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ieri, oggi e domani

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25 mag 2011

“Me ne vado, non voglio condurre un Tg che nasconde le notizie”.




25 maggio 2011 - Elisa Anzaldo scrive a Minzolini: trovatevi un’altra conduttrice, io non ci sto più.

La lettera compare sulla bacheca del direttorissimo prima dell’edizione delle venti; è firmata Elisa Anzaldo, ed è un bis visto che la conduttrice dell’edizione notturna del Tg1 aveva già espresso la stessa decisione ad aprile, salvo farla rientrare dopo un colloquio con il direttore: “Non posso più rappresentare un telegiornale che ogni giorno rischia di violare i più elementari doveri dell’informazione pubblica come equilibrio, correttezza, imparzialità e completezza dell’informazione. Per motivi professionali e deontologici non ritengo più possibile mettere la faccia in un tg che fa una campagna di informazione contro” qualcuno. Del caso parla Alberto D’Argenio su Repubblica:
E giù con l’elenco delle news censurate per far piacere al Cavaliere. Non solo l’oscuramento del Rubygate, ma anche l’aver ignorato lo scandalo dei manifesti sui pm brigatisti, la proposta di un deputato del Pdl di cambiare l’articolo primo della Costituzione o il nuovo caos rifiuti a Napoli (trattato solo quando l’esecutivo ha mandato l’esercito). Tutte notizie scomode per il governo che – denuncia la giornalista – non sono state raccontate, o sono state raccontate solo in parte, al pubblico del telegiornale dell’ammiraglia Rai. La richiesta della Anzaldo, noto mezzobusto dell’uno, era già arrivata a Minzolini lo scorso 19 aprile. Allora il direttore non aveva accontentato la conduttrice. L’aveva ricevuta e le aveva spiegato perché un lungo elenco di notizie delle quali aveva denunciato l’oscuramento lui non le considerasse tali, ovvero notizie. Quindi ringrazia il direttore «per avermi spiegato il perché non consideri notizia quelle che io invece ritengo tali e come me molti mezzi di informazione». Clamoroso il caso-Lassini, che per giorni ha dominato le prime pagine dei quotidiani e lo spazio di molti altri tg. O la polemiche sulle spiagge in concessione per 90 anni, provvedimento sul quale il governo ha dovuto fare retromarcia.
Di qui la  decisione:
Tutti motivi per cui la Anzaldo chiede di non andare più in video a condurre, compito che per un telegiornalista equivale a firmare l’intero prodotto. La Anzaldo ha deciso di rendere pubblica la richiesta di lasciare l’incarico dopo l’intervista monologo rilasciata al Tg1 venerdì scorso da Berlusconi e costata più 250mila euro di multa alla rete. Proprio dopo questo episodio sulla bacheca del telegiornale erano comparsi numerosi post-it di giornalisti scontenti per l’operato del direttore ma poi il Comitato di redazione si è spaccato: Attilio Romita non ha firmato la richiesta di concedere pari tempo a tutte le forze politiche e di garantire il pluralismo. Insomma il rispetto delle regole imposte dalla par condicio in campagna elettorale. Ad ogni modo oggi il Comitato di redazione oggi riceverà la Anzaldo e poi discuterà il suo caso con il “direttorissimo” Minzolini.
Tutta la nostra stima alla Anzaldo: perché ne va applaudito il coraggio, soprattutto in confronto a tutti quei colleghi che pensano le stesse cose, ma davanti al direttorissimo non hanno il coraggio di aprire bocca.

24 mag 2011

Chi vuole la moschea a Milano? Il PdL. Ecco la prova.




24 maggio 2011 - Lo dimostra un ordine del giorno presentato ormai due anni fa.

Probabilmente, al tempo, pensavano fosse una buona idea. Poi, recentemente hanno deciso che non valesse più la pena: eppure allora sembravano molto convinti, visto che hanno addirittura posto in votazione la cosa, ricavandone addirittura l’unanimità del consiglio comunale di Milano. Parliamo del PdL, gruppo consiliare di Palazzo Marino, che nel 2009, nell’ottobre, per la precisione, presentò un ordine del giorno che impegnava la giunta a…costruire una moschea a Milano.
PROPOSTA PDL Tutto nero su bianco, ovviamente, disponibile negli atti pubblici del comune capoluogo lombardo, nonchè ovviamente negli archivi video delle sedute consiliari, cosicché nulla possa essere lasciato al caso. L’ordine del giorno in questione circola ormai da qualche ora sul web e reca come primo firmatario il consigliere del PdL Michele Mardegan, che del gruppo del partitone berlusconiano a Milano è vice-capogruppo vicario e presidente della commissione Cultura a Palazzo Marino. Lo spirito dell’ordine del giorno che l’aula ha approvato con voto unanime è molto semplice, talmente semplice che Giuliano Pisapia sembra averlo copiato, poi, nel suo programma di governo per Milano. Siccome, dicono Mardegan, Brandirali, Fidanza ed altri esponenti PdL firmatari del documento (molte firme non sono comprensibili); siccome dicevamo non è accettabile che Milano sia piena di moschee clandestine, tanto vale costruirne una, bella grossa (“con ampio spazio parcheggi”) e chiudere qui la questione.
ECCO IL TESTO L’ordine del giorno in questione è stato dunque approvato all’unanimità dal comune di Milano, ma è stato proposto, allora, dal PdL cittadino. Lo stesso che ora denuncia ai milanesi il pericolo Pisapia, che vorrebbe far diventare Milano una “città islamica” – basti vedere lo spot anti-Pisapia diffuso dalla Lega in questi giorni – che sarebbe a favore della “società multietnica” e, appunto, della “Grande Moschea”. Una proposta, lo vediamo chiaramente, che Pisapia potrebbe a questo punto aver preso dall’ordine del giorno del PdL.



IL CENTROSINISTRA – Sul tema abbiamo interrogato il capogruppo del centrosinistra a Palazzo Marino, Pierfrancesco Majorino. La moschea, o le piccole moschee, è e sono state l’oggetto di diverse iniziative sempre promosse dal PDL, in particolare dal consigliere comunale Brandirali, già assessore. Iniziative che noi abbiamo sempre sostenuto convinti che si debba procedere alla massima regolarizzazione di una situazione che oggi è esplosiva poichè cresciuta nella illegalità. Anche Roberto Formigoni, tempo fa, si disse d’accordo con una simile prospettiva contenuta anche nel PGT di Masseroli-Moratti. Posto che per me la “moschea” non è certo la priorità per Milano noi non cambiamo idea perchè ci sono le elezioni tra quattro giorni, per poi tornare a modificarla successivamente.
Abbiamo contattato anche il consigliere Mardegan dal quale attendiamo risposta.
Edit. Ecco la risposta del consigliere Mardegan, che nega che nell’ordine del giorno ci sia scritto che il PdL sostiene la grande Moschea a Milano. 















































         
E’ falso. basterebbe leggere l’ordine del giorno per capirlo. Non solo viene espressa la contrarietà alla costruzione della grande moschea ma viene anche detto che per la realizzazione di luoghi di culto di religioni che non intrattengono rapporti con lo stato italiano, quali l’islam, è necessaria una legge che stabilisca alcune regole come il rifiuto del terrorismo, il rispetto di tutti i nostri principi costituzionali come la parità fra uomo e donna, l’iscrizione degli iman in appositi albi etc. La lega ha presentato proprio oggi un disegno di legge che ripercorre il mio odg.




Il partito più grande e quello dei poveri. Sono 15 milioni gli italiani a rischio povertà.




24 maggio 2011 - Il quadro fornito dall’Istat sulla situazione economica e sociale del nostro Paese è assolutamente devastante. La grande recessione ha colpito duro un tessuto già sfibratosi dopo un decennio di bassa crescita, tanto che 15 milioni di italiani sono a rischio povertà.

Circa un quarto degli italiani (il 24,7% della popolazione, più o meno 15 milioni)sperimenta il rischio di povertà o di esclusione sociale”. Si tratta di un valorerileva l’Istatsuperiore alla media Ue che è del 23,1%.Il rischio povertà riguarda circa 7,5 milioni di individui (12,5% della popolazione). Mentre 1,7 milione di persone (2,9%) si trova in condizione di grave deprivazione si trova 1,7 milione (2,9%) e 1,8 milione (3%) in un’intensità lavorativa molto bassa. Si trovano in quest’ultima condizione l’8,8% delle persone con meno di 60 anni (6,6% contro il valore medio del 9%). Solo l’1% della popolazione (circa 611 mila individui) vive in una famiglia contemporaneamente a rischio di povertà, deprivata e a intensità di lavoro molto bassa. Nelle regioni meridionali, dove risiede circa un terzo degli italiani, vive il 57% delle persone a rischio povertà (8,5 milioni) e il 77% di quelle che convivono sia col rischio, sia con la deprivazione sia con intensità di lavoro molto bassa (469 mila).
Un quarto della popolazione, 15 milioni di italiani su 60 milioni di cittadini. Nessun partito italiano, durante la cosiddetta II Repubblica, ha mai raccolto così tanti voti. La formazione politica più importante, se esistesse, sarebbe dunque quella delle persone povere o a rischio indigenza.
Una situazione drammatica, peggiore rispetto alla media Ue, che deve interrogare tanto su un problema così grave quanto sulla scarsa, o nulla, rappresentanza di queste persone. Difendere i poveri non fa bello, non è adatto al marketing politico e certo non buca lo schermo. La facciata, però, dell’ipocrisia nazionale su questo tema è sempre più decrepita.

Il grande imbonitore 2008 ripeteva sorridente: “Spendete italiani! Va tutto bene!” (per lui sta andando ancora alla grande tra interessi pubblici e privati). La Lega, gattona, lo ha lasciato delirare tenendolo sotto ricatto per ricavarne poltrone ed interessi personali. 

Il vento però... 

23 mag 2011

I ministeri di Milano ladrona.




23 maggio 2011 - Il centralismo è stato uno dei più grossi difetti del percorso unitario dell’Italia. Probabilmente indispensabile all’inizio, la concentrazione dei poteri statali nell’ entità centrale  ha sempre costituito un problema penalizzante per tutti i territori, settentrionali, centrali o meridionali.

La proposta della Lega di avere ministeri a Milano appare però solo l’ennesima puntata della vuota propaganda padana.

Delocalizzare un paio di dicasteri avrebbe l’unico effetto di aumentare la spesa pubblica, visto che difficilmente si costringerebbero migliaia di risorse umane a trasferirsi da Roma a Milano.
Altre assunzioni nel settore pubblico lombardo, una delle specialità che contraddistingue le amministrazioni leghiste o di centrodestra che si sono succedute negli ultimi dieci anni. Nuova spesa improduttiva è davvero l’ultima esigenza dell’economia milanese e settentrionale.
La proposta di Bossi, condivisa da Berlusconi e opposta da Alemanno, è solo l’ultimo esempio degli infiniti distinguo che contraddistinguono il rapporto, sempre più conflittuale, tra Pdl e Lega. Un’altra lite sul nulla che mostra scarsa lucidità da parte di chi l’ha lanciata.
La netta flessione del centrodestra del Nord è stata causata anche dai costanti balletti mediatici, anche di queste ore che si rivelano solo aria fritta.



"Relazioni coi bimbi? Non un male”. A parlare in modo disinvolto e spregiudicato, delle vicende di pedofilia è nientemeno che il capo dei Salesiani per l’Olanda.




I cattolici debbono trovare il coraggio di parlarne! E' un loro dovere e lo impone la Chiesa.

23 maggio 2011 - ”Personalmente non condanno a priori le relazioni tra adulti e bambini”. A parlare in modo così disinvolto, addirittura spregiudicato, delle vicende di pedofilia è nientemeno che il capo dei Salesiani per l’Olanda, padre Herman Spronck, in una vicenda che sicuramente aprirà  nuove discussioni nel lungo capitolo degli abusi sessuali su minori commessi da uomini di Chiesa.

In un’intervista rilasciata a Rtl.nl, e rilanciata dal sito ”Messa in latino”, padre Spronck commenta la vicenda del salesiano padre Van B., che è membro attivo e militante di un’associazione che propugna la liberalizzazione della pedofilia e la depenalizzazione dei rapporti sessuali con minorenni.

Dice di esserne da tempo a conoscenza e anche di sapere che il confratello aveva subito due condanne per atti osceni: ma aggiunge che, come Superiore, non ha ritenuto affatto che ciò dovesse portare all’espulsione di padre Van B. dall’Ordine. Nell’intervista, alla domanda se le relazioni sessuali tra adulti e bambini andrebbero consentite, padre Spronck risponde testualmente: ”Ci sono naturalmente alcune norme sociali alle quali tutti dovrebbero attenersi. Ma ci si può chiedere se esse non siano troppo strette. Formalmente diro’ sempre che ognuno deve rispettare la legge. Ma simili relazioni non sono necessariamente dannose”.

Il capo dei Salesiani olandesi (per la precisione delegato per l’Olanda dal Provinciale che sta in Belgio) dice di non aver ritenuto che padre Van B. dovesse essere espulso dall’Ordine perchè non riteneva quelli da lui commessi atti gravi come, ad esempio, uno stupro. Fino al 2007, inoltre, il sacerdote non era stato neanche escluso dall’apostolato a contatto con i più giovani. Per spiegare il fatto di non considerare i rapporti tra adulti e bambini ”necessariamente dannosi”, padre Spronck fa un esempio: ”Sono stato una volta avvicinato da un ragazzo di 14 anni che aveva una relazione con un religioso più anziano. La cosa non era più consentita e il ragazzo ne era davvero scosso, persino ferito. Diceva: ‘Padre Herman, ma perchè volete proibirlo?’. Bene, che cosa diresti a un ragazzo cosi’?”. 

La guerra boomerang dei ministeri.




22 maggio - Il Cavaliere dà il via libera al Carroccio sulla prima “sorpresa”. Alemanno guida la rivolta in un Pdl ormai balcanizzato.
Dal decentramento dei ministeri, benedetto anche dal Cavaliere, all’ipotesi di spedire Ignazio La Russa a fare l’assessore comunale, fino alle voci sulla sanatoria delle multe. Ma le «sorprese» che il blocco Pdl-Lega stanno preparando per Milano hanno già fatto esplodere il centrodestra.
C'è un punto, però, su cui Silvio Berlusconi ha ragione da vendere. L’altroieri - quando ha confidato a uno dei suoi ministri che «se il ballottaggio fosse stato a giugno, avremmo perso ancor prima di votare» - il premier ha colto un punto decisivo.
La disfida di Milano ha frantumato la maggioranza ancora prima che si aprano le urne del secondo turno. Perché assecondare le richieste di Bossi significa decretare la rottura col blocco degli ex An, per non parlare dell’«asse sudista» trainato dai Responsabili. E soprattutto perché, un secondo dopo la chiusura dei seggi, dentro il Pdl si assisterà a un’implosione tutt’altro che imprevedibile. 
L’ennesima prova di una balcanizzazione che tra i berluscones è ormai inarrestabile s’è avuta ieri. Quando il premier, di fronte alle telecamere di Telelombardia, ha “coperto” la richiesta del gotha del Carroccio su quel decentramento dei ministeri che dovrebbe interessare Milano e, in subordine, anche Napoli. «Con Bossi abbiamo pensato di continuare la nostra attività di governo. Abbiamo pensato anche a qualche decentramento per alcune funzioni di governo», ha scandito il Cavaliere. Segno che il fuoco amico partito in precendenza all’indirizzo della Lega interesserà, dal 30 maggio, anche il comandante in capo.
Trascinato da un’astuta operazione politico-mediatica avviata di buon mattino dal presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, Gianni Alemanno ha guidato la controffensiva anti-Bossi. «Ribadisco alla Lega», ha scandito il primo cittadino della Capitale, «che i ministeri non si muovono da qui». E le dichiarazioni del Senatur e di Calderoli? «Tutte balle», chiude il sindaco, che nel caso di showdown nazionale potrebbe lasciare il Campidoglio per ritrovare un posto al sole del Parlamento (un sondaggio Ipsos sostiene che la sua popolarità è scesa dal 50% del febbraio 2010 al 38 dell’aprile 2011).



A conti fatti, insomma, il dibattito sul fantomatico spostamento dei ministeri s’è rivelato un boomerang. «Proposta insensata», mette a verbale il governatore del Lazio Renata Polverini. «Irrealistica», aggiunge Mario Baccini. «Nessun milanese li vuole», scandisce il sottosegretario Andrea Augello. «Impensabile», spiega Barbara Saltamartini, vice presidente del gruppo Pdl alla Camera. Soprattutto perché, sintetizza Mario Landolfi, una scelta del genere «finirebbe per fare arrabbiare i romani senza far felici i milanesi».
La guerra interna al centrodestra tra l’asse del Nord e il blocco del Centro-Sud è soltanto l’ultimo degli effetti collaterali che colpiscono la maggioranza a una settimana dai ballottaggi. «Ed è tutto inutile», sussurra il ministro Gianfranco Rotondi. Che aggiunge: «Milano è l’unica città d’Italia in cui le amministrative sono voto d’opinione. Per cui, se da un lato Berlusconi fa bene a insistere nella polemica contro comunisti ed estremisti, gli altri fanno male a promettere mari e monti.


Ai milanesi non frega niente dei parcheggi, degli ecopass gratuiti, dei ministeri. Gli puoi anche “pittare il sole”, non cambia nulla. E se continuiamo con questo “effetto sorpresa”, rischiamo davvero che finisca male».
È probabile che appelli come quello di Rotondi cadranno nel vuoto. Non foss’altro perché lunedì, a Milano, è in programma un summit tra il Cavaliere e il sancta sanctorum del Pdl. L’obiettivo? Cercare di ribaltare la sfida Moratti-Pisapia a suon di promesse. Come quella della sanatoria sulle multe pendenti, ventilata dal blog ilpolitico.it, che cita il dibattito su una tv locale in cui il presidente del consiglio regionale della Lombardia, il leghista Davide Boni, avrebbe parlato dell’iniziativa. O come l’idea di annunciare che alcuni big del Pdl nazionale - come Ignazio La Russa e il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi - potrebbero far parte della giunta Moratti bis.



Una cosa è certa: il centrodestra arriverà alle 14,59 del 30 maggio, un minuto prima della chiusura delle urne, spaccato come non mai. E con un pezzo del partito (a cominciare dall’ala ciellina, che premeva per la candidatura a sindaco di Lupi) pronto a rivendicare, sondaggi alla mano, che la candidatura della Moratti «è stata sbagliata». Se poi il ballottaggio desse ragione a Giuliano Pisapia, come tutto lo stato maggiore del Pdl teme, a quel punto il bilancino della crisi (pilotata) di governo sarebbe nelle mani dei tre big del centrodestra che si stanno tenendo lontani dal ring: Angelino Alfano, Giulio Tremonti e Roberto Maroni.



22 mag 2011

Michaela Biancofiore all’attacco: “Il PdL è allo sbando”.




22 maggio 2011 - Adesso c’è da lavorare ‘per i ballottaggi. Poi con la mia corrente andiamo via. Fondiamo un movimento che sara’ molto vicino alle posizioni di Scajola e sempre pro Berlusconi, ovviamente. Ma con la dittatura di Gasparri ho chiuso’. E’ duro l’attacco che Michaela Biancofiore, deputata e coordinatore del Pdl in Alto Adige, lancia non solo a Gasparri ma a tutto il ‘manipolo di notabili che sta guidando il partito a Roma’ e che ne sta ‘erodendo il consenso’.













































        
Della gestione del partito, rivela in una intervista al Corriere della Sera, ha parlato con Frattini, che ‘è sbigottito quanto me. Con Cicchitto, che mi ha dato ragione e mi ha detto di portare pazienza. Ma so che anche Matteoli è perplesso con questa dirigenza nazionale’. ‘Dopo quattro anni di vessazioni, ingiurie, sevizie personali – dice – sono distrutta, vado via’. Perchè ‘è un amore finito che forse ho vissuto univocamente, come nelle storie infelici’. E la colpa, in primis, è di ‘quell’incapace di Maurizio Gasparri’: in Alto Adige ‘sue le candidature perdenti, le soluzioni pasticciate e consociative, la distruzione di fatto del partito’. E’, rincara la dose, ‘un autoritario, un arrogante, un violento. Uno che se sei donna tende soltanto a denigrarti’. Certo, nel partito, in particolare per la ‘selezione della classe dirigente’ altre donne tacciono. ‘Ma perchè alcune di noi si sono ben accucciate sotto la coperta del potere degli uomini. Ed è chiaro che io adesso parlando mi sto inimicando molti notabili…non conviene…’.
Quando la nave affonda le tope scappano!

Perché Letizia Moratti non rimonterà.




Inutile il forcing finale del centro-destra. 
La mastodontica campagna elettorale di PDL e Lega con promesse e annuncia mega-galattici non sortirà nessun effetto. Parliamo coi numeri. Se Pisapia e Moratti confermassero i rispettivi elettori del I turno, Pisapia vincerebbe con il 53,6% contro il 46,4% di Letizia Moratti. Se Letizia Moratti assorbisse tutti i voti del Terzo Polo, il sindaco uscente risulterebbe comunque sconfitto, al netto del fatto che comunque Letizia Moratti non prenderà tutti i voti del Terzo Polo.

Quanto ai voti del movimento di Beppe Grillo, direi che mi pare abbastanza improbabile che questi vadano a Letizia Moratti. I voti grillini presumibilmente si divideranno tra l'astensione e Pisapia. L'unica speranza per Letizia Moratti è una massiccia astensione di elettori di Pisapia, magari convinti di aver già vinto, ma l'esito del primo turno è chiaro in tutto il Nord Italia. La luna di miele con la coalizione di governo è finita e gli elettori di centro-sinistra sono più motivati che mai, mentre quelli di centro-destra sono delusi e demotivati. I ballottaggi storicamente favoriscono i candidati del centro-sinistra, molto più assidui alle urne di quelli del centro-destra.

La regola non vale sempre, pensiamo ai recenti casi di Roma e Mantova dove i candidati del centro-destra hanno ribaltato uno svantaggio iniziale, ma il clima nazionale in ambo i casi era ben diverso. A Roma si arrivava al ballottaggio due settimane dopo la vittoria del centro-destra alle politiche. A Mantova il ballottaggio si teneva poco dopo la vittoria del centro-destra alle regionali. In sostanza gli annunci sui ministeri a Milano e sulla no-tax-area e i ravvedimenti tardivi della Moratti sull'Ecopass servono a poco o nulla.

La demonizzazione del programma (completamente demente) di Pisapia andava fatta prima e bisognava capire prima che Letizia Moratti non doveva essere ricandidata. Oltre a questo ovviamente va considerato anche il clima nazionale per un governo da un anno completamente immobile che ha deluso sull'immigrazione e che s'è piegato agli interessi stranieri sulla Libia. E' inutile chiudere il recinto dopo che i buoi son scappati. Si rifletta sul risultato e si prendano le dovute misure, in primis la sostituzione di Berlusconi con Tremonti a Palazzo Chigi. Ogni giorno in più che Berlusconi passa a Palazzo Chigi è un danno al centro-destra. Inoltre vanno allontanati Franco Frattini e Ignazio La Russa, principali responsabili del pastrocchio libico.

Tra coltelli e furti sventati, Formigoni irrita la Moratti.




Sabato da campagna elettorale a Milano, tra presunte aggressioni alla Moratti, ladri di automobili messi in fuga da Pisapia, confronti vivaci tra il ministro La Russa e una giornalista. Poi irrompe il presidente della Regione Lombardia con una dichiarazione tanto inappuntabile quanto velenosa: «Se dovesse vincere Pisapia, massima collaborazione». Per poi aggiungere: «Al ballottaggio la rimonta è possibile, anzi probabile».  
Un sabato vivace a Milano a otto giorni dal ballottaggio tra Letizia Moratti e Giuliano Pisapia. Un sabato tra accuse di aggressioni, furti d’auto sventati (una sorta di legge del contrappasso al contrario) dal candidato del centrosinistra e una velenosa quanto inappuntabile dichiarazione di Formigoni che promette collaborazione a Pisapia in caso di vittoria.
Ma procediamo con ordine. La giornata si apre con le accuse del vicesindaco Riccardo De Corato. «Mentre il sindaco Letizia Moratti si è recata oggi al mercato per parlare con i cittadini – denuncia – una decina di militanti che sostengono Pisapia impedivano il colloquio con insulti e inseguendo il sindaco muniti di fischietti e cartelli. La madre dell’assessore Alan Rizzi è stata aggredita da uno di loro e ha dovuto ricorrere a cure mediche presso il Pronto soccorso». Per poi aggiungere: «Questo è il clima che i fan di Pisapia stanno costruendo in maniera scientifica per impedire al sindaco Moratti di parlare con i cittadini. Un modus operandi che già abbiamo in occasione dell'inaugurazione dell’isola di Sarpi. Ma che ora si ripete in forme più violente». Peccato che all’inaugurazione in via Paolo Sarpi (cuore della Chinatown milanese) a contestarla non fossero i sostenitori di Pisapia, ma alcuni residenti del quartiere scontenti dell’isola pedonale e del mercato all’ingrosso dei commercianti cinesi.
Ma non per l’assessore lombardo del Pdl Stefano Maullu, che accompagnava il sindaco Moratti al mercato nel quartiere di San Siro e insiste. «Alcuni sostenitori di Pisapia hanno cercato di impedirci fisicamente di parlare con la gente e di circolare per il mercato. Un gruppo di squadristi organizzati è passato dalle contestazioni agli insulti e quindi alle mani. Il neo consigliere comunale Pietro Tatarella è stato aggredito con un pugno alla testa». Interviene anche il ministro della Difesa Ignazio La Russa a margine della Festa della Polizia in corso a Milano. Incalzato dalle domande della giornalista sul risultato elettorale raggiunto dal centrodestra la Russa ha replicato: «Mi pare che lei più che una giornalista sia una partigiana di Pisapia. Non c’è niente di male, per chi ha votato? Ha paura del ballottaggio? Noi no».
A stemperare i toni, ma in un modo che non sarà piaciuto certo a Letizia Moratti ci ha pensato Roberto Formigoni. Il presidente della Regione Lombardia ha dichiarato che se «dovesse vincere a Milano Giuliano Pisapia, collaboreremo». Aggiungendo, però, «che una rimonta al ballottaggio è possibile, anzi probabile». Una visione di realpolitik o un messaggio agli alleati del Pdl che indicavano Compagnia delle Opere di scarso impegno? Ad ogni modo il governatore Formigoni si nasconde dietro il premier rispondendo che l’ipotesi di scarso impegni dei suoi uomini è stata fugata da Berlusconi.
Dall’altro versante il candidato del centrosinistra Giuliano Pisapia continua la sua campagna elettorale, quartiere per quartiere, rifiutando il confronto televisivo con la Moratti e rendendosi protagonista di un episodio di cronaca. Secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, il candidato del centrosinistra era in macchina con due membri dello staff e l’autista quando la sua attenzione sarebbe stata richiamata dalle urla di una signora cui stavano rubando la macchina. Pisapia sarebbe sceso dalla sua auto e avrebbe messo in fuga il malintenzionato. Vabbè, ancora una settimana e la campagna elettorale si chiude.

Le moschee a Milano? Le ha proposte il Pdl.




L’ultima sparata di una campagna elettorale sempre più incandescente è quella di Bossi. «Pisapia? È un matto che vuole trasformare la città in una Zingaropoli». Ora l’ultimo spauracchio su cui si gioca la partita, fino al ballottaggio, è la paura dell'islamico. A ribadire il concetto anche il Ministro Frattini che dichiara che preferire la Moratti a Pisapia è “da malati”
Peccato che, a proporre la costruzione delle moschee, in consiglio comunale, siano stati due esponenti del Pdl: Michele Mardegan, uomo dell’Opus Dei, e Aldo Brandirali, vicino alla Compagnia delle Opere. 
Si ripropone l’ordine del giorno dei due consiglieri pidiellini e ha chiesto al Pd che cosa intenda fare sulle moschee, se vincesse le elezioni
Dopo la sconfitta al primo turno, alle amministrative di Milano, Letizia Moratti e lo stato maggiore del pdl si giocano gli ultimi giorni di campagna elettorale prima del ballottaggio. I punti da riguadagnare non sono pochi. Se la strategia di strillare all’ “estremista”, nei confronti dell’avversario Pisapia, non ha granché prodotto risultati, rivoltandosi al contrario come un boomerang, il nuovo piano d’attacco è il paventare, agli elettori, una Milano dallo scenario fosco. Il primo nemico a cui mordere i polpacci è lo straniero. I campi rom non sono bastati: ora lo spauracchio è l’Islam. Il rischio cui grida il centrodestra è che la città si trasformi in un enorme minareto.

L'ultima sparata è quella di Bossi che accusa Pisapia di voler impiantare a Milano una “Zingaropoli” fatta di rom e moschee. Ieri, ai taccuini dei cronisti di Montecitorio, ha regalato la seguente dichiarazione: «I milanesi non daranno la città in mano agli estremisti di sinistra. La Lega s’impegnerà: non la lasciamo ad un matto che vuole riempirla di moschee e zingari». Non da meno il Ministro Frattini che rincara la dose: preferire alla Moratti il candidato di centro-sinistra è roba “da malati”. Lo stesso vicesindaco Riccardo De Corato, picchiava giù duro, qualche giorno fa: «La “cittadella dell’islam” voluta dal candidato sindaco di Milano per il centrosinistra, Giuliano Pisapia, sarebbe un nuovo crocevia del terrorismo». Nello stesso tempo, i microfoni di Radio Padania si facevano incandescenti. Il ritornello suonava più o meno così: «andiamo a votare al ballottaggio perché se vince Pisapia ci troviamo una moschea per quartiere». Un ascoltatore, leghista e brianzolo, diceva ai microfoni: «sul mio balcone ci sono le formiche ma non è che costruisco un formicaio, lo pulisco. Pisapia, invece, dato che ci sono gli islamici vuole costruire le moschee. Allora è meglio andare a votare».
Già il ministro La Russa chiedeva, nelle famose dieci domande a Pisapia, in quali quartieri intendesse costruire le moschee. Il 18 maggio diceva: «A Milano i cittadini devono scegliere se la città deve avere un sindaco che ha immagine ed atteggiamenti miti ma che vuole costruire moschee». E Maurizio Lupi, alla trasmissione di La 7 Exit, attaccava Giuliano Pisapia, in collegamento da un Teatro Smeraldo pieno, puntando l'indice contro il suo proposito di riempire Milano di moschee e muezzin.
Nel suo programma elettorale, in effetti, un capitolo è dedicato all'immigrazione (“Immigrazione non è illegalità. Il laboratorio di via Padova”, pagina 26). La premessa recita: «Milano deve essere una città nella quale i diritti fondamentali – diritto alla qualità della vita, al lavoro, alla salute, alla casa, all'educazione, alla libertà di culto, alla propria cultura, alla sicurezza – siano riconosciuti a tutti i cittadini, quelli di origine italiana e quelli di altre nazionalità». Tra le proposte utili a maturare soluzioni si legge: «Riteniamo, ad esempio, che la realizzazione di un grande centro di cultura islamica che comprenda, oltre alla moschea, spazi di incontro e aggregazione, possa essere non solo l’esercizio di un diritto, ma anche una grande opportunità culturale per Milano». Formula quanto mai vaga.
Ma a spezzare ogni polemica, è Carmela Rozza, consigliere pd (rieletta con 2.534 voti): «Le strumentalizzazioni del pdl sono smentite da un ordine del giorno in consiglio comunale, firmato il 26 novembre 2009 da Michele Mardegan (pidiellino in quota Opus Dei) e Aldo Brandirali (pdl, ex Assessore dello Sport dal 2001al 2006 e uomo della Compagnia delle Opere)». Nelle carte a disposizione de Linkiesta si legge, in oggetto «luogo di culto delle comunità che non intrattengono intese con lo stato». Nel documento (assente in seduta il sindaco Moratti), Mardegan e Brandirali propongono «strumenti urbanistici di carattere generale che disciplinino la realizzazione di luoghi di preghiera di iniziativa di comunità religiose che non intrattengono intese con lo Stato Italiano (e, nel caso di quelle islamiche, che abbiano aderito alla Consulta e sottoscritto la Carta dei valori)».
Il verbale dell’ordine del giorno prosegue: «Pertanto le domande di autorizzazione edilizia per la realizzazione di un luogo di culto dovranno contenere: indicazione del luogo proposto che deve essere ad almeno 330 mt da altro luogo di culto, e deve avere buoni collegamenti e aree per parcheggi; presentazione della comunità richiedente e i suoi responsabili, e l’impegno ad utilizzare il luogo per non più di 500 persone per ogni funzione religiosa». La questione era già definita, in realtà, anche nel piano di governo del territorio, approvato a febbraio dopo mesi di battaglia in consiglio, e votato da centro-sinistra e centro-destra.
Nelle regole del piano di servizi del pgt si legge, al punto “e”: il piano «individua gli edifici e le attrezzature esistenti, destinate a servizi religiosi di ogni culto», come ci conferma anche un uomo molto vicino all’assessore ciellino Masseroli che ha scritto il documento. A introdurre l’emendamento sui luoghi di culto è stata Ines Patrizia Quartieri, del gruppo consiliare di Rifondazione comunista. Riconfermata come consigliere a questa tornata elettorale, spiega che «in realtà, nel pgt, non si parla in termini espliciti di moschee, ma di luoghi destinati a tutti i culti. Anche in vista dell’Expo mi pare utile aprirsi a culture diverse da quella di matrice cattolica. In termini di sicurezza, poi, io mi sento molto più tutelata nel sapere che vi è una sede regolamentare in cui si abbia possibilità di pregare liberamente. Non è meglio di un seminterrato dove vi è il rischio che si alimentino focolai di violenza?».
Chiediamo al capogruppo del Pd, Pierfrancesco Majorino, cosa intenda fare il partito, qualora in giunta dovesse affrontare il problema. «Non abbiamo mai parlato della costruzione di una moschea – ci risponde – Abbiamo solo detto che, se la comunità islamica dovesse trovare i finanziamenti, noi, come comune, potremmo concedere l'autorizzazione a costruire. D’altronde la questione di viale Jenner (gli islamici costretti a pregare in strada, bloccando il traffico) è stata una gran vergogna per la città, se non un vero pasticcio». Anche Stefano Boeri, mister 11 mila preferenze e capolista del Pd, sottolinea la poca legalità che caratterizza «le moschee che stanno negli scantinati, e in città ce ne sono sette».
Per Basilio Rizzo, di Sinistra per Pisapia (anche per lui, il pieno di voti nella lista civica collegata al pd: poco meno di 2300), il problema è mal posto: «La questione dei diritti non dovrebbe neppure essere oggetto di un programma elettorale. Non vorrei sembrare cinico ma io la metterei così: è un fatto di regole di mercato. Se la domanda incrocia l’esigenza di più comunità, non mi limiterei a una sola moschea, ma a più d’una. Perché applicare una regola diversa da quella delle chiese per il culto catttolico? Anzi, aprirei una consultazione con i residenti delle zone in cui è destinata la costruzione. Il problema va sganciato da logiche ideologiche e trattato come un mero servizio. Il dove e il come va affrontato in sede di commissione urbanistica».

21 mag 2011

Standard & Poor’s declassa l’Italia. “Le attuali prospettive di crescita sono deboli e l’impegno politico per riforme che aumentino la produttivita’ sembra incerto”.






21 maggio 2011 - L’outlook da stabile a negativo: “L’impegno politico per le riforme è incerto”.

Tegola sulle aspirazioni economiche del ministro Tremonti e del governo Silvio Berlusconi: dopo giorni in cui il titolare del Bilancio ostentava la sostanziale “promozione” dei conti pubblici dell’Italia, una delle più grandi agenzie di rating globale ha stabilito che le prospettive per il nostro paese non sono incoraggianti: per ora il nostro indice rimane A+, ma l’outlook, ovvero la previsione a medio termine – diremmo: “L’aria che tira” – viene cambiato da stabile a “negativo”. Come a dire che se la situazione per ora non varia, non c’è da aspettarsi che un peggioramento a breve.
OUTLOOK NEGATIVO Le agenzie battono la notizia. L’agenzia Standard & Poor’s ha tagliato l’outlook dell’Italia da stabile a negativo, confermando il rating A+ al debito a lungo termine. E’ quanto si legge in una nota, in cui si sottolinea che ‘le attuali prospettive di crescita sono deboli e l’impegno politico per riforme che aumentino la produttivita’ sembra incerto’.
Tutto dipende, continuano le agenzie, sulla “scarsa fiducia” da parte del rating finanziario internazionale sul piano di “risanamento del debito” nelle mani del governo. Il motivo completo è contenuto nella nota di S&P.
Le deboli attuali prospettive di crescita dell’Italia e incerto l’impegno politico nelle riforme tese a migliorare la produttività. Il potenziale stallo politico potrebbe contribuire ad uno slittamento delle riforme fiscali. E di conseguenza, S&P ritiene che le prospettive di una riduzione del debito pubblico italiano siano diminuite
Così, se non una bocciatura, certo un campanello d’allarme della politica finanziaria del ministro Giulio Tremonti, che fino ad ora ha sempre potuto rivendicare che nonostante i patemi della politica, i conti pubblici erano sempre blindati e in sicurezza. Ma evidentemente una politica di rigore e di crescita lenta e controllata non convince più i raters, che iniziano a chiedersi: sì, ma come si ridurrà il peso del debito pubblico italiano, senza crescita economica e “produttività”?















































LE CONSEGUENZE La notizia, diffusa a borse chiuse – di sabato – arriva inaspettata per il governo, per gli attori economici e per la stampa internazionale, che in nessun modo infatti l’aveva anticipata o intuita. Quali le conseguenze? Nel breve periodo, il mercato dei titoli di stato inizierà a non fidarsi più del nostro paese, visto che una delle principali agenzie di rating ha stabilito che la nostra politica conomica non è affidabile. Così, per piazzare i nostri titoli di stato, dovremo sopportare un tasso di interesse maggiore, e dunque a breve la nostra spesa per interessi salirà, peggiorando ulteriormente la situazione: per pareggiare una maggiore spesa, saremo costretti a nuovi tagli?. Una bomba ad alto potenziale che arriva sul tavolo di un governo in preda a convulsioni di tutt’altro genere, impegnato a gestire il turno amministrativo fra Milano e Napoli: di certo il ministro Tremonti sarà chiamato a dire qualcosa in merito.

Il peggioramento delle prospettive sul rating della Repubblica Italiana da stabili a negative “implica una probabilità del 33% che i rating vengano abbassati entro i prossimi 24 mesi”.
Cosa deve fare il governo per evitare questo declassamento, che come abbiamo visto è ampiamente probabile – l’agenzia parla del 33%, ma gli outlook rappresentano gli orientamenti dell’agenzia, così che se le cose non cambieranno, qualche conseguenza ci sarà di sicuro – e rassicurare così i mercati? Lo dice la stessa S&P: riforme, riforme, riforme.
Se il governo riesce ad ottenere sostegno politico per l’attuazione di riforme strutturali a favore della competitività, ponendo le basi per una crescita economia più elevata ed una più veloce riduzione del debito, i rating potrebbero rimanere al livello attuale.













































Il sostegno al governo non è dunque sufficiente: piacerà alla Lega l’idea di rinsaldare ulteriormente la maggioranza? 
E piacerà a Berlusconi l’idea di dismettere la campagna elettorale permanente per iniziare un serio programma di riforme?