La nostra destra. Mentre a Francia, Germania e agli altri paesi Ue ricordiamo «l’obbligo morale e politico» di fare la propria parte nell’accoglienza, governatori e sindaci fanno di tutto per sottrarsi allo stesso obbligo. E la Lega insiste sulla surreale distinzione tra «clandestini» e «profughi».
Avete presente l’Italia che per bocca di svariati ministri, e su preciso mandato leghista, da giorni chiede all’Europa di suddividere tra tutti gli Stati membri il peso del flusso di migranti e profughi dal nord Africa?
Ebbene, è lo stesso paese che non fare riesce a fare al suo interno ciò che pretende dai suoi alleati europei.
Da ventiquattro ore le Regioni battibeccano tra loro e col governo centrale con un unico obiettivo: ridurre a zero (o quasi) il numero di profughi da accogliere sul proprio territorio. Spiace doversi appiattire su triti luoghi comuni, ma questa è proprio una storia all’italiana: mentre a Francia e Germania ricordiamo con indignazione «l’obbligo morale e politico» di fare la propria parte, Lombardia, Veneto, Campania e la stragrande maggioranza delle nostre Regioni (con qualche lodevole eccezione, vedi la Toscana) disconoscono il medesimo obbligo e avanzano giustificazioni, spesso oltre il limite della puerilità, per spiegare che da loro non c’è posto. Ci pensasse la regione vicina, il governatore terrone che fa il furbo (se a parlare è uno del nord) o il sindaco polentone che ci prova (se a parlare è uno del sud).
Mettiamo che l’Unione europea accetti ufficialmente la richiesta italiana per un piano preordinato di suddivisione dei flussi.
Si rischierebbe una situazione grottesca: una quota di migranti che prende ordinatamente la via dell’Europa, sistemandosi qua e là oltre le Alpi, e gli altri, che hanno avuto la sfortuna di toccare in quota all’Italia, fermi in blocco in chissà quale Lampedusa, aspettando che si consumi la polemica tra il nord che non vuole prendersi il fardello, con la motivazione che di fardelli ne sopporta già abbastanza, e il sud che si sfila a sua volta, sostenendo di non avere le risorse e di pagare già, per ragioni geografiche, il prezzo più alto dell’immigrazione.
Ma sarebbe una semplificazione addossare le responsabilità di questo desolante spettacolo solo all’egosimo dei mille campanili nazionali.
Le chiusure localistiche sono figlie legittime della cultura politica espressa dal governo - e in questo caso è d’obbligo scusarsi per l’uso del termine “cultura” - dove sin dall’inizio della legislatura è la Lega a dettare le linee guida in materia di d’immigrazione. Il Carroccio, già contrario all’intervento militare per impedire i massacri di Gheddafi, è oggi in prima fila a fomentare i niet dei nostri amministratori. Dipendesse tutto dal Carroccio, non solo l’Italia dovrebbe chiudere le porte a tutti i migranti in fuga dal caos nordafricano - i leghisti insistono sull’«accoglienza in mare», arrivando a evocare l’uso di fantomatiche «navi Onu» - ma sarebbe addirittura fuori dalla coalizione internazionale intervenuta in Libia. E lo sarebbe, se vogliamo tradurre in concetti chiari ciò che la destra non interventista si sforza spesso di abbellire in qualche modo, in nome di una strategia riassumibile nel concetto «si scannino tra di loro, questi beduini».
C’è un’ipocrisia, un egoismo e una malafede insostenibile nel modo in cui il governo sta affrontando la vicenda libica. Non basta che l’Italia sia l’unico paese entrato in coalizione senza che il primo ministro abbia sentito l’esigenza di mettere la faccia in Parlamento sulla decisione di fermare Gheddafi (al contrario, Silvio Berlusconi non perde occasione di ricordare quanto sia «dispiaciuto» per l’amico Colonnello e quanto di malavoglia sia stato «trascinato in guerra»).
Ci tocca anche assistere a un surreale e capzioso tentativo di distinguere in queste ore tra immigrati clandestini e profughi - i primi da respingere, i secondi da accogliere - come se questa distinzione avesse senso davanti ai moti che stanno scuotendo il mondo arabo. Non c’è esponente leghista che non si sia prodotto in una disquisizione accademica sul tema.
Come si faccia a tracciare una linea per separare i «clandestini» dai «profughi» non siamo riusciti a capirlo. Cosa dovremmo concludere, secondo i nostri parlamentari con pochette verde? Che i tunisini in fuga dal dopo Ben Ali sono «clandestini» mentre i libici in fuga dalla guerra «profughi»? E come distinguere i libici che cercano riparo perché coinvolti direttamente dal conflitto da quelli che partono semplicemente in cerca di nuova speranza? E se la situazione in Egitto tornasse agitata? Chi parte dal Cairo come andrebbe etichettato? Almeno su questo i governatori hanno trovato una soluzione: loro non prendono nessuno, e problema risolto.
Stefano Cappellini
