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ieri, oggi e domani

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11 set 2011

La scappatella.



Nel giorno in cui dovrebbe essere sentito sul caso Tarantini il premier va a Bruxelles e Strasburgo. La procura: pazienza, lo ascolteremo più avanti. Bersani accusa: il Cavaliere si tolga di lì oppure ci porterà a fondo.
Alla fine il presidente del Consiglio riuscirà a non essere ascoltato dai giudici. Martedì prossimo Silvio Berlusconi volerà prima a Bruxelles, per incontrare il presidente del consiglio europeo, Herman Van Rompuy, e poi a Strasburgo per parlare con il presidente della commissione Ue, Josè Manuel Durao Barroso. 
Confronto evitato. 

Almeno per ora. I procuratori napoletani devono ascoltarlo come parte lesa in merito alle indagini sul reato di estorsione da parte dei coniugi Tarantini: il premier, secondo l’accusa, avrebbe pagato la coppia in cambio di silenzio sulla faccenda delle escort a Palazzo Grazioli. «Fisseremo un altro appuntamento - ha commentato il procuratore capo di Napoli, Giovandomenico Lepore - noi non possiamo rinunciare a sentirlo perché è parte lesa e la legge ci dice che dobbiamo farlo. Continueremo a cercare una data utile».


Per molti è evidente che il premier vuole evitare un confronto ritenuto rischioso, che potrebbe far emergere elementi scomodi che verrebbero usati contro di lui in altre inchieste. L’opposizione ne è più che convinta. «Berlusconi scappa dai giudici: il lupo perde il pelo ma non il vizio», ha affermato il portavoce dell’Idv, Leoluca Orlando. 

Dai fedelissimi di Berlusconi la risposta è unanime: «La situazione economica italiana e il confronto con l’Europa sono più importanti». Ma nella maggioranza la situazione è tutt’altro che tranquilla e il fantasma del “governo tecnico” di cui ormai si parla da tempo fa paura, nonostante le rassicurazioni del Cavaliere. «Noi siamo sicuri che resisteremo fino alla fine della legislatura», ha detto durante lo speciale di Porta a Porta sull’11 settembre. «Dopo la diaspora di Fini e dei suoi, abbiamo conseguito una nuova maggioranza che è politicamente molto più coesa e che ci dà delle speranze fondate di poter utilizzare questi 18 mesi per poter approvare tre manovre importanti: quella dell’architettura istituzionale dello Stato, quella della giustizia e la riforma del fisco», ha poi aggiunto.


Ma le parole non bastano. Ieri si è tenuto a Roma un vertice del Pdl con il segretario Angelino Alfano, i tre coordinatori La Russa, Bondi e Verdini, e il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi. Il presidente del Consiglio ha incontrato anche l’ex ministro della Difesa, Antonio Martino. Un colloquio fissato da tempo, voluto soprattutto per un confronto sulle riforme e forse legato all’intenzione dell’ex ministro di non votare la manovra. 

Martino non condivide molte scelte fatte dal premier negli ultimi tempi e proprio ieri ha commentato chiaramente: «Solo se tornasse allo spirito del ’94, sarebbe il candidato ideale alle prossime elezioni». E in effetti la questione della leadership è un tema ricorrente all’interno del partito e dell’intera coalizione: se c’è chi vede in lui l’unico candidato possibile per il 2013, c’è chi invoca sempre più spesso la necessità delle primarie. 

L’ultima a rilanciare l’idea è il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni. «Le primarie si devono fare comunque anche con Berlusconi - ha sottolineato - anche lui, se decidesse di candidarsi, deve sottoporsi alle primarie per la designazione del premier, quantomeno per ricevere il bagno di folla che merita». 

Insomma, anche l’ipotesi del ticket “Alfano-Letta” (il primo a Palazzo Chigi, il secondo al Quirinale), lanciata due giorni fa dallo stesso Berlusconi, dovrebbe ricevere il consenso della base.


Al momento, però, il tema centrale resta la manovra. Il testo approvato in Senato (che assicura Berlusconi: «non verrà più toccato») è ora al vaglio della commissione Bilancio alla Camera e lunedì approderà in Aula per essere licenziato nel giro di due o tre giorni. È ormai certo che verrà posto un nuovo voto di fiducia, ma il fatto che gli unici emendamenti approvati finora, 20 sui 366 presentati, siano tutti provenienti dalla Lega dimostra che le divergenze con il Carroccio, forse, non sono ancora tutte appianate.


E in un clima in cui tutta l’opposizione spinge sulla necessità di un cambio di governo («Berlusconi deve togliersi di lì o ci porterà a fondo», ha urlato ieri il segretario del Pd, Pierluigi Bersani), fra i centristi cresce sempre di più la convinzione di poter avere un ruolo chiave nel prossimo futuro. «Il Terzo polo è il perno di qualunque alternativa di domani - ha detto Francesco Rutelli, presidente di Api - se usciremo da questo incubo inconcludente del berlusconismo, sarà la forza promotrice di nuove alleanze, con giovani e facce nuove». 

Chiare anche le parole del leader dell’Udc, Pierferdinando Casini: «Un passo indietro deve farlo il presidente del Consiglio, ma deve farlo anche l’opposizione che non può salvarsi la coscienza solo proponendo a Berlusconi di andarsene via: noi dobbiamo essere disponibili a concordare con lui e il Pdl l’agenda di fine legislatura perché insieme si realizzi un grande sforzo di pacificazione nazionale. 
Serve un governo politico con le migliori energie del Paese».


E proprio ieri è arrivato il richiamo del Capo dello Stato che ha invitato tutti a ritrovare «una forte coesione nazionale e sociale nell’interesse del Paese».