Gianni Letta, sono disposti a scommettere che, anche di fronte all’ennesima situazione drammatica, Silvio Berlusconi toglierà il «passo indietro» dal mazzo di carte a sua disposizione.
L’amico Fidel, che fino a qualche settimana fa lasciava trapelare il suo dissenso rispetto all’ostinazione del Cavaliere a rimanere inchiodato alla poltrona di Palazzo Chigi, pochi giorni fa ha cambiato ufficialmente registro.
Spiegando, in un colloquio col Corriere della Sera, che «Berlusconi finalmente è tornato ad essere Berlusconi».
Eppure, tra i tanti ministri che si sono avvicendati nel maxi vertice andato in scena a Palazzo Chigi l'1 novembre, più d’uno ha sostenuto di aver avvertito, tra le parole del premier, un piccolo accenno di resa. Per il comunicato con cui il Quirinale aveva aperto alla verifica sulle larghe intese, ovviamente.
IL CAV SENZA MAGGIORANZA ALLA CAMERA. Ma soprattutto perché l’uscita dal gruppo del Pdl di Roberto Antonione, annunciata dal pioniere di Forza Italia ai microfoni di Radio 24, ha virtualmente sancito la fine della maggioranza a Montecitorio. Da 316 deputati dell’ultimo voto di fiducia agli ipotetici 315.
Piccolo accenno di resa o lieve cedimento sul terreno dello sconforto, stando ad almeno due testimoni il presidente del Consiglio avrebbe per la prima volta accennato all’ipotesi di farsi da parte.
«Avete visto quali poteri si stanno muovendo per farmi fuori?», avrebbe scandito indicando la nota congiunta che gli avevano recapitato – nel bel mezzo dell’impennata dello spread – l’associazione delle banche e la Confindustria, la rete delle imprese e le Coop. «Visto che per me rimanere qui è più un peso che altro, allora potrei anche lasciare…», ha chiosato.
LA TENZAZIONE DI IMITARE ZAPATERO. Ma oltre i puntini di sospensione, nel ragionamento berlusconiano non ci sarebbe l’uscita di scena drastica che in molti si augurano. Né quel «passo indietro» che alcuni dei suoi continuano a consigliargli.
Bensì un colpo a effetto. «Alla Zapatero», suggerisce uno dei consiglieri della cerchia ristretta.
Della serie: annuncio che questa legislatura finirà, anticipo che ci sarà la data delle elezioni, ma rimango al governo proprio come ha fatto il primo ministro spagnolo. «E vediamo se», aggiunge la fonte, «questo produce in Italia gli stessi effetti benefici che ha portato alla Spagna, come ha sostenuto Tremonti».
Ma c’è un problema. Persino la mossa alla Zapatero rischia di uscire dal radar di Berlusconi. Poiché, come dimostra il pranzo dei 15 frondisti pronti a dar vita a un gruppo autonomo a Montecitorio (tra questi c’erano Fabio Gava, Isabella Bertolini, Guglielmo Picchi e Giancarlo Pittelli), il Cavaliere sa di essere sotto lo scacco matto della sfiducia.
LE CONDIZIONI DI CASINI. Per questo nella notte tra l'1 e il 2 novembre ha dato mandato a Gianni Letta di compiere la più disperata delle mosse: convincere Pier Ferdinando Casini a offrire – in un momento così drammatico – il sostegno ai «provvedimenti urgenti» che usciranno dal Consiglio dei ministri convocato a Palazzo Chigi.
Il contatto risale alla mattina del 2 novembre. Di fronte al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con cui ha ottimi rapporti da una vita, il leader Udc avrebbe pronunciato parole nette. A tratti anche sorprendenti.
Della serie: «Noi potremmo anche votare i provvedimenti che prenderà il governo per tamponare il debito. Ma a patto che, un minuto dopo, Berlusconi lasci palazzo Chigi». Una garanzia che, tolto il premier, nessuno - nemmeno Letta - può offrire.
QUELLE TELEFONATE INTERESSATE. Ma il posizionamento di Casini sulla scacchiera della crisi non riguarda soltanto l’impossibile sponda al governo. No.
È sul telefono del leader centrista, infatti, che stanno transitando le chiamate di tutti quelli che sono pronti a saltare il fosso. «Questo non è più il momento delle furberie, ma pensiamo che molti siano coloro che sono disponibili ad uscire dalla maggioranza e che pensano di farlo», ha scandito Pier, rispondendo alle domande dei cronisti subito dopo l’incontro con Napolitano.
Le stime che viaggiano sull’asse Pd-Udc parlano, al momento, di una decina di transfughi disposti anche a firmare un documento per chiedere al premier di lasciare il Palazzo. In attesa che l’ipotetica mozione d’intenti si trasformi, al ritorno del premier dal G20 in Costa Azzurra, in una mozione di sfiducia vera e propria.
