Noi e la Libia. L’impressione è che stavolta sia difficile trovare qualcuno, anche a sinistra, in grado negare l’urgenza etica e il valore democratico della minaccia militare contro Gheddafi. L’Italia ha doveri, ma anche diritti: non essere lasciata sola davanti alle possibili ritorsioni.
«Aiutiamo il Risorgimento libico». È difficile trovare sintesi migliore di quella usata ieri dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per motivare il sostegno dell’Italia a un intervento militare che fermi la Restaurazione di Gheddafi e il massacro dei ribelli assediati a Bengasi. Si tratta di una scelta politica obbligata, oltre che giusta, e sta trovando in queste ore un consenso ampio e bipartisan.
È inaccettabile l’idea che il mondo occidentale tolleri il ripristino in Libia di una autocrazia folle e sanguinaria. Sarebbe un esempio diabolico per il resto del mondo arabo ancora sospeso tra la richiesta di democrazia e le strette autoritarie dei regimi declinanti. Ancora peggiori potrebbero essere le conseguenze su fragili governi di transizione come quelli nati in Egitto e Tunisia.
Un Gheddafi trionfante sui resti della rivolta libica rischierebbe di innescare un contagio al rovescio, cioè il propagarsi di un’ondata repressiva che sarebbe la tomba delle rivoluzioni arabe.
Naturalmente c’è da augurarsi che non sia necessario passare dalla minaccia di un intervento militare alla sua esecuzione. Del resto, se i raid aerei non partissero significherebbe che Gheddafi ha abbandonato davvero i piani di rappresaglia militare e questa sarebbe la prova che posizione assunta dalla comunità internazionale in sede Onu ha prodotto il primo risultato. Il secondo, naturalmente, è ottenere il regime change, affinché il raìs segua il destino appena toccato a Ben Ali e Mubarak.
Riuscirà l’Italia a mantenere una posizione ferma e chiara davanti «a decisioni difficili», per usare ancora una volta le parole di Napolitano? I segnali inducono all’ottimismo.
Forse per la prima volta nel dopoguerra la scelta di partecipare a un’impresa militare potrebbe essere ufficializzata senza che si produca un forte movimento d’opinione contrario all’uso della forza. E si tratta, a suo modo, di un fatto storico. Il paragone non va fatto sui recenti conflitti in Iraq e Afghanistan. I dubbi e le proteste dei pacifisti - e non solo dei pacifisti - sulle imprese belliche unilaterali degli Stati Uniti di George W. Bush erano più che fondati, specie sulla seconda guerra del Golfo caldeggiata dai falchi neo-con dell’amministrazione e istruita a colpi di dossier falsi sulle armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein. La differenza potrebbe invece risultare evidente rispetto al Kosovo, il precedente che più si avvicina per caratteristiche a quello libico. Fu un governo presieduto dal post-comunista Massimo D’Alema a portare l’Italia nella guerra alla Serbia di Slobodan Milosevic. A sinistra si aprì, in piazza e in Parlamento, uno scontro furibondo, le cui conseguenze sono rimaste a lungo appiccicate alla coalizione progressista.
Tra chi contestava la partecipazione italiana al conflitto era forte l’idea di un rifiuto a priori dell’uso della forza, anche davanti al rischio che il non interventismo lasciasse i civili kosovari inermi davanti alle milizie serbe. È presto per trarre considerazioni definitive, ma l’impressione è che stavolta sia difficile trovare qualcuno a sinistra capace di alzarsi in piedi e negare l’urgenza etica e il valore democratico della minaccia militare contro Gheddafi. Anche dietro l’intervento ci sono interessi non solo umanitari? Certo che ci sono. Ma è ragione sufficiente a ignorare o cancellare il grido d’aiuto di Bengasi? La congenita (e salutare) diffidenza verso la soluzione militare stavolta non è sufficiente a puntellare posizioni come quella espressa ieri dal segretario Cgil Susanna Camusso, che invita a «fermare il genocidio in Libia senza però usare gli strumenti di guerra». Genocidio, peraltro, è parola che andrebbe maneggiata con cura. Se davvero Camusso pensa che ve ne sia il pericolo, il suo no all’uso della forza per scongiurarlo risulta ancora più difficile da comprendere.
Solo la Lega è rimasta ferma dov’era: solidale con Milosevic tredici anni fa, pilatesca col raìs di Tripoli oggi. È una coerenza che il popolo della sinistra farebbe bene a lasciare in esclusiva al Carroccio.
Ma in questa vicenda l’Italia non ha solo doveri. Ha anche diritti. In caso di conflitto noi siamo il paese più esposto a ritorsioni, e non solo per ragioni geografiche. Non basta una coalizione dei volenterosi a darci garanzie. Se l’ombrello dell’Onu era necessario a garantire il carattere multilaterale dell’operazione, quello della Nato è indispensabile per offrire all’Italia tutte le garanzie di sicurezza che uno Stato membro merita di avere in circostanze come questa. Quello che non deve accadere è che qualche leader europeo un po’ appannato e in cerca di rilancio cavalchi la situazione prendendo per sé gli onori e lasciando all’Italia l’onere di restare sola al fronte in prima linea.
Stefano Cappellini
