Nella Lega un regime stile Pol Pot. Storia vecchia.
L’accusa la pronunciò tredici anni fa un leghista importante, per quanto veneto, che rivendicando autonomia per il Veneto, venne immediatamente espulso dal partito di Bossi. L’ex leghista in questione si chiama Fabrizio Comencini, uomo che portava un filo di cultura politica sul Carroccio. Era un astro nascente: venne immediatamente abbattuto.
Continuò nella politica senza grandi fortune. Comencini è uno dei tanti leghisti che alzarono la testa e che finirono presto
azzoppati: Castellazzi, Franco Rocchetta, Manuela Manin, Luigi Negri, tra gli ultimi il vicentino Davide Lovat (per la rivelazione di un miracolo che aveva trasformato un terreno agricolo in terreno edificabile a tutto vantaggio di un boss padano).
Anche Miglio, l’ideologo degli inizi, lo studioso del federalismo, venne presto accantonato. Solo accantonato: era un professore e non sosteneva duelli al vertice.
Si riparla di espulsioni… quando il partito è in crisi, si trascina nella pestilenziale alleanza con Berlusconi, si divide su tutto.
Quando il “capo” conta meno e governa meno, lasciando per forza ma controvoglia spazio alle correnti, ai maroniani che rivendicano un ruolo più attivo e indipendente del partito, al “cerchio magico” di Calderoli, sempre più stretto a Berlusconi, mentre c’è una base che discute e che contesta, senza più speranze nelle rivoluzioni promesse da Bossi, immiserite in uno stanco federalismo che non vedrà mai la luce e in una targa affissa sui muri della Villa Reale di Monza, quella dei ministeri del Nord.
Si riparla di espulsioni e il dito è puntato contro Maroni, in primo luogo, poi contro il sindaco Tosi, il veronese che contesta le manovre governative e già mette la parola fine al film berlusconiano, poi i sindaci leghisti in blocco, diffidati dal partecipare alle manifestazioni dell’Anci, che non gradisce ovviamente i tagli di Tremonti. Di Maroni ha detto Bossi: «È amico mio da sempre».
Chiuso, a parole e per il momento, perché intanto la signora Bossi, e cioè, Manuela Marrone, avrebbe intimato al marito di cacciare Maroni e accoliti, gli altri eventuali traditori, oltre a Tosi, Fontana e Giorgetti, e intanto sul web imperversa da settimane Velinaverde, che si definisce «pagina di informazione per tornare alle origini della Lega Nord, a quella dura e pura di Bossi» e elenca malefatte di Maroni («Alì Baba e i quaranta Maroni insubri») e rappresenta in dettaglio il “sistema”, che il ministro avrebbe messo all’opera per controllare tessere e poltrone.
Saranno anche questi momenti di battaglia politica, ma il metodo è quello della insinuazione, della calunnia, eccetera eccetera.
Bell’aria sotto il Carroccio, che per l’altra parte si aggrappa al tandem Calderoli-Reguzzoni, con l’aggiunta di Rosi Mauro, più che vicepresidente del Senato ormai caritatevole guardiaspalle di Bossi (ha pure abbandonato Milano per avvicinarsi al capo, occupando una villa della ridente Gemonio), il “cerchio magico” che circonda Bossi e che la base non ama: sono loro, per definizione, i “poltronisti” per eccellenza, quelli che alla Lega hanno fatto sempre finta di biasimare in sommo grado.
Legato a Silvio, il partito di Bossi ha imboccato la china dell’autodistruzione.
Ma non è solo la conclusione del ciclo berlusconiano. La verità è che la base sociale della Lega è mutata o ha mutato orientamenti: artigiani, piccoli industriali della provincia italiana, redditi fissi, ceti sociali in difetto di rappresentanza, se ce l’hanno fatta, ce l’hanno fatta da soli, lontanissimi dai propagandistici traguardi indicati da Bossi: secessione, indipendenza, Padania, persino federalismo con questo governo, non promettono più niente e se verranno i cinesi a salvarci cadrà anche l’ultimo tabù leghista.
