Il leghismo bossiano, sorto agli inizi degli anni '80, è, all'inizio, un'esperienza politica «laica» o, forse meglio, «secolarizzata».
Le questioni religiose sono completamente estranee alla sua riflessione e ai suoi interessi. La Lega Nord si è posta fin dal suo sorgere in un’ottica etnocentrica, con l'obiettivo di creare una “Padania indipendente”, come recita l'art. 1 del suo statuto attualmente in vigore.
Le implicazioni xenofobe, secessioniste e anche razziste di tale posizione, già all'inizio degli anni Novanta fecero entrare il movimento in rotta di collisione con varie organizzazioni ecclesiali, con diversi vescovi, con la Cei e addirittura con il papa Giovanni Paolo II. E' stato uno scontro senza esclusione di colpi. Solo dopo aver notevolmente accresciuto i propri consensi anche tra i cattolici, la Lega Nord fu costretta a fare i conti con la religione cattolica. Lo fece negando valore al Concilio Vaticano II e collocandosi vicino alle posizioni tradizionaliste del vescovo scismatico Lefebvre e dei suoi seguaci.
Questo tuttavia non ha impedito a Bossi e a diversi altri esponenti leghisti, anche su tale questione, di «mettere insieme gli opposti», propugnando in modo ricorrente, soprattutto negli anni '90, il protestantesimo contro la «chiesa romana».
Un tratto tipico di Bossi e della Lega è sempre stata la mancanza totale di ogni «timore reverenziale», di ogni rispetto per le autorità e per le istituzioni, comprese quelle religiose. Per sostenere nel modo più forte le proprie posizioni, essi hanno sempre usato, in modo spregiudicato, un linguaggio molto «contundente». Nei confronti del papa e della chiesa, in particolare, la Lega e i suoi leader hanno frantumato tutte le consuetudini. Non c’è esempio, neppure nei momenti più caldi della polemica politica del dopoguerra, di un modo così «disinibito» di parlare di loro.
Per trovare qualcosa di simile bisogna risalire alle lotte per l’unità d’Italia e agli aspri conflitti che opposero gli anticlericali dell’Ottocento allo Stato pontificio e alla Chiesa cattolica.
Già nel '93 i termini del rapporto tra Lega Nord e Chiesa cattolica erano tutti definiti: aperto conflitto sulle questioni dell'unità del Paese e della solidarietà nei confronti degli immigrati, ma contemporaneamente vicinanza di posizioni sui temi etici e dell' “identità religiosa”. Le tematiche etiche e “religiose” sono sempre state subordinate al fine principale del movimento, la costituzione appunto della Padania come stato indipendente, fondato su un'identità etnica e “culturale” di cui la religione stessa è strumento e parte. Nel corso degli anni il cattolicesimo fu sostenuto dal movimento bossiano via via sempre più apertamente, ma solo a condizione che si piegasse a questo ruolo. Se, in altri termini, avesse accettato di “padanizzarsi”. Altrimenti fu combattuto, come detto, in modo molto aspro.
Un altro terreno di scontro tra il movimento bossiano e la Chiesa si era aperto almeno dal 1996, quando la Lega Nord aveva inteso connotare in modo nuovo la sua opposizione all'immigrazione. La «solita» denuncia del pericolo dell’«invasione» straniera, aveva assunto infatti anche il carattere «religioso» di lotta contro gli islamici. Lo scopo era di accrescere l’effetto-paura, rendendo più forte il ruolo che la Lega si attribuiva di «garante della sicurezza» con cui presentarsi agli elettori. Tale ruolo, però, non era esclusivo della Lega.
L’intero centrodestra intendeva svolgerlo. Ma il movimento bossiano, di proprio, ci aggiunse anche la connotazione etnico-religiosa. La lotta contro gli islamici era segno di quella contro gli immigrati tutti ma, in più, anche dell’identità della «nazione» e della sua religione che andava salvaguardata. A riprova di questo, la Lega, a partire da Bossi, aveva cominciato a richiamarsi alle «radici cristiane» e al cattolicesimo. Assieme al secessionismo, la difesa dell’identità religiosa divenne elemento fondante della «diversità» leghista.
La religiosità di cui si è fatta promotrice la Lega Nord soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni '90, è qualcosa di particolare. Il movimento bossiano, infatti, ha tentato di costruire un’altra religione su cui basare l’identità del nuovo popolo e del nuovo stato che intendeva realizzare. Per raggiungere questo scopo è ricorsa dapprima a una mitologia “celtica” fantastica e di scarsa presa effettiva, e in seguito – senza mai abbandonare la precedente – a una rivendicazione di «cattolicità» tradizionalista e anticonciliare. L’intento era ed è quello di togliere alla chiesa la sua influenza sulla gente nei territori che la Lega rivendica per sé, svuotando o riducendo la forza di quel sostrato spirituale e culturale su cui, in effetti, si era attuata l’unità del paese. La chiesa andava da una parte “assorbita”, anche inserendosi nella capillare struttura di parrocchie che costituisce sul territorio un vero «contropotere» rispetto alla Lega, e dall’altra scontrandosi direttamente coi suoi vertici su tutte le questioni che risultavano irriducibili alle proprie.
Tutto questo senza rinunciare a esaltare le ormai consuete mitologie celtico-pagane. Per la Lega non c'è alcuna contraddizione tra le due dimensioni religiose: celtismo e cattolicesimo tradizionalista e “fondamentalista” sono infatti entrambi parti costitutive della “religione civile” padana, elemento di identità da una parte e di esclusione (e lotta) contro il diverso, islam in primo luogo, dall'altra. Il “Dio Po” e il cristianesimo possono tuttavia stare insieme solo nella dimensione di una religione “civile”, in cui sono assenti i contenuti di fede. Come da varie parti è stato sottolineato, il cristianesimo leghista è “senza Cristo”, e senza Vangelo.
Dalla relazione che Paolo Bertezzolo ha tenuto al convegno "Il fenomeno Lega. Nascita, ascesa (e declino?) di una forza politica nuova", organizzato da Historia Magistra a Torino tenuta oggi giovedì 22 settembre.
