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ieri, oggi e domani

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1 mar 2011

L’impotente.





Show. Il Cavaliere rispolvera un altro classico: il complotto delle istituzioni. «Il Quirinale mi rimanda indietro le leggi, i giudici di sinistra me le bocciano». Ma non si pensi che il governo sia l’unica vittima: «Gli arbitri comunisti hanno fatto perdere due scudetti al Milan». Sull’alpino morto in Afghanistan: «Mi chiedo se serve il sacrificio». 




Ha detto che ora «una campagna elettorale sarebbe dannosa».

Eppure, quello di ieri era un Silvio Berlusconi modello ’94, all’attacco di tutti e tutto, giudici, opposizione, Corte Costituzionale e anche il Quirinale che, sostiene il Cavaliere, sarebbe troppo puntiglioso. O, meglio, ad essere puntiglioso sarebbe lo «staff» del Quirinale, ed è un distinguo non da poco.
Già, perché non soltanto, almeno negli intendimenti di Palazzo Grazioli, serve a preservare la fragile tregua con Napolitano, ma, soprattutto, rinvia alla recente polemica sul Milleproroghe e serve al Cavaliere per far capire che Palazzo Chigi ascolta la voce del Colle ma non ci sta a dare la sensazione di essere commissariato.

Fatto sta, però, che quello che emerge a fine giornata dalle parole del premier è l’annuncio di un programma politico che sembra voler indebolire tutti i poteri dello Stato per rafforzare soltanto quello dell’Esecutivo.
Era atteso in tribunale, ieri, Silvio Berlusconi. Non si è fatto vedere, ma era scontato. Se però in tribunale è risultato contumace, la sua voce si è fatta sentire forte e chiara nel resto del Paese. Non ha risparmiato i magistrati che lo attendevano in aula, e anche questo ormai lo si può dare per scontato; ma ieri è andato oltre: non ha risparmiato nessuna delle istituzioni e degli altri poteri contemplati dalla Carta costituzionale. Soprattutto, non si sono salvati i poteri di garanzia, la Corte Costituzionale e il Quirinale, i quali di norma non dovrebbero essere trascinati nel vivo della battaglia politica, per la delicatezza del ruolo che svolgono.

Ebbene, ieri anch’essi - e però non era la prima volta - sono stati investiti dalla furia del presidente del Consiglio.
Ha iniziato presto, Berlusconi e ha proseguito anche con qualche battuta come quella sugli arbitri comunisti che avrebbero fatto perdere due scudetti al Milan. Battute a parte, il Cavaliere ha insistito sempre sullo stesso tasto: il presidente del Consiglio, ha sostenuto il premier, non ha poteri. E, per attaccare, ha tirato in ballo addirittura i «padri costituenti» i quali, ha detto, per evitare il rischio di un altro regime dopo il Ventennio, «hanno distribuito il potere fra il Parlamento, il Capo dello Stato e la Corte Costituzionale e hanno privato di ogni potere il presidente del Consiglio, che è imbrigliato e può solo suggerire».

È per questo, dunque, che «quando il governo decide di fare una legge» - e la involontaria sostituzione della parola «decreto» con «legge» dovrebbe già mettere in sospetto - questa vede l’intervento anche del Quirinale perché deve passare il vaglio «di tutto l’enorme staff» che circonda il Capo dello Stato.
«Se al capo dello Stato o al suo staff non piace una legge - ha insistito - torna indietro alla Camera e al Senato». Ma non è tutto. Non soltanto il Capo dello Stato, ha detto ancora Berlusconi, può bloccare l’iter di una legge, ma lo stesso possono fare i «giudici di sinistra ai quali se la legge non va la impugnano e poi la Corte costituzionale la abroga». Ed ecco finalmente il punto: «serve una riforma» che renda più efficiente l’iter delle leggi perché, ha aggiunto, «abbiamo a che fare con un impianto istituzionale assolutamente imbrigliato», come anche sono «imbrigliati governo e presidente del Consiglio».

Poi, ce ne è anche per il Parlamento. Qui, ha proseguito il premier, «ci sono soltanto cinquanta, sessanta persone che lavorano: tutti gli altri stanno lì a fare pettegolezzi». E ancora: «Non si può stare dietro a 200 emendamenti al giorno», questo «è uno spreco di energia e professionalità incredibile». Ecco perché, tra le riforme c’è anche la riduzione del numero dei parlamentari.
Se tutto questo è vero, si deve però tenere nel debito conto la lettera, per così dire, del discorso che il premier ha svolto ieri. Come detto, il punto di partenza è quell’accenno allo «staff» del Quirinale che serve a Berlusconi per non mettere al centro dell’obiettivo direttamente Giorgio Napolitano. Piuttosto, è probabile che si alluda ancora alle concitate ore che hanno portato alla approvazione del Milleproroghe e alle osservazioni con le quali il Colle ha accompagnato la sua promulgazione. A dirlo fuori dai denti è una fonte molto vicina a Palazzo Grazioli la quale spiega che, «il maxiemendamento era stato inviato al Colle per avere un via libera informale, come si fa in questi casi anche se non è scritto da nessuna parte. Quel via libera era stato ottenuto». Poi, però, il centrodestra ha dovuto fare i conti con le osservazioni del Capo dello Stato. Insomma, a Palazzo Grazioli quello di Berlusconi sarebbe considerato non un attacco al Colle ma una punzecchiatura legata a un certo «interventismo quirinalizio nelle dinamiche tra governo e maggioranza». Detto altrimenti, Palazzo Chigi continuerà ad ascoltare il Colle, sempre che questo non finisca per dare la sensazione di un governo commissariato.

Alessandro Calvi