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ieri, oggi e domani

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17 mar 2011

Imbroglio padano.




ITALIA UNITA? Dietro il boicottaggio dei festeggiamenti per il 150esimo anniversario c’è una verità dimenticata: per il Carroccio il federalismo è solo una bandierina sulla via dello storico obiettivo mai abbandonato: la secessione del nord. Dopo gli ultimi atti di protesta interviene persino Berlusconi: «Rispettare lo Stato».
Si dice spesso che per la Lega l’approvazione del federalismo è una bandiera. Ovvio. Ma si tratta di una verità a due facce. La prima è la più scontata: è naturale che per il Carroccio nessuna altra riforma possa avere pari valore politico di questa. La seconda lettura, invece, è inquietante: le “bandiere” hanno spesso solo un valore di facciata, dietro il quale si nascondono altri interessi e obiettivi.

Nel caso specifico, è molto chiaro quale orizzonte si nasconda dietro il paravento federalista: la secessione, cioè lo storico e mai ufficialmente abbandonato traguardo della Lega delle origini.
Il boicottaggio leghista dei festeggiamenti per il 150esimo anniversario dell’unità d’Italia rafforza questa interpretazione.
Si sbaglia a liquidare come semplici atti di propaganda le proteste e le diserzioni che in queste ore la nomenclatura bossiana sta mettendo in atto. Non è la campagna elettorale permanente in cui siamo immersi a ispirare certi atteggiamenti, bensì l’inconciliabilità tra il sentimento nazionale unitario e il sentimento antiunitario dello stato maggiore leghista.
Il fatto che in questa congiuntura politica Bossi e il suo stato maggiore - non al completo, come diremo tra poco - non parlino di secessione e si battano solo per l’approvazione di un assetto federalista non significa che abbiano rinunciato a dividere l’Italia.
Non è sull’agenda di una legislatura che si misura la capacità di gittata di una forza politica a forte trazione ideologica come il Carroccio. Come si fa a non vederlo? A sinistra, poi, la storia del doppio obiettivo dovrebbe essere ben nota: il Pci degli anni Ottanta non si batteva certo ufficialmente per l’instaurazione del comunismo ma è difficile negare che, ancora a ridosso della svolta di Achille Occhetto, era il superamento del capitalismo la missione di cui si sentivano investiti molti dirigenti e militanti di quel partito. Se il capitalismo lo vuoi “superare”, non accetti di conviverci. Se l’Italia la vuoi dividere, non accetti di festeggiarne il compleanno.
L’equivoco di fondo è pensare che la Lega sia diversa da quella dei «proiettili a 300 lire» e dei «bergamaschi in marcia su Roma» solo perché ha rinunciato alla strategia della spallata rivoluzionaria privilegiando, proprio come fecero i comunisti italiani, «la lunga marcia nelle istituzioni».
Molti analisti - e tanti fuoriusciti leghisti - sostengono a ragione che il federalismo approvato in queste settimane dal Parlamento è un lontano parente del federalismo spinto propugnato dal Senatur fino a qualche anno fa. Per qualcuno, questo acconciarsi a una riforma lontana dal sogno dell’Eldorado lumbard è la prova di un imborghesimento della Lega, di un cedimento alle mollezze romane. Pensiamo invece che il federalismo temperato - e soprattutto molto, molto pasticciato - che governo e Parlamento si avviano a varare sia appunto solo una bandiera. Un altro simbolico ma efficace colpo all’edificio nazionale, con l’obiettivo di svuotarlo passo passo minando le radici della sua coesione e solidarietà. Il crollo non è previsto a breve. Ma è sognato, auspicato, cercato. I leghisti sanno di avere tempo per centrare l’obiettivo. In attesa che la lunga marcia produca i suoi frutti, possono prendersi ancora tante altre pause caffè, come hanno fatto in Lombardia mentre risuonava l’inno nell’aula del consiglio regionale.
Esistono solo due possibilità di arrestare questi piani leghisti.
 La prima è che la Lega perda la sponda di Silvio Berlusconi. Improbabile. La seconda è che prevalga il cambiamento interno. Una Bolognina del Carroccio che rottami le pulsioni secessioniste e valorizzi quelle autenticamente federaliste. La linea Maroni-Tosi, per intenderci. Che oggi, però, sono ancora minoranza all’ombra dell’Alberto da Giussano.
Stefano Cappellini