Le forze di Gheddafi combattono a Bengasi e il Colonnello, che mentre l’Occidente decideva si è riconquistato il Paese, continua a minacciare gli europei. Intanto si attende l’esito del summit di oggi a Parigi tra Unione Europea, Unione Africana (che ha disertato il summit per incontrarsi a Noukachott, capitale della Mauritania, e affrontare gli aspetti diplomatici della crisi libica), Lega Araba e Stati Uniti. La Francia guida l’iniziativa, ma finora nel Nord Africa le sue politiche si sono rivelate fallimentari. L’esempio più recente è stata l’Unione per il Mediterraneo patrocinata da Parigi tre anni fa e di cui fanno parte i 27 leader della Ue, alcuni Paesi arabi e Israele. Per gli esperti è ormai un ectoplasma. Come sempre, lavorare insieme in Europa sul fronte della politica estera si è rivelata un’impresa titanica. Che Sarkozy non ha saputo gestire.
I Paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo guardano alla Libia con preoccupazione. Il bacino è sempre stato considerato una grande opportunità soprattutto dal punto di vista economico. E andrebbe aiutato e indirizzato verso un processo di crescita e stabilità. Ma la crisi che investe i paesi del Nord Africa ha ancora una volta dimostrato la debolezza del processo di integrazione europea. Se in qualche settore può sembrare avanzato, in questioni di importanza capitale quali la politica estera viene bloccato e non si riesce a raggiungere una visione comune. Anche su temi che ne minacciano la sicurezza.
Tre i progetti lanciati dall’Unione Europea verso l’area del Mediterraneo dal 1995 a oggi. Il più recente è stato l’Unione per il Mediterraneo, che ha preso il via al vertice di Parigi il 13 luglio 2008. Il progetto, portato avanti con forza anche dal governo italiano, ha subito una battuta d’arresto con la crisi in corso in Nord Africa. La Farnesina ritiene che ora occorra creare un programma che parta dalla nuova realtà di quei Paesi. Quindi di più ampio respiro. Con una componente economica forte – non è da escludere l’ipotesi di un piano Marshall o le stesse proposte della Commissione Europea di un piano d’aiuti pari a 7 miliardi di euro – ma anche sicurezza e impegno delle società civili. Va dunque ben oltre l’Upm così come inizialmente progettata: concentrata sugli aspetti economici, per poter fare avanzare la cooperazione tra i paesi dell’Ue e i partner mediterranei. Ma miope e poco credibile a livello politico, dato che scindere il piano della politica da quello economico è risultato irrealistico.
«Si deve credere a questo progetto – spiega Fernando Garcia Sanz ricercatore presso il Ministero dell’Innovazione in Spagna – penso però che a trovare un accordo non debba essere la globalità dei Paesi del Mediterraneo, ma gli stessi Paesi europei, Spagna, Italia, Francia nel sapere esattamente cosa vogliono. Abbiamo invece assistito a una sorta di raffreddamento in tal senso». All’interno dell’UpM, di cui fanno parte i 27 leader dell’Ue, i 12 paesi mediterranei che aderiscono a pieno titolo al Processo di Barcellona e altri 4 Stati del bacino tra cui Egitto, Israele, Siria e Libano (ma non la Libia) c’è stato infatti un problema di coordinamento interno e con l’Ue. Anche una fonte della Commissione Europea ammette il limite dell’iniziativa. «Vero è che l’UpM la bloccano più gli europei che gli africani – afferma da Bruxelles – ma a volte lo fanno per buone ragioni; il problema è che per lavorare assieme ci vuole una buona governance e su questo importante tema non esiste un trattato». Lavorare insieme in Europa sul fronte della politica estera funziona poco e male. Secondo gli esperti il ruolo della Francia non è da sottovalutare. Ha sicuramente fallito con l’Upm, che aveva patrocinato e voluto. Ovvio poi che il contrasto in corso nei paesi nordafricani non permette più il proseguo dell’iniziativa.
«Alla base del fallimento odierno dell’Unione per il Mediterraneo – sostiene Franco Zallio di Paralleli, l’istituto euro-mediterraneo che si occupa di Medio Oriente e Mediterraneo – è l’evidente difficoltà a gestire l’avvio della fase operativa di molti progetti così come l’incapacità di diventare protagonista delle dinamiche delle relazioni tra i Paesi dell’area». È mancato insomma il passaggio dalla fase progettuale a quella esecutiva. Tra le questioni aperte di rilievo, infatti, c’è soprattutto il finanziamento dei progetti. L’Ue ha stanziato dei fondi che tuttavia non sono sufficienti e necessitano di essere integrali. Le questioni economiche giocheranno un ruolo cruciale nell’assicurare la sostenibilità dei processi di transizione ed è proprio in ambito economico che l’Ue dispone dei principali strumenti di cooperazione: fondi che promuovano le riforme economiche per esempio, con formule che stiano più attente alle ricadute sociali. Una cosa è certa: l’Ue non può più perdere tempo: i paesi del Golfo offrono all’area ingenti risorse finanziarie e la Cina è diventata un attore di rilievo, rilevante partner commerciale e fornitore di quasi tutti gli stati della regione.
Eppure c’è chi ritiene il problema di fondo sia soltanto uno: Israele. Per una certa fase i ministri degli Esteri arabi all’interno dell’Upm rifiutavano di partecipare alle riunioni dove era presente Avigdor Lieberman, il ministro degli Esteri israeliano. L’Unione per il Mediterraneo del resto è un po’ la protesi del Processo di Barcellona, dove Israele era presente. Con gli sviluppi che ci sono stati però, gli arabi si sono rifiutati di presenziare a riunioni ove fossero presenti le controparti israeliane. Non ci si riesce a incontrare, ovvio che non si vada avanti. Da qui la brusca frenata. L’ottica con cui si riparte dalle ceneri dell’Upm, definita dagli esperti ormai un ectoplasma, è quella di intraprendere progetti specifici con gruppi di Stati, abbandonando quindi l’idea fallimentare di un’iniziativa generica, che non contemplava singoli progetti regionali. Alcuni esperti lo sottolineano, ma nessuno dei ministri degli Esteri lo dice apertamente: dietro questa nuova prospettiva ci sarebbe proprio la volontà di tenere fuori Israele da questa iniziativa. Ma comunque sia l’esperienza fatta finora delle politiche a patrocinio francese degli europei verso il Mediterraneo non fanno esattamente ben sperare per il futuro.
