La novità di questa stagione del pacifismo italiano è che ha arruolato vecchi guerrafondai. Gino Strada e i suoi compagni di viaggio non ne hanno colpa. C’è un mondo pacifista che con coerenza ripudia la guerra chiunque la proclami e per qualunque ragione essa venga praticata. Questo movimento pacifista è un fiume carsico che purtroppo non emerge mai quando le dittature tormentano la propria gente ma si affaccia alla luce del sole quando vede l’Occidente in armi.
I nuovi pacifisti di destra invece ci hanno assediato con l’elogio della guerra negli anni di Bush.
Oggi questo stesso mondo, armi e bagagli, si potrebbe dire, rischia di condividere il percorso dell’incolpevole Gino Strada.
Il pacifismo non è di destra. Quindi le ragioni della critica alla guerra libica non sono “morali” ma vanno dalla difesa degli interessi colpiti dall’eventuale caduta di Gheddafi, alla tutela del premier, all’odio antifrancese. Fatti loro. Il pacifismo non è però neppure di sinistra. Fino a che sono stati in piedi i grandi partiti di massa della sinistra il movimento pacifista era essenzialmente antiamericano. La sinistra politica ha amato, inoltre, le rivoluzioni anticoloniali che usavano la forza. Il movimento pacifista tout-court è esperienza recente e si è sedimentato nelle due guerre contro Saddam selezionando una sua classe dirigente che spesso ha dato questo connotato alla sua battaglia politica.
Da qui viene Nichi Vendola. La sinistra riformista ha invece accettato l’idea dell’uso della forza. Nella guerra antiserba, in cui il premier era un leader della sinistra, vi fu un largo uso di espressioni come «guerra giusta» e «guerra umanitaria». Due mondi inconciliabili? Proviamo a ragionare.
La nostra epoca non conosce più la stagione delle grandi guerre industriali.
«La guerra - ha scritto il generale britannico Rupert Smith in un ponderoso volume pubblicato dal Mulino - non esiste più», ovvero non esiste più «uno scontro su un campo di battaglia tra uomini e tra macchine». Siamo invece abituati a vedere guerre aeree, guerre mediatiche che enfatizzano le nuove imprese militari e, soprattutto, guerre fra la gente. Lo scenario delle crisi spesso è diventato regionale e da qui prende le mosse per diventare globale. Le ultime due grandi guerre ancora in corso, quella in Afghanistan e quella irachena, sono condotte in un’area circoscritta al fine di combattere la minaccia globale del terrorismo. Questa è stata la loro giustificazione.
Da qui reazione contraria in tanta parte del mondo arabo-musulmano e in vaste aree dell’opinione pubblica occidentale. La sproporzione fra la mission e l’obiettivo era evidente.
La Libia presenta invece un’altra caratteristica. L’intervento militare non si sta svolgendo in un quadro di reazione a una minaccia verso l’Occidente e vuole salvaguardare l’incolumità delle popolazioni locali. Molti hanno richiamato l’esempio della viltà verso il Ruanda per sottolineare che la coalizione questa volta è scesa in campo per contrastare uno sterminio. Del resto l’art.2 della Convenzione di Ginevra del ’48 chiama genocidio «atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, razziale o religioso in quanto tale» e non v’è dubbio che le truppe di Gheddafi, rafforzate da mercenari, entrando in Bengasi, avrebbero massacrato tribù ostili al raìs. Il carattere tribale della società libica dava il carattere di genocidio alla rivincita di Gheddafi.
L’intervento tuttavia serve anche a tutelare il movimento democratico che contrasta il dittatore. Questa volta non si interviene per esportare una democrazia ma per tutelarne i primi vagiti. Non per caso gli oppositori di destra della prova di forza sui cieli della Libia negano l’identità democratica dei ribelli che invece vengono classificati aribitrariamente come avanguardia di un movimento radicale islamico.
Il caso libico, al netto della terribile confusione che esiste fra le forze di intervento, presenta tutte assieme alcune caratteristiche che non si erano viste in precedenti occasioni.
L’uso della forza, infatti, deve corrispondere a tre criteri: deve avere una legittimità internazionale, deve fermare un massacro, deve essere temperato. Non c’è dubbio che il tema della legittimità internazionale sia stato superato dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che ha autorizzato l’uso della forza tranne l’intervento di terra. È questa la grande differenza dalle guerre di Bush.
A differenza del caso Saddam questo intervento non ha come obiettivo la rimozione del dittatore ma consente ai suoi oppositori di poter continuare la loro azione senza la minaccia dello sterminio. Finora i bombardamenti sono stati rivolti solo verso infrastrutture militari, riducendo anche se non annullando, il rischio del coinvolgimento delle popolazioni civili. Siamo cioè di fronte al caso di scuola che legittima l’uso della forza.
Le contraddizioni che accompagnano la scesa in campo della comunità internazionale non indeboliscono questa posizione di principio. Fra queste contraddizioni vi è indubbiamente il protagonismo francese, l’ambiguità italiana, le divisioni nel campo occidentale con la defezione della Germania (del resto comprensibile dato il suo passato africano), le distorsioni mediatiche che hanno raccontato episodi che non si sono rivelati veri. Limes ha ben raccontato il ruolo di Internet e delle tv arabe. La novità che va salvaguardata sta invece nelle prime reazioni del mondo arabo-musulmano. Per la prima volta la coalizione che sta usando la forza, che è stata autorizzata anche da paesi arabi, si muove con il consenso delle popolazioni che dichiara di voler assistere.
Se la coalizione saprà usare la forza in modo non sproporzionato e se riuscirà, come dovrebbe accadere, a bloccare Gheddafi saremo di fronte a un evento che muta il rapporto fra Occidente e mondo arabo-musulmano. La folla che ha festeggiato a Bengasi la notizia dell’intervento e dei primi raid francesi è assolutamente incomparabile con le striminzite manifestazioni che accolsero gli americani a Baghdad. Solo l’insipienza dei governi occidentali potrà disperdere questo capitale di consenso.
Molti critici dell’intervento ragionano sugli interessi economici che spingono alcune potenze occidentali a scegliere il teatro libico. È inutile negare l’evidenza. Ma ciò che rende questa prova militare diversa da quelle precedenti, ad esempio il più volte citato intervento anglo-francese a Suez, sta proprio nel fatto che la ragione fondante l’uso della forza è la restituzione del potere politico a quel moto arabo-musulmano che sta cambiando la faccia di una fetta di mondo che sembrava rispondere con lo sguardo all’indietro ai tempi moderni.
Ancora una volta, come spesso capita in queste faccende, sono i militari ad avere lo sguardo più lungo. Il generale Smith così descrive l’obiettivo politico dell’uso della forza nelle guerre moderne: «Il nostro vero obiettivo politico, per cui noi stiamo usando la forza militare, è quello di cercare di stabilire delle condizioni in grado di influenzare le intenzioni del popolo. Si tratta di un capovolgimento della guerra industriale, in cui l’obiettivo era vincere la prova di forza per poi spezzare la volontà del nemico: nella guerra fra la gente l’obiettivo strategico è invece conquistare la volontà del popolo e dei suoi leader, e vincere in tal modo la prova di forza». Se sostituiamo il verbo “conquistare” con il verbo “aiutare” abbiamo l’esatta rappresentazione di quello che possiamo aspettarci da questo intervento militare.
È del tutto evidente che un simile approccio richiede un’opinione pubblica vigile sul carattere dell’intervento e una classe dirigente lungimirante.
La società della comunicazione consente a quei popoli di assistere alla nostra discussione e l’immiserimento della nostra motivazione con questo allarmismo sull’immigrazione toglie legittimità all’aiuto che, con la forza, vogliamo dare. Non esistono guerre umanitarie o giuste, infatti, ma ci sono guerre inevitabili che vanno condotte con umanità e visione larga.
