Nicola Latorre. Il senatore del Pd attacca il governo e insiste sulla Nato: «Non può comandare la Francia. Bossi, Maroni e Calderoli? Sono tre Turigliatto». E sui pacifisti: «Vanno rispettati, serve il confronto».
«Il Pd non poteva sottrarsi a un’iniziativa che serve a fermare un massacro», dice Nicola Latorre. Intervistato dal Riformista, il dalemiano vicecapogruppo del Pd apre al dialogo con Vendola e i pacifisti: «I bombardamenti non risolveranno il problema».
Latorre, anche lei favorevole all’intervento in Libia?
La stella polare che ha ispirato il Pd, interpretata in maniera ineccepibile da Bersani, è l’interesse generale del nostro paese. Dopo la risoluzione 1973 dell’Onu, non potevamo sottrarci al sostegno di un’iniziativa che serviva per fermare un massacro in atto.
Come giudica le mosse del governo?
Io sono esterrefatto. Ieri (lunedì, ndr), abbiamo assistito a un fenomeno unico nella storia recente. Prima il ministro della Difesa La Russa s’è presentato con l’elmetto per annunciare che i nostri ragazzi erano pronti alla battaglia. Poi il premier ci ha comunicato che gli aerei italiani non hanno sparato né spareranno. Mancava solo che Berlusconi aggiungesse «mettete dei fiori nei vostri cannoni».
State con Berlusconi o con Sarkozy?
Questa discussione tra noi e i francesi non è rassicurante. Mi auguro che il premier venga in Parlamento al posto dei suoi ministri per spiegarci come mai questi aspetti sulla guida dell’operazione non siano stati affrontati nel vertice dell’Eliseo.
Il Pd insiste ancora sul comando Nato?
È auspicabile, come ha ripetuto anche Napolitano. Comunque sia, l’Italia dev’essere compartecipe e corresponsabile delle scelte che si faranno. Non è che può comandare la Francia. Dobbiamo insistere sulla Nato o, comunque, risolvere il problema. Magari con un’ulteriore iniziativa dell’Onu, o con accordo tra i paesi che stanno partecipando alle operazioni. Stiamo parlando di una missione complessa, che deve essere gestita con una catena di comando chiara.
I bombardamenti risolveranno il problema?
Assolutamente no. La forza può fermare la forza ma non può costruire la pace. A questo punto si tratta di mettere in campo un’iniziativa politico-diplomatica che sia in grado di dare uno sbocco alla crisi. Ci sono tre obiettivi: tutelare i civili, raggiungere il «cessate il fuoco» e garantire una fase di transizione che restituisca al popolo libico la possibilità di costruire il proprio futuro.
E le ragioni di chi, dal mondo cattolico alla sinistra, si oppone alle bombe?
Io credo che noi dobbiamo confrontarci con quelle forze che stanno criticando quest’operazione in nome di valori pacifisti. Queste critiche, che meritano attenzione e rispetto, non vanno messe sullo stesso piano del cinismo e dell’egoismo della Lega.
La Lega teme l’emergenza profughi.
Quando c’è una guerra, la priorità è salvare vite umane. Se qualcuno pensa di poter enfatizzare questo problema per giustificare respingimenti di massa, sappia che troverà nel Pd un’opposizione durissima.
Pdl e Lega si dividono sulla politica estera, come voi ai tempi dell’Unione.
Falso. Nella passata legislatura, anche Rifondazione votò il rifinanziamento delle missioni.
Il problema è che c’erano i Rossi e i Turigliatto.
Due singoli dissidenti che, complici i numeri del Senato, alimentavano le tensioni. Ma mentre col governo dell’Unione Turigliatto era un dissidente, oggi Turigliatto è ministro dell’Interno, ministro delle Riforme, ministro della Semplificazione.
Maroni, Bossi e Calderoli come Turigliatto?
Appunto.
Che cosa pensa di Vendola, che si smarca dal resto del centrosinistra?
Nelle ultime dichiarazioni di Nichi vedo il tentativo di dare una risposta “politica” al problema libico. Vendola e Sel propongono una forza d’interposizione, come in Libano. C’è un piccolo particolare, di cui voglio discutere con loro. Senza il «cessate il fuoco», senza una nuova risoluzione Onu e senza l’accordo tra le parti in battaglia, la forza d’interposizione non è possibile. Comunque, credo che lo sforzo della sinistra sia ispirato da una volontà autenticamente pacifista con cui voglio confrontarmi.
Gheddafi può essere ancora un interlocutore?
In queste situazioni è difficile scegliersi gli interlocutori. Il movimento di liberazione della Libia ha un consenso popolare enorme e ha anche una classe dirigente. Quindi, è auspicabile che Gheddafi prenda atto della fine della sua satrapia e che si consegni alla comunità internazionale. Il resto si vedrà dopo.
Non pensa che la sinistra debba fare autocritica sul Colonnello? D’Alema fu il primo premier europeo a visitare la Libia dopo le sanzioni Onu del 1992...
Quella visita era la conseguenza di una decisione internazionale di revocare l’embargo. Quanto a Gheddafi, nel dopoguerra l’Occidente ha privilegiato il dialogo con le leadership nate certamente da rivoluzioni popolari, ma che poi si sono trasformate in satrapie. Successivamente questo rapporto è continuato per arginare il radicalismo islamista. Oggi però dobbiamo fare i conti con una straordinaria novità. Laggiù sta cadendo un altro muro di Berlino.
Tommaso Labata
