.

.

ieri, oggi e domani

ieri, oggi e domani
.

.

.


__________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

9 mar 2011

.

Tina Brown, direttrice di Newsweek: “Bunga bunga, 
le italiane si ribellano. Era ora”.



La direttrice di Newsweek: "Berlusconi vi umilia, è fuori controllo". E sulle parlamentari in difesa del premier: "Scioccante che le deputate Pdl sostengano in tv che il loro capo faccia la carità a povere ragazze". Su Obama: "Gli converrebbe avere alleati che governano bene, non che controllano tutti i media".


La casta si salva: non si procede 
per Lunardi, Sgarbi e Pecoraro Scanio.


4 mar 2011

Un milione e mezzo a Ferrara. Soldi nostri, mica di B.




Prodi: io, tra Gheddafi e l'Europa.



Studenti in piazza il 12 marzo: “Siamo stanchi del Governo”.




Di nuovo in piazza. L’onda ritorna. Per manifestare in difesa della Costituzione e contro gli attacchi alla scuola pubblica. Crescono le adesioni alla manifestazione del 12 marzo. Le parole d’ordine sono rabbia e indignazione. I motivi? Le parole di Berlusconi sulla scuola pubblica. I continui strappi provocati dal premier al tessuto istituzionale del Paese. Una riforma universitaria di fatto inapplicata e che trascina nel caos gli atenei italiani. E, soprattutto, le continue distorsioni che le scelte del governo imprimono al dibattito sull’istruzione.

Verso il 12 marzo. Tra le adesioni alla manifestazione del 12, quella della Rete degli Studenti. “Le ultime dichiarazioni del presidente del Consiglio sulla scuola pubblica sono sconcertanti. Siamo stanchi di sentire continuamente Berlusconi e i suoi ministri attaccare la scuola e l’università pubbliche”. Ancora: “Come studentesse e studenti e come cittadini crediamo che sia arrivato il momento di smetterla, da mesi continuiamo a mobilitarci e il 12 marzo saremo di nuovo in piazza, per difendere la dignità e diritti dell’Italia”.

I docenti di Diritto e Economia. E anche i professori scenderanno in piazza con i loro alunni. L’adesione alla manifestazione del 12 arriva dai docenti di Diritto e Economia. Che esprimono “la più ferma indignazione per le espressioni offensive, non rispondenti al vero e generalizzatrici usate dal Presidente del Consiglio nei confronti dei docenti della scuola pubblica statale”. Non manca un pro memoria al premier: “Ricordiamo a Berlusconi che per essere uomo di Stato non servono le autodefinizioni celebrative ma comportamenti privati e pubblici coerenti con la funzione di cui si è investiti. Uno statista difende anzitutto lo Stato che rappresenta e le istituzioni, come la scuola, attraverso cui esso esplica la sua primaria funzione di servizio”.
Partigiani. Tra i tanti che manifesterenno anche i ragazzi della Federazione degli Studenti. “Scenderemo nelle piazze di tutta Italia per difendere i nostri diritti, per far sentire la nostra voce di giovani che credono in un’Italia migliore di quella berlusconiana”. Poi la critica al presidente del Consiglio, ai suoi “continui attacchi” che minano istituzioni. E la dichiarazione d’intenti: “Ci definiamo Partigiani della Conoscenza e del sapere pubblico, liberiamo di nuovo l’Italia”.
La scuola non è un feticcio. Calibrate e dure anche le affermazioni che arrivano dall’Unione degli Studenti. C’è insofferenza. Per un dibattito sulla scuola che non affronta mai i problemi con cui gli studenti hanno a che fare tutti i giorni. “Sono mesi che proponiamo idee e pratiche di partecipazione. E tutto ciò viene totalmente eluso”. Ancora: “Il tema non è, quindi, se gli studenti si mobiliteranno il 12 marzo. Il tema è se il 12 marzo la scuola pubblica sarà elemento di difesa costituzionale o se sarà un feticcio, un’ulteriore chiave per parlare di quanto Berlusconi sia in grado di governare o meno e non di come trasformare i luoghi della formazione”.
I collettivi. Proposte arrivano anche dai collettivi universitari. Come quelli riuniti nel network Atenei in Rivolta: “Come studenti non possiamo rimanere indifferenti. Vogliamo schierarci in difesa della scuola e dell’università pubblica, come in tanti stanno facendo anche grazie all’appello promosso da Repubblica”. Infine, l’idea di una grande manifestazione “che risponda al grido di rivolta che attraversa il Mediterraneo e che mostri come anche qui nel nostro paese, in Europa, è possibile riprendere in mano il proprio presente in nome di un futuro diverso”.

La ragazza a cui è appesa la sorte del governo della settima potenza mondiale è molto di più: sovrappone due epoche, compie una parabola, ricuce il prima e dopo Berlusconi. E durante.




Berlusconi teme un plebiscito contro di lui e fissa il referendum il 12 giugno.




L'opposizione attacca: "Soldi sprecati solo per sfuggire al voto sul legittimo impedimento"
Ci penserà il calendario ad affossare i referendum. E’ questo il senso della scelta fatta oggi dal consiglio dei ministri. “Ho comunicato la decisione di firmare nei prossimi giorni il decreto per l’indizione delle elezioni amministrative il 15 e 16 maggio” ha spiegato il ministro dell’Interno Roberto Maroni nel corso di una conferenza stampa. Il cdm, ha aggiunto il ministro, non ha ancora deciso la data per i referendum, Maroni ha tuttavia precisato che la data più probabile è quella del 12 giugno, due giorni dopo la chiusura delle scuole, e giusto tre giorni prima della chiusura della finestra utile per il voto, il 15 giugno.

Quanto alla motivazione della separazione, Maroni si è giustificato invocando “una tradizione”. Tradizione o meno, la scelta di scorporare le date elettorali suona come l’ennesimo favore al presidente del Consiglio Berlusconi. Il premier teme infatti che la chiamata alle urne diventi un plebiscito pro o contro il suo governo. Peggio, contro la sua persona.

Oltre ai due referendum sull’acqua pubblica e a quello sul nucleare, infatti, nella tornata elettorale ci sarà anche il voto referendario sul legittimo impedimento. Il quesito voluto dall’Italia dei Valori, in realtà, vale poco o niente dal punto di vista formale, dopo che la Consulta ha di fatto svuotato la legge con la decisione di gennaio. Ma ha un grande valore dal punto di vista simbolico e comunicativo. Per Berlusconi sarebbe infatti una caduta di proporzioni devastanti se l’opposizione riuscisse a portare alle urne il 51% degli italiani. Il premier voluto dal popolo, che governa in nome del popolo e sfugge alla giustizia sempre in nome del mandato popolare si ritroverebbe di fatto sfiduciato dalla maggioranza degli elettori.

Molto peggio di una semplice sconfitta elettorale alle amministrative che chiameranno al voto non più di 18 milioni di elettori, Berlusconi si ritroverebbe di fronte al giudizio di almeno metà del Paese. Con buona pace della retorica che in questi giorni anima la difesa ad oltranza portata avanti dalla sua maggioranza parlamentare, quindi, il governo sceglierà il vecchio adagio di craxiana memoria. “Andate al mare” disse nel 1991 il leader del Psi di fronte al referendum voluto da Mario Segni sulla legge elettorale. Si sa come andò a finire. Per Berlusconi, del resto, i dati continuano ad essere sconfortanti. Il caso Ruby ha picchiato duro sul suo consenso. E se l’opposizione non riesce, almeno nelle intenzioni di voto, ad acciuffare nuovi voti, per il premier è una continua emorragia di gradimento personale. Lui stesso, due giorni fa si è trovato a dire: “Il 51% degli italiani è con me, il 49% mi detesta”.

In ogni caso, sottolinea l’opposizione, la tradizione che Maroni vuole rispettare è decisamente costosa per le tasche dei cittadini. ”Dire no all’election day – ha commentato il capogruppo alla Camera del Pd, Dario Franceschini – significa buttare dalla finestra 300 milioni di euro in un momento di crisi economica per le famiglie e i lavoratori”. Franceschini va diritto al punto: “Il governo ha anticipato il no alla nostra richiesta di election day unicamente per impedire che il referendum sul legittimo impedimento raggiunga il quorum”. Il capogruppo Pd ha ricordato che tra due settimane in aula alla Camera si voterà la mozione da lui presentata per impegnare l’esecutivo all’indizione dell’election day: “Lì vedremo chi ha a cuore i processi del premier e chi invece le tasche dei cittadini italiani”.

Sulla stessa linea il segretario dell’Idv Antonio Di Pietro: ”Il Governo è impaurito, truffaldino e anche un pò ladro poiché, decidendo di mandare a votare gli elettori una settimana dopo l’altra, spende il doppio dei soldi quando, invece, potrebbe concentrare il tutto nella stessa settimana. Questo – prosegue Di Pietro- con l’unico scopo di impedire ai cittadini di andare a votare una sola volta e raggiungere così il quorum su tre temi fondamentali: l’acqua, il ritorno al nucleare e, soprattutto, il legittimo impedimento. Con quest’ultimo quesito i cittadini potranno decidere se tenersi ancora il sultano di Arcore che si fa le leggi ad personam e non nell’interesse degli italiani”.

Dai comitati promotori dei referendum arriva invece la richiesta di ripensamento. Associazioni ambientaliste e promotori presidiano, con banchetti e striscioni, l’area davanti a Montecitorio. Tra le sigle presenti, Legambiente, Wwf, Lipu, Greenpeace e Fare Verde. “Siamo qui per chiedere l’accorpamento del voto per i due referendum con le elezioni amministrative che si dovranno tenere a maggio – spiega Paolo Cassetti, del Comitato referendario ‘Due sì per l’acqua bene comune’ – per garantire la partecipazione popolare al voto e il contenimento della spesa pubblica”. Chiedendo l’accorpamento con le amministrative 2riprendiamo la proposta dello stesso ministro Maroni sul risparmio dei costi fatta nel 2009 per il referendum costituzionale”, continua Cassetti. Vincenzo Miliucci del Coordinamento antinucleare aggiunge: “Noi chiediamo che di fronte a un voto che coinvolge 56 milioni di italiani, come quello del referendum, sia più importante delle elezioni amministrative che riguardano invece 18 milioni di italiani. Mentre il ministro Maroni invece vuole rimandarlo alle calende greche dicendo che si andrà a votare a giugno”.

3 mar 2011

L'Italia non investe in istruzione. 
Ocse: "Spesa per scuola a ultimi posti tra i Paesi industrializzati".


Così Berlusconi ha svenduto la dignità italiana.




Diciamoci la verità: quanti di voi sono riusciti a scandalizzarsi, a provare un innaturale schifo nel vedere Silvio Berlusconi con il fazzoletto verde? Per il sottoscritto non servirebbe rivedere le foto delle gentili signore a casa Elkann, delle amiche di Marrazzo o delle scolarette di Arcore per poter arrivare a tanta vergogna. Vergogna, sì; vergogna nel vedere vessilli di un partito chiaramente secessionista sventolati nel Parlamento italiano come se ci si trovasse in una Curva Nord dell’Olimpico di Roma qualunque. Non solo, il famigerato fazzoletto verde che ogni buon leghista porta sempre all’occhiello, specie se ministro, ce l’aveva addosso il Presidente del Consiglio, a 150 anni dall’Unità d’Italia. Di questi tempi 150 anni fa i patrioti italiani, stavano ancora combattendo le forze borboniche nel sud e già si erano svolte le elezioni per il Parlamento del Regno d’Italia, Parlamento che oggi ha visto inneggiare il vessillo verde dei secessionisti padani. Nulla di così scandaloso se fosse stata mano leghista, come già si era visto in passato, come siamo abituati appunto dai ministri del Carroccio, è però inaccettabile che sia il Premier di noi tutti a dare sfoggio di questo simbolo, così stridente in questo particolare anno, che ha già risaltato scarso patriottismo e scarsa unità nazionale in un anno così importante, come il caso della decisione del Consiglio regionale lombardo.
Il federalismo municipale doveva passare “o sennò cade il governo” aveva tuonato Maroni. E Silvio, già baciamano del colonnello Gheddafi, non ha voluto risparmiare a noi Italiani, con la I maiuscola, l’onta e l’umiliazione di mettersi all’occhiello il fazzoletto verde, di darci questo ulteriore schiaffo morale. Proviamo a immaginarci Zapatero con il vessillo di Euskadi ta Askatasuna all’occhiello… Questo è il prezzo che un italiano, al suo centocinquantesimo compleanno, deve pagare per far sì che il suo Presidente del Consiglio rimanga in vita.
La cosa negativa è che ormai è certo che la politica italiana sia imperniata sulla Lega Nord, come se avesse sostituito quella che era la Democrazia Cristiana nel ruolo di partito centrale, anche se la Dc era d’ispirazione centrista e non xenofoba e secessionista; perché se Sparta fa cose inconsulte, Atene sorpassa a destra.Sto parlando del segretario del Pd Bersani, che avrebbe fatto vo,entieri il federalismo con la Lega qualora avesse fatto saltare il governo. Il senatùr però non è pirla (cit.) e sa stare con chi garantisce per lui, assommando però un consenso politico e una legittimazione non di poco conto.
Noi italiani oggi abbiamo festeggiato questo, lo svilimento più che totale della nostra patria, della nostra unità, in barba a Giuseppe Garibaldi, Camillo Benso Conte di Cavour e tutti gli altri patrioti del Risorgimento. Abbiamo visto spendere la nostra dignità per mantenere in vita un governo del (non)fare, troppo concentrato a risolvere le scaramucce giudiziarie di Berlusconi per legiferare, per interessarsi dei problemi reali del paese. A questo è valso il sacrificio dei nostri avi e lo festeggiamo degnamente oggi; buon compleanno Italia.
Il forte si mesce col vino nemico;

Col novo signore rimane l’antico;

L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.

Dividono i servi, dividon gli armenti;

Si posano insieme sui campi cruenti 

D’un volgo disperso che nome non ha.

Niente Election Day: si butteranno 350 milioni di euro.


Federalismo per l’Impunità. Una giornata nera per l’Italia e per la democrazia.




Il Federalismo Municipale passa alla Camera dei Deputati con 314 voti favorevoli, 291 contrari e 2 astenuti. Il premier si è presentato con un fazzoletto verde nel taschino, i deputati leghisti hanno sfoderato fuori bandiere leghiste, secessioniste, calpestando la dignità dell’Italia, delle Istituzioni, degli Italiani. La Lega Ladrona ha avuto il suo bottino, l’Unità d’Italia frutto di migliaia di giovani che hanno dato la vita per ottenerla; e il Presidente del Consiglio, Cavalier Silvio Berlusconi, chiamato a difendere la dignità del popolo italiano e le istituzioni repubblicane, ha svenduto ad un manipolo di rozzi ignoranti il patrimonio politico, culturale e sociale dell’Italia semplicemente per garantirsi l’impunità dai processi. Questa è una giornata nera. Per l’Italia, per la democrazia.
Ma soprattutto per noi giovani italiani.

"Gheddafi spara con armi italiane": il dossier che smentisce il governo.